31 gennaio

Il 31 di gennaio di quest'anno, coincide con due "ricorrenze" importanti per Busto Arsizio. E' il giorno della "Gioeùbia" (ultimo giovedì di gennaio) e ultimo giorno dei "trì dì dàa merla" (tre giorni della merla

Gianluigi Marcora

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Il 31 di gennaio di quest’anno, coincide con due “ricorrenze” importanti per Busto Arsizio. E’ il giorno della “Gioeùbia” (ultimo giovedì di gennaio) e ultimo giorno dei “trì dì dàa merla” (tre giorni della merla).

Cominciamo da quest’ultima ….ricorrenza. In epoca contadina, si classificavano “giorni terribili” il 29-30-31 di gennaio, per il freddo intenso, pungente, drastico di quei tre giorni. Il riscaldamento odierno, attenua un po’ l’autentico valore di quella ricorrenza. Le case erano scaldate (più o meno) dal “foegu” (fuoco) con il legno raccolto qua e là, coi “mursòn” (anima delle pannocchie già sgranate), tralci in genere e rami raccolti in campagna. La gente si rintanava spesso in stalla, dove il calore degli animali “produceva” caldo, mentre in casa, spesso nelle abitazioni “di ringhiera” c’era la stufa a carbone e legna, con tanto di forno, dove si metteva un “quadrèl” (mattone) che si utilizzava a letto, per scaldare le lenzuola e le coperte che sembravano di cartone gelato.

Facile immaginare il risveglio, dentro una camera gelata, dopo aver tolto da dosso, le coperte scaldate col corpo. Da notare che in casa mia, il “rito” del “quadrèl” da portare a letto, talvolta con la “boulle” dell’acqua calda, spettava a papà, più o meno un’ora prima di coricarci. Immaginatevi poi che bisognava ….lavarsi. Non c’era la doccia e in pochi avevano la vasca da bagno; quindi “bagnèn” vale a dire un mastello ridotto posto dentro il lavandino. E la mamma a controllare: “làva pulidu’l musòn ….frega ùl crocu in di màn….e’l còl da chi l’è?… e i uegi?” (lava bene la faccia ….frega via lo sporco dalle mani …e il collo di chi è? …e le orecchie?).

Ovviamente, le “domande” non richiedevano “risposte”, ma esecuzione sommaria dell’ordine. Per dire che, il freddo era tantissimo, la “merla” è una storia inventata per dire che il volatile vagava nel cielo, poi s’è rifugiato nei pressi del camino acceso e la fuliggine aveva tramutato il suo piumaggio, da bianco a nero.

Ed eccoci alla Gioeubia. Oggi è diventata una specie di “carnevale” per via della fantasia di chi prepara il fantoccio. Un tempo, la Gioeubia era formata dai vestiti vecchi non più indossabili, riempiti “cunt’i scaròn” (resti della pianta del granoturco). Il fantoccio aveva quasi sempre la faccia formata da un “mantèn” (pezzo di stoffa), con sopra dipinti, occhi, naso e bocca in maniera non troppo …regolare.

Si preparava poi un rogo (tipo quello usato per ….Giovanna d’Arco), con tutto ciò che si poteva bruciare; dalle stoppie, alla legna, dalle cassette della frutta inservibili, ai mobili non più …aggiustabili. Insomma, si faceva a gara ad allestire la Gioeubia più “bella” e un falò da ….competizione. Appena dopo cena (a base di “risotù cunt’à luganiga” (risotto con la salsiccia) si accendeva il falò …. schiamazzi fra i ragazzi e presenza di “grandi” (adulti) che non solo osservavano la scena, ma diventavano protagonisti a cervellotiche azioni che alla festa della Gioeubia, si tolleravano. A proposito, la Gioeubia serviva a “bruciare l’inverno” e metteva un “paletto” tra la stagione più fredda dell’anno e la nascente primavera. Inoltre, la Gioeubia serviva a porre fine ai “guai” dell’inverno e a esorcizzare il tempo che da freddo, diventava mite.

E che si faceva? – si accendeva il falò e, quando le fiamme erano alte almeno ad altezza d’uomo, ci si lanciava, attraversandole. Col bel risultato di bruciacchiare i capelli, ma non solo quelli: vestiti, mani, viso e ….. intelligenza. E si cantava, pure. Una filastrocca diceva “à Gioeubia, l’à mangia la cazoèla, l’à mangia à pulenta; à Gioebia l’è cuntènta …l’è cuntènta in ginugion cunt’i màn in urazion” (la Gioeubia mangia il bottaggio, mangia la polenta ….è contenta in ginocchio con le mani giunte). Roba dei tempi miei. Ora, la “festa” si svolge in altra maniera….. senza trascurare il “dì scènen” (il giorno della cenetta), con falò messi in fila in piazza o presso i Rioni per salvaguardare la Tradizione in Busto Arsizio.

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