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Cibo per la mente
MILLE E...UNA STORIA 2010-PREMIO ASSOLUTO STUDENTI
Il rifugio delle emozioni
A volte mi ritrovo ad immaginare, ad immaginarlo. Pensare a come sarebbe stato se non fosse scappato. Pensare a come avrei vissuto con lui al mio fianco.
Mi avrebbe insegnato ad andare in bicicletta, mi avrebbe spiegato la matematica, corretto i compiti, firmato i quaderni. Sarebbe andato a parlare con i miei insegnanti, mi avrebbe accompagnata alle partite della mia squadra di calcio femminile, alle feste.
L’avrei trovato sveglio ad aspettarmi quando il sabato sera, ben oltre il coprifuoco, tento di entrare in casa senza far rumore.
 
Da quando se n’è andato ho sperato ogni giorno per anni di vederlo tornare a casa.
 
Appoggiava la sua giacca all’ingresso, la valigetta per terra e, con la faccia stanca, ci salutava. Di lui ho qualche foto, poche emozioni. E tanto, troppo buio.
 
Mi mancava da togliermi il respiro. Mi mancava che mi faceva male. Non ricordavo il suo profumo, la sua voce, il fastidio della sua barba in un abbraccio. Non sapevo chi fosse, ma sapevo che c’era. Questa certezza e il non poterlo avere era ciò che più mi feriva.
 
Il tempo, dicono, sistema le cose. Mi sono abituata alla sua assenza che, oggi, non mi fa più così male. Mi sono creata il mio mondo: musica, amici, scuola. Nel mio cuore c’è un piccolo rifugio, dove metto tutte quelle sensazioni che vorrei non esistessero. Le nascondo, le evito anche se so di non poterle ignorare.
 
Manca una settimana esatta alla fine della scuola. I giorni passano nell’attesa dell’ultima campanella dell’anno.
 
Finalmente è venerdì e tra le mani stringo la mia copia del settimanale l’Inform@zione, dove in bella evidenza trovo ciò che mai avrei voluto leggere: il suo nome. “Il cronista sportivo che per anni ci ha rappresentati all’estero è tornato”. Poco più in basso c’è una foto. Sono passati ormai tredici anni ma vedere quell’uomo alto, i lineamenti marcati e i suoi occhi azzurri è come guardarsi allo specchio.
 
Siamo identici. Prima di lasciar cadere il giornale a terra leggo le ultime righe dell’articolo: ‘Questo pomeriggio alle ore 16, Ludovico sarà in redazione per rispondere alle Vostre domande’. È tornato davvero. Inizio a correre senza sosta: l’incontro sta per finire.
 
Arrivo in redazione con il cuore che batte ad un ritmo forsennato.
 
Lo vedo, sta uscendo. Mi avvicino spinta dall’irrefrenabile voglia di sapere. Gli sfioro il braccio e lui si volta.
Dal suo sguardo e dalla sua bocca che rimane così, semi aperta, capisco che mi ha riconosciuta. Non sono capace di dire nulla se non: “Perché?”.
Lui ancora non parla. Il mio desiderio di sapere, tenuto a tacere per troppo tempo, esplode.
“Perché?” grido.
“Ho avuto paura” la sua risposta arriva in un sospiro.
La rabbia mi annebbia la vista: “Per tutti questi anni ho provato a cercare un perché, una motivazione alla tua fuga. Ho passato notti piangendo, con il pensiero di esserne stata la causa. Ma vedi, io non riesco ad odiarti. Perché per una dannata, incomprensibile ragione non ho mai smesso di cercarti. Di cercare la tua approvazione, il tuo consenso. La mia scrivania è sempre stata in ordine perché sapevo quanto odiassi il caos. Ho capito però che non è l’essere padre in se stesso a renderti tale. Tu non lo sei stato, mai. Per un’eternità ho sentito il bisogno di averne uno e tu eri lontano. Oggi io non ho più bisogno di te”.
 
Senza nemmeno lasciargli il tempo di rispondere gli volto le spalle, cosciente che non proverà a fermarmi. Forse è giusto così, forse un giorno ci ritroveremo a metà strada.
Perché in fondo, per quanto io non abbia più bisogno di lui, vorrei poter riuscire a chiamarlo ancora papà.

 
Noemi Magugliani
pubblicato il: 07/03/2012

BUSTO ARSIZIO – “Un piccolo racconto vero, dedicato a chi nella propria vita si trova a far conto con l’inaspettato e si lascia trasformare in meglio”. Questa la storia che la milanese (a Busto da dieci anni) Paola Brasca, all’interno del libro/diario “Il bambino dietro al vetro”, ha scritto per condividere la sua esperienza con il figlio autistico Marco da una parte, e il negazionismo del resto del mondo, dall’altra. “Una mamma non sbaglia mai, purtroppo è un problema di conoscenza”...
Un inedito, sorprendente sguardo sulla disailità è il comune denominatore degli episodi di “Non posso stare ferma” (con 7 tavole a colori di Vittorio Papa).
Nel corso degli anni sono cambiate parecchie cose nella mia vita e anch’io sono cambiata molto, non solo nell’aspetto fisico, ma anche a livello caratteriale. La parola “cambiamento” mi terrorizza, ho paura dei cambiamenti, spesso è come fare un salto con un paracadute, ci si imbatte in qualcosa di nuovo. Spesso i cambiamenti possono essere positivi, ma a volte anche negativi.
Seduta in sala con una tazza di caffè fra le mani, Elisa guardava distrattamente la televisione. Pensieri e ricordi le si confondevano nell’anima. Ventotto anni e una vita che non la appagava. Desideri svaniti e mai realizzati. Giulio, il suo compagno, si era rivelato una persona gelosa e possessiva: la sera soleva andare al bar con amici e, tornato a casa, a volte la maltrattava. Nella mente di Elisa si affollavano questi pensieri quando squillò il telefono. Era la maestra di sua figlia: si era dimenticata di andare a prenderla a scuola!
Il suono insistente della sveglia la fece sobbalzare all’improvviso. Quasi cadde dal letto, ansimante, la fronte e la schiena imperlate di sudore, il cuore che le batteva forte in gola, gli occhi sbarrati. Era accaduto ancora, come ogni volta che si addormentava.
Eccola qui, dopo tanti anni ancora lei, Selena; la ragazza che si confidava con me quando era piccola. Ero il suo rifugio, il suo consigliere… chissà se a distanza di vent’anni potrà ancora dormire su di me, accovacciarsi sul mio tronco.
Le bare vennero posate lievemente sul fondo; Giacomo piangeva in piccoli singulti, più leggeri delle soffici nuvolette bianche che spruzzavano il cielo; il nonno gli mise una mano ossuta sulla spalla: “Andiamo, Giacomo, è inutile stare qui”. I due si avviarono lenti lungo il viottolo lastricato del cimitero; un buon profumo ricamava l’aria, di rose e viole, di vita. Il nonno gli chiese come si sentisse; Giacomo, lasciandosi guidare da lui, gli occhi appannati dalle lacrime, non rispose per qualche attimo.
Demian è un ragazzo di 17 anni e frequenta la quinta superiore. Spesso a scuola, guarda fuori dalla finestra e la sua mente comincia a viaggiare, si immerge in un fiume di riflessioni che ogni volta sfocia in un unico pensiero: “Cosa farò finita la scuola?”. A casa mancano i soldi e quindi sarà costretto a trovarsi un lavoro, però che lavoro fare? È tempo di crisi e la disoccupazione è a livelli altissimi, soprattutto tra i giovani.
Si avvicina l’estate; meno male, il cattivo tempo è alle spalle e l’aria tiepida invita ad uscire, a camminare ed incontrarsi con gli amici. Le domeniche di Flavia erano molto piacevoli: in bicicletta per le strade di campagna tra gli alberi che cominciano a fiorire. La vita sembrava più bella e Flavia era veramente felice. Ma una domenica arriva la grande notizia.
“Mi chiedevate sempre cosa fare. Volevate cambiare questo strano mondo, ma non ho mai saputo rispondere. Non ho mai nemmeno saputo se fosse necessario, o se avesse senso. Di sicuro non l’ho mai ritenuto possibile. Mi sbagliavo”.
Non so perché sono qui. I casi del fato a volte ti portano a stravolgere la tua idea di esistenza. Mi ero ripromesso che non lo avrei più incontrato, che non gli avrei più rivolto la parola. Eppure… I miei genitori morirono in un incidente stradale, io avevo tre anni e un’influenza mi salvò. Non rimpiango di essere orfano, perchè non so come sia vivere con i genitori.
Che caldo! Le prime afose giornate di maggio e la non ultima interminabile attesa al semaforo di via Marconi, dove il tempo sembra rallenti il suo corso senza per questo apportare nessun beneficio, anzi aumentando quella fisiologica insofferenza che attanaglia Nina ogni giorno, a quell’ora, in quel posto. Nina ha trascorso la giornata nella solita frenetica monotonia di sempre...
“Nonni che fanno tante storie” questo il manuale “per relazioni ingarbugliate” (casa musicale eco), scritto da nove nonni. Sono Alessandra, Anna, Luigi, Malù, Pino, Stella e Vanda: formatori, insegnanti, architetti, impiegati, presidi, funzionari, dirigenti, giornalisti, tutti felicemente nonni, più o meno… vecchi, “e diciamola questa parola almeno per una volta, senza fare tante storie!” commentano gli autori.
BUSTO ARSIZIO - È uno sguardo di speranza e fiducia quello che Luigi Giavini rivolge al mondo tessile con “Una lacrima di blu. Colori, tessuti, imprese: la memoria del lavoro nelle parole di ieri”. L’autore intreccia qui le sue due anime di scrittore: quella di cultore del dialetto bustocco e l’altra di studioso di storia dell’industria tessile e chimica.
Devo camminare. Mi infilo velocemente i pantaloni, una maglietta a maniche corte e le scarpe da ginnastica bianche. Il cielo non mi rassicura, nello zainetto metto anche l’impermeabile arancione e un piccolo ombrello. In macchina arrivo fino alla prima Cappella. Il tempo peggiora, ma andrò fino in fondo o meglio salirò su in alto.
Ricordo ancora l’ultima cosa che ho pensato: finalmente è venerdì e tra le mani stringo la mia copia del settimanale l’Inform@zione, dove in bella evidenza... Poi, buio. All’improvviso la luce si è spenta e sono rimasto sdraiato, in uno stato di black out sensoriale e mentale, non so nemmeno per quanto. C’è voluto un po’ di tempo per capire che sono morto.
“Oh, povero caro, come farai ora?”. “Me la caverò, Ann, vedrai; non stare in pena per me”. “Josh, mi raccomando, non esitare a chiamarci ogni volta che lo vorrai fare”. “Non preoccuparti, Ed. Lo farò. E grazie per essere venuti”. “Dio, che morte assurda, Josh; non riesco ancora a credere che la nostra Therry ci abbia lasciati così all’improvviso. E tu? Al pensiero di saperti tutto solo in quell’enorme casa”.
Lunghi mesi a testa bassa a caccia di buche e di squarci sul manto stradale, immaginando chissà quale realtà sotterranea, portatrice con certezza di una ridicola sindrome del collo di cigno che mi contagia all’istante, regalandomi mio malgrado una postura dimessa che, a danno fatto, cerco di compensare con un portamento nobile, il viso rivolto all’insù e la schiena dritta alla ricerca della Miss Persiana più meritevole di un mio prestigioso premio mentale.
Giovanissima sposa, ero andata ad abitare in Brianza, a Perego, un delizioso paesino che sembrava “un’agnella staccata dal branco” ed ero felice perché me n’ero subito innamorata. Ciò che racconterò, è tutta santa verità.
Gennarino giocherellava con la matita sul tavolo dei compiti e guardava fuori dalla finestra: l’estate se ne era appena andata e già le nuvole grigie si erano impadronite del cielo; una leggera pioggerellina cadeva sul vetro e Gennarino fissava i rivoli d’acqua che si formavano dall’alto e scattavano verso il basso a volte lentamente, altre volte no. I suoi preferiti erano quelli piccoli e sguscianti. Tuttavia, non aveva tempo da perdere: erano le sei e doveva ancora scrivere il solito tema che la maestra Corrada dava sempre come compito nel weekend.
Nell’Italia degli anni 30, le persone che esprimevano i propri valori e ideali erano forse poche, ma senz’altro coraggiose, anzi eroiche. Questa è la storia di un semplice professore di ginnasio che abitava nella città di Firenze. Era quel genere di insegnante che non svolgeva il proprio lavoro solo per poi essere ricompensato da uno stipendio, lo faceva perché la sua passione per il sapere e per la vita era troppo grande per essere tenuta solo per sé.
La situazione a Montegrasso era degenerata. Non potevamo vivere! Ero nata e cresciuta in questo paese del Nord Italia, in quello stesso Nord Italia dove si diceva che la criminalità organizzata non esistesse, che “meno male che le mafie sono al Sud”. Avevo diciannove anni quando mi balenò l’idea di andare all’estero a rifarmi una vita, una vita di quelle vere, dove puoi fare ciò che vuoi, anche aprire un’attività senza la paura che Qualcuno possa farti del male. Una vita di quelle che si possono vivere. Senza paura.
Buio. Boom! Luce. L’universo era stato creato. Certo si era fatto un buon lavoro: c’era il giorno e la notte, l’acqua e la terra, piante e animali …insomma, era cosa buona. Tutti erano contenti e appagati. Tutti tranne tre creature...
Sono nata in una grande città, rumorosa e, ad occhi inesperti, anche pericolosa. I miei genitori, commercianti di origine egiziana, i giorni pari della settimana (martedì, giovedì e sabato), ai primi deboli albori, schizzavano verso il centro dove tanti occhi di arabi meticolosi partecipavano alla danza del mercato.
“Giorni di neve, giorni di sole” degli autori Fabrizio e Nicola Valsecchi, nati a Como nel 1976, gemelli scrittori cernobbiesi, è realmente un lavoro a quattro mani, procedono insieme, senza ripartirsi i compiti, con una scrittura asciutta e innovativa (Casa editrice Marna - Pagine 127 - Prezzo di copertina 12 Euro).
I grandi classici del pensiero umano non hanno età. Anzi, più il tempo passa e più acquistano valore. Un valore che va ben oltre i tradizionali parametri di giudizio che usualmente vengono utilizzati per stabilire chi o che cosa “valga” veramente. Se ciò che leggi ti fa pensare e, facendoti pensare, ti diverte pure, qual è il valore intrinseco di una simile lettura? Straordinariamente elevato e qualitativamente stimolante.
“101 modi per allenare l’autostima” è un libro per tutti, per aiutarsi a valorizzare e riconoscere le proprie capacità, soprattutto in situazioni di tensione e di crisi. Il coach, già autore di scritti sul lavoro e sulle relazioni sociali, si concentra sull’interiorità, sulla stima di sé e sugli aspetti che riguardano la realizzazione di un individuo.
Amici lettori vicini e lontani, esultate e levate canti di giubilo al cielo, il maestro assoluto della narrativa avventurosa, sua maestà Wilbur Smith, è tornato e l’ha fatto con un romanzo semplicemente straordinario. Chi legge condivide fino in fondo le emozioni e i sentimenti dei protagonisti.
Cos'è il Wabi-Sabi? Già il nome orientaleggiante evoca suoni che ricordano il Giappone...Si tratta di un'arte, o meglio, di una concezione estetica: quella secondo cui la bellezza si trova nell'imperfezione dell'oggetto osservato o prodotto. Si apprezza l'oggetto imperfetto nella sua semplicità, la purezza di una linea leggermente deformata, l'unicità di ciò che nasce e viene creato in modo del tutto spontaneo.
BUSTO ARSIZIO - Da secoli la danza è considerata una forma d’arte, oltre che uno sport, ma da secoli, in molte parti del mondo, le danze folkloristiche sono una forma d’arte praticabile da chiunque, soprattutto se uno ce l’ha nel sangue, perché legata alla sua terra. È il caso, ad esempio, della tarantella, del flamenco, delle danze irlandesi, delle danze indiane ed infine della danza orientale, ribattezzata in occidente danza del ventre.
Il dr. Hamer, in seguito a un evento traumatico e a una grave malattia, iniziò a studiare casi simili al suo e, dopo lunghe ricerche, concluse che, a seguito di uno shock psico-fisico inaspettato, il corpo reagisce, in fase di recupero, ammalandosi.
Il Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), lo scorso 17 marzo ha pronunciato a Roma, presso la Basilica S. Maria degli Angeli, la sua omelia in occasione dei festeggiamenti ufficiali per il 150 esimo anniversario dell’Unità d’Italia, alla presenza delle più alte cariche dello Stato.
BUSTO ARSIZIO - In questo periodo ogni anno tutti hanno la preoccupazione della “prova costume” in vista dell’estate, ma la cosa più importante, al di là dell’agognato dimagrimento, è la scelta di cibi adeguati alle temperature, in modo da non mettere il nostro organismo eccessivamente sotto sforzo.
Secondo un’antica leggenda cinese, il Signore Buddha, nel lasciare la vita terrena, chiamò a sé tutti gli animali: soltanto dodici si presentarono per dirgli addio, ed egli, per ricompensarli, diede a ciascun anno, il nome di uno di essi, nell’ordine in cui erano giunti.
Parliamoci un po’ sotto un cielo sereno. Sottovoce, adagio, senza far rumore. Dentro l’abbraccio della Poesia, anche il cuore dev’esser sincero. A volte ci si sofferma nei pretesti, utilizzando i palliativi. La vita, invece, vuole realtà, decisioni e un pizzico di cattiveria quando necessita.
Come conservare ed organizzare il nostro armadietto delle medicine. La maggior parte degli Italiani commette grossi errori nella gestione dei farmaci in famiglia. Innanzitutto, troppi doppioni (farmaci con nomi diversi con lo stesso principio attivo) che portano al rischio di raddoppiare la dose giornaliera (classico esempio tachipirina e tachifludec, entrambi a base di paracetamolo, o aspirina, aspro e vivin C, tre farmaci sovrapponibili in caso di raffreddore o simili), un errore commesso frequentemente da chi è seguito da più medici.
Una descrizione del futuro prossimo venturo con delle proiezioni avveniristiche iper-tecnologiche che affascinano il lettore e lo immergono in una realtà romanzesca che definire fantascientifica sarebbe riduttivo. L’autore reinventa il genere e lo arricchisce con delle componenti prese a prestito dai romanzi thriller e da quelli di fanta-politica.
“Prima di conoscere Karim non mi sarebbe mai venuto in mente che il male finge sempre di fare il bene. Karim fingeva sempre di fare il bene, ed evidentemente lo aveva fatto anche quando uccideva o aiutava a uccidere degli innocenti. Il male non sa cosa sia il male finché qualcuno non gli strappa la maschera del bene” (pag.117).
Sbarcano al cinema, film per tutti i gusti: dalla commedia al genere “horror sentimentale”. "Faccio un salto all'Avana", "Cappuccetto Rosso Sangue", "Never say never", "Winnie The Pooh"...
Prendete le capacità logico-deduttive di Sherlock Holmes, aggiungeteci la carica umana del commissario Maigret, arricchite il tutto con le intuizioni tipicamente femminili di miss Marple, agitate il tutto e, per finire, immaginate un fisico “carrozzato” Pininfarina.
Tra ironia e leggerezza, i Subsonica tornano con il nuovo disco, Eden, senza dubbio più luminoso rispetto al precedente. Un percorso creativo assolutamente nuovo, caldo, intenso, il cd si articola in 11 brani diversissimi che mettono a confronto stati d’animo opposti.
In vetta alle classifiche, l’album “Vivere o niente”. La copertina del cd è già un film in cui Vasco, il fuggitivo, rivolge lo sguardo indietro agli inseguitori.
 



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