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LA II GUERRA MONDIALE VISSUTA DA PROTAGONISTA
Racconti da un partigiano sinaghino
Erminio Colombo
BUSTO ARSIZIO - Erminio Colombo, classe 1927, ormai un signore anziano, nato e tutt’ora residente a Sacconago, è uno dei pochi diretti testimoni che ci rimangono per conoscere l’atmosfera bustocca durante la Seconda Guerra Mondiale.
Divenuto partigiano nel 1944, a 17 anni, è stato poi riconosciuto pubblicamente, una volta terminata la guerra, tramite il tesserino “Brigata Alfredo Di Dio, sezione Alto Milanese”.
I suoi racconti sono molto coinvolgenti: dai prigionieri dei fascisti rinchiusi nel cortile della sua abitazione che egli aiutò a fuggire, alla proposta di reclutamento come sportivo testimonial dei fascisti, al presidio contro la colonia tedesca in fuga dopo il 25 Aprile.
 
Ecco di seguito alcune parti delle sue dichiarazioni.
Da quando e come è iniziata la sua attività come partigiano?
“Era il 1944, mi sono trovato nella Brigata Alfredo di Dio tramite parenti e amici che frequentavo; eravamo convinti che dovesse finire la guerra da un momento all’altro, quindi abbiamo iniziato ad avere idee per aiutare i partigiani.
Qualcuno diceva ad esempio: ‘Io ho un nonno con un fucile, posso prenderlo e sistemarlo per utilizzarlo all’occorrenza’; siamo partiti raccogliendo le armi vecchie che avevamo in casa e attaccando sui muri manifesti appositi di propaganda contro fascisti e tedeschi.
Ognuno di noi riceveva dei compiti tramite il passaparola ma nessuno sapeva chi fossero i capi, era tutto segreto, non avevamo una sede o un posto nascosto dove ci radunavamo, era già troppo pericoloso quello che facevamo, c’erano posti dove i capi si riunivano ma noi non sapevamo niente.
Il tesserino che dichiarava la mia appartenenza alla ‘Brigata Alfredo di Dio, Sezione Alto Milanese’ me l’hanno dato dopo il 25 aprile poiché era divenuta un’istituzione pubblica”.
 
Si è mai ritrovato in situazioni rischiose?
“C’erano tedeschi e fascisti in villa Calcaterra a Sacconago, arrestavano tutti quelli che trovavano dopo il coprifuoco delle nove nel caso in cui non avessero avuto i documenti in regola: se eri del ’26 ed eri a casa ti arrestavano e ti portavano a lavorare nei campi oppure in prima linea in guerra, perché saresti dovuto essere al militare con i fascisti, io ero in regola perché avevo ancora 17 anni.
Mi ricordo una sera, venivo dall’oratorio di Sacconago e avevo, nascosti nella camicia e nelle calze, dei fogli di propaganda contro fascisti e tedeschi da attaccare sul muro; quando sono arrivato vicino al mio portone (in via San Carlo al numero 5), l’ho trovato già chiuso: era stato utilizzato come posto di raduno e controllo per i sospettati.
Sbirciando dentro il portone ho visto contro il muro un militare con in spalla un fucile quindi sono tornato indietro per scappare, mi hanno sentito e mi hanno detto di fermarmi, ho continuato a correre verso la Piazza della Chiesa Vecchia e sono riuscito a far perdere loro le mie tracce, sono andato dietro la mia via e sono saltato dentro al mio cortile.
Trovandolo pieno di persone arrestate, ho suggerito a tutti il passaggio per scappare nel retro dal quale io ero entrato, molti si sono salvati, altri non hanno fatto in tempo e sono stati ripresi; io invece mi sono nascosto nel solaio di casa mia”.
 
Come avveniva il coprifuoco?
“Dalle nove di sera passava un aereo dei tedeschi che si chiamava ‘Pippo’ per controllare che le case fossero tutte oscurate, se vedevano una luce, mitragliavano giù; a Sacconago un paio di volte è suonato l’allarme per avvisare che stavano arrivando gli aerei militari americani.”.
 
Com’era l’atmosfera prima del 25 aprile? Eravate consapevoli che la guerra stesse per finire?
“No, perché ormai avevamo perso le speranze, ascoltavamo Radio Londra di nascosto per essere aggiornati sugli spostamenti degli americani e da troppo tempo sentivamo dire che mancava poco alla fine.
C’era tanta paura, senza che tu te ne accorgessi potevano prelevarti dal posto di lavoro e portarti in Germania a lavorare per loro; c’era il problema della fame, avevamo poco cibo, andavamo a Vercelli in bicicletta per prendere un sacchetto di riso per il risotto, avevamo le bici senza copertone, le scarpe erano fatte tutte di gomma di autarchia.
Non c’erano neppure le medicine, il pane era fatto di terra e segatura ma dalla fame che avevi lo mettevi in bocca e lo mangiavi, avere le patate voleva dire essere ricco; andavamo a rubare le pannocchie, le mettevamo sul fuoco e le mangiavamo, la frutta era acerba.
Una minima parte della popolazione aveva la possibilità di fare i soldi vendendo in nero, le povere famiglie che non avevano niente aprivano il cassetto del tavolo ma di pane non ce n’era; avevamo per questo la tessera: un cartellino che indicava quanto pane dovevamo prendere, tutte le mattine ti tiravano via i bollini per dire che l’avevi preso”.
 
Cos’è successo dopo l’annuncio della fine della guerra?
“Eravamo tutti in festa ma c’era ancora da lavorare: siamo andati a tirare fuori le armi nascoste, i sacchi delle munizioni e ogni gruppo è andato al comando; io sono andato alle scuole Manzoni dove è iniziato il raduno per distribuirci i compiti.
L’evento più importante nel quale mi sono trovato a partecipare è stato sicuramente quello per fermare la colonia tedesca in ritirata; venivano dalle zone di Vanzaghello, si erano fermati davanti al cimitero di Busto e volevano passare per il centro per andare poi verso la Svizzera; appena ricevuto l’annuncio del loro arrivo, noi partigiani radunati alle Manzoni siamo stati indirizzati a presidiare le vie, eravamo circa in 300 e oltre a noi se ne sono aggiunti molti di altri gruppi.
Ognuno si è posizionato sui tetti o sui balconi, io ed un compagno ci siamo collocati sopra una terrazza con un mitragliatore ‘Breda’ in mano ma mal funzionante.
Tutti noi eravamo poco o male equipaggiati, per spaventare i tedeschi siamo riusciti a far sorvolare la zona da un vecchio aereo mentre loro erano pieni di armi e attrezzature sofisticate però erano stanchi e stufi e molti di loro erano anche anziani.
Don Angelo Volontè, l’allora Parroco di Sacconago, andò a parlare con il generale della colonia tedesca per spaventarli e convincerli di arrendersi in quanto, se fossero andati avanti, non sarebbero riusciti a resistere all’attacco dei partigiani (cosa assolutamente non vera vista la differenza di mezzi in nostro possesso rispetto ai loro).
Tutti i membri della colonia allora si arresero lasciando solo l’imperterrito generale che, non accettando la sconfitta, si sparò un colpo di rivoltella.
Arrestammo tutti i militari e li portammo alla scuole Manzoni, alle scuole Ezio Crespi e nei pressi della sede attuale del mercato di Busto; noi partigiani avevamo il compito di sorvergliarli e di far svolgere loro dei lavori (come la pulizia per le strade) fino a che non arrivarono gli Americani e se ne occuparono loro.
Non ci capivamo con loro ma li aiutavamo portandogli del cibo, erano solo persone ormai anziane e stanche; molti di loro sono stati poi fucilati presso il cimitero di Sacconago, in una fossa scavata appositamente, e poi portati via”.
 
Prima di iniziare l’avventura con i partigiani ha avuto altri particolari episodi in contatto con il regime fascista?
“Era già il 1944 ma ancora non facevo parte dei partigiani, fu organizzata una gara di corsa a Sacconago (con partenza e arrivo presso la sede del CTE) e io volli partecipare.
Arrivai primo e fui fotografato insieme agli altri tre arrivati dopo di me; le foto furono appese presso la sede del partito fascista di Sacconago (dietro la Chiesa Vecchia).
Qualche giorno dopo ho ricevuto una chiamata da loro, mi hanno convocato in sede per chiedermi di fare parte della Milizia Volontaria come testimonial sportivo, avrei dovuto correre per loro in diverse gare; io risposi, fingendo, di avere problemi respiratori, ma, ovviamente, mi fecero fare dei controlli in ospedale per constatare la verità delle mie affermazioni,.
Riscontrando dagli esami che la mia salute era perfetta mi richiamarono dicendomi che sarei stato licenziato direttamente dal principale della ditta presso la quale lavoravo e sconfinato; fortunatamente il mio principale, nonostante appartenesse ai Fascisti, decise di non ascoltare i comandi e io mi salvai”.

 
Valentina Colombo
pubblicato il: 18/02/2012

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BUSTO ARSIZIO - “Impara l’arte e mettila da parte” ed usala nelle occasioni giuste per stupire ed incantare i tuoi ospiti. Dove la si può apprendere? Non solo dalla televisione, ma anche all’IPC Verri di Busto Arsizio dove sono partiti interessanti corsi di cucina grazie ai quali ci si può mettere alla prova in un’arte che richiede creatività ma anche disciplina...
All’età di 18 anni, un medico gli disse che era malato di cuore e che non avrebbe dovuto giocare a calcio. Gli venne consigliato di non insistere e di trovarsi un posto di lavoro che trovò in Fiat. Ma “Peo” non si arrese, il calcio gli piaceva troppo e “rischiò”. A Varese arrivò che aveva 27 anni, e non si mosse più, mettendo su famiglia e amicizie. In campo, difensore non certo della classe del fratello ma dalla grande determinazione e dalla incrollabile volontà, divenne e rimase un beniamino della tifoseria varesina…
LEGNANO - A pochissimi chilometri dalla “nostra” Busto Arsizio, c’è la città più hard e “focosa” d’Italia: Legnano. La città del Carroccio è risultata essere la più peccaminosa dopo un’indagine che ha tenuto conto dei dati di vendita del Viagra, della mappatura dei ritrovi per scambisti e delle percentuali di donne iscritte a siti di incontri extraconiugali (il 44 per cento è del Legnanese).
BUSTO ARSIZIO - Carlo Ceriotti, sedicenne, comandava nel 1944 il gruppo Moro appartenente alla 102esima Brigata SAP “Maurizio Macciantelli”. Siamo in piena guerra civile. Fermato dalla Sezione di Busto Arsizio della XVI Brigata Nera “Dante Gervasini”, venne portato nella caserma dislocata nelle scuole “De Amicis” di piazza Trento e Trieste, interrogato a suon…
BUSTO ARSIZIO - Speroni detiene un record tuttora imbattuto. A 17 anni e un giorno (appunto, la data è quella del 14 luglio 1912) è il più giovane partecipante ad una Maratona olimpica. La gara è quella di Stoccolma...
Nelle ore convulse del 25 Aprile 1945, tra la baraonda, la confusione ed il guazzabuglio che caratterizzano quella giornata memorabile, s’impone la necessità di risolvere un vitale problema: quello della liberazione della locale radio trasmittente dell’E.I.A.R. (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) che era situata nelle vicinanze dell’autostrada Milano-Varese, all’altezza dell’attuale svincolo, e diffondeva la voce dell’Italia fascista da via Mentana al civico 7, nel magazzino dello stabilimento De Dionigi.
L’industria cotoniera ha rappresentato per lunghissimo tempo, come è ben noto, l’autentica anima di Busto Arsizio, scrivendo grazie ai suoi pionieri pagine assai importanti e indelebili nell’ambito della intera storia della città e del territorio. Fra questi, spicca certamente il nome della famiglia Venzaghi.
Ai bambini che oggi frequentano i corsi di pattinaggio, il nome di Gian Carlo Castiglioni forse risulterà sconosciuto. Generalmente è più facile ricordare le gesta di un atleta piuttosto di quelle di un dirigente. Ma è giusto rammentare che, dietro ai successi degli atleti, c’è la passione, l’impegno economico, il tempo “rubato alla famiglia”, l’organizzazione, il sacrificio e le preoccupazioni di tanti dirigenti.
La tentazione di usare il difficile terreno delle brughiere per usi non legati al loro recupero agricolo è piuttosto antica. Già durante l’occupazione austro-ungarica della Lombardia la brughiera tra Lonate Pozzolo e il Ticino veniva utilizzata quale campo di esercitazioni militari.
Alle spalle dei giornalisti, nella tribuna-stampa del vecchio stadio di Busto Arsizio, c’è una targa che ricorda l’intitolazione dello stadio stesso al nome più leggendario che nell’ambito sportivo abbia avuto la città: Carlo Speroni.
"Abbiamo raccolto alcune ‘glorie’ della storia sportiva di Busto nell’intento - oltre che, naturalmente, di ricordarle e celebrarle - di avviare una riflessione sul presente sportivo della città”. Così inizia la breve introduzione al secondo “Filo Rosso” che “Manifattura Cittadina” - la lista civica che partecipa alle prossime elezioni Amministrative bustesi nella coalizione guidata da Carlo Stelluti - distribuisce in città.
BUSTO ARSIZIO - Le Stazioni ferroviarie sono inevitabilmente parte integrante, da sempre, della vita quotidiana di una città, per un insieme di ovvi motivi. Intere generazioni vi hanno sostato e vi sono transitate, per anni e anni, allegramente o meno, per diletto o per necessità di studio o di lavoro, trascorrendo in realtà all’interno della struttura o sui treni tanti momenti della propria esistenza.
BUSTO ARSIZIO - Una figura straordinaria, per passione, dedizione, competenza ed eleganza di comportamento. Una di quelle “Pietre vive” saggiamente individuate dall'Amministrazione comunale nell’ambito sportivo, a perenne memoria per quanto costruito con sincero attaccamento per lo sport cittadino, del tutto disinteressatamente.
La brughiera può essere utilizzata per scopi diversi dalla sua fruizione come ambiente naturale, fruizione perseguita preminentemente - credo - dal “Parco Lombardo della Valle del Ticino” che di fatto la contiene. Storicamente, però, la brughiera ha avuto - tra Ottocento e Novevento - una lettura e un progetto di reimpiego sostanzialmente agricolo.
Il Palazzetto dello Sport di Busto è intitolato a Maria Piantanida, figura leggendaria dello sport della nostra città; una figura che si stagliò netta e imperiosa, da sola e insieme alle sue brillanti compagne di squadra, negli “anni ‘20”, quando la formazione femminile della “Ginnastica Pro Patria Bustese Sportiva” furoreggiava a livello nazionale, diventando famosa (e rimanendo tale nella “storia” dell’atletica leggera italiana anche a distanza di anni) più della Pro Patria Calcio.
Dalla sua comparsa alla fine del secolo scorso dominò per decenni le strade principali della città. Dalla via XX Settembre alla piazza Manzoni, che attraversava per proseguire verso Gallarate.
Ecco alcune immagini di un determinato periodo della nostra storia. Siamo negli “anni ‘20”, precisamente nel 1924, due anni dopo la presa del potere da parte del Fascismo.
 



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