Al parcheggio…

Succede. Una signora, a bordo di una "city car" tenta di parcheggiare. La osservo, visto che "madame" ostruisce la strada ed ha a disposizione  almeno dieci metri da sfruttare per "mettere a riposo" (parcheggiare) la vettura e disperatamente, proprio disperatamente tenta di farlo

Gianluigi Marcora

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Succede. Una signora, a bordo di una “city car” tenta di parcheggiare. La osservo, visto che “madame” ostruisce la strada ed ha a disposizione  almeno dieci metri da sfruttare per “mettere a riposo” (parcheggiare) la vettura e disperatamente, proprio disperatamente tenta di farlo. La affianco, a bordo della mia vettura, informandola che non servono le quattro o sei manovre che ha svolto sinora per potere parcheggiare. Lo spazio c’è. E’ pure in abbondanza e la signora fa “vuole parcheggiarmela, lei?” con tono un tantino piccato. Di rimando (con grazia ed educazione) le dico che non serve il mio intervento: lo spazio non è esiguo, ma è pure in forte abbondanza.

Me ne vado, lasciandola al suo destino. D’improvviso mi torna in mente un vecchio detto Bustocco che è di grande attualità. Prima di svelarlo mi piace dire con entusiasmo che l’ho sentito prima da Felice Musazzi, “inventore e creatore” dei “Legnanesi” Compagnia teatrale oggi guidata magistralmente da Antonio Provasio (la Teresa, in scena) che recentemente si è visto nella Fiction di Rai 1 “Il mondo sulle spalle” con la parte del duro usuraio che voleva “aiutare” il disperato Enzo Muscia.

Qual è la frase? “a ti bisògna dati a sciloia o ùl carrarmò” che tradotta fa “a te, bisogna darti in mano (farti guidare) l’aratro o il carro armato“. In verità, Musazzi recitava “sciloria” nel suo Dialetto Legnanese, ma in Bustocco, si butta via la erre e si dice “chiloia“.

Per dire che chi non sa guidare o s’improvvisa di essere un buon ….autista, non può pretendere di avere una piazza d’armi per parcheggiare una vettura qualsiasi; se poi, la vettura è una “suppostina” (come dice la mia Ginevra per le mini car) allora, anche le regole per parcheggiare vanno rispettate.

Il “detto” mi ha fatto venire in mente un altro detto. Che è “faccia da cuprisèla” che la dice lunga su certi visi che non si osa commentare altrimenti. “Coprisèla” si sa cos’è. In un’epoca dove scorrazzavano le biciclette, l’involucro che copriva la sella era appunto chiamato “coprisella”, parola unica che identificava un accessorio importante per non sgualcire troppo presto la sella, coi suoi sfregamenti.

Se ne trovavano di tutti i tipi e la si allacciava sotto il sellino, in modo da non produrre troppi sfregamenti che causavano molteplici ….disturbi. Per gli uomini avrebbero potuti diventare “orchite” e, per le donne, qualcosa di peggio. Lo “sfregamento” durante la pedalata era da tenere sotto attenzione, per lo sfregamento dei testicoli che potevano produrre dolori all’apparato genitale.

Per le donne, si trattava di altra ….considerazione. Sempre per …sfregamento, ma dagli effetti tutt’altro che negativi. Ecco che, il “coprisella” metteva a posto qualsiasi amante della “due ruote” con particolare cura della persona.

Oggi, la bicicletta ha assunto forme e velleità …. spasmodiche. Ce ne sono ti tutti i tipi  costruite con tanti sofisticati materiali che garantiscono sicurezze assolute (in ogni senso) ma che hanno sempre i pedali da spingere e voglia di sudare identica al tempo che fu. Noi, in Italia eravamo (e forse lo siamo tuttora) maestri della bicicletta. Parcheggiarla, poi non è così difficile. Basta avere una rastrelliera a disposizione.

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