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Amore d’altri tempi

Un ricordo, d’improvviso. Parrocchia San Michele a Busto Arsizio ….. un tempo, in città c’erano due Parrocchie: San Giovanni Battista e San Michele Arcangelo; “in mezzo”, il Santuario di Santa Maria di Piazza. Quel “tempo” vedeva i due rioni “l’uno contro l’altro armato” nel senso che ciascuno voleva essere “il primo” e snobbava l’altro…..un po’ come i ….Montecchi e i Capuleti a Verona (per capirci).

Un baldo giovane del rione San Michele “morosava” (oggi si dice flirtava) una stupenda creatura femmina del rione San Giovanni e non c’era verso di farli smettere. Insomma: i due ragazzi si incontravano quasi in incognito, ma col consenso delle rispettive famiglie.

Fatto è che un giorno, “quelli di San Giovanni” tesero un “agguato” al giovane di San Michele e le “minacce” erano abbastanza sostenute. L’avvertimento era (lo scrivo in Dialetto Bustocco, ovviamente): “tì, va a tò dona a cà tua” (vai a prendere moglie nel tuo rione) a cui sono seguite “promesse …. corporali”

Il giovane signore di San Michele, per nulla impaurito, continuò a frequentare la ragazza di San Giovanni che era una “particulàr” (un tempo si diceva così a una ragazza che non faceva la contadina), fino a quando fu scoperto. Siccome l’amore vince, il giovane Pasquale Marcora (poi diventato mio nonno) non voleva proprio mollare la presa e, per buona pace dei detrattori, continuò a “morosare” la sua Luigia Azzimonti  (che poi divenne mia nonna). Qual è il particolare?

Che la Luisina (così la chiamava lui) lavorava sui telai e il Pasqualeau (così lo chiamava lei) …notato il detto alla …francese? – successe che un tristissimo giorno, una navetta impazzita è uscita dal binario e con tanta potenza finì la sua corsa nell’occhio di nonna ….nell’occhio della Luisina. Scoramento generale con tanto di ….. “pianti e stridor di denti”.

Si incontrarono, Luigia e Pasquale e con estremo coraggio, la ragazza (19 anni) era rassegnata “mò, te me òi pu” (ora non mi vuoi più) e come tutta risposta ottenne una frase lapidaria da Pasquale (23 anni) “dighi al tò pà da preparà i carti ca ta spusu” (riferisci a tuo padre di preparare le carte che ti sposo). Che aggiungere?

Luigia e Pasquale “misero su casa“: lei sempre a lavorare in tessitura e lui, diplomato fuochista “in dùl Mugiòni” (la Stamperia Pozzi). Dal loro matrimonio (credetemi sulla parola, ma accettate pure l’affermazione con beneficio di inventario – so che dico il vero, su testimonianza di parenti viventi) sono nati 18 figli (16 parti – mio padre e lo zio Giannino avevano ciascuno un gemello, purtroppo morti in poco tempo).

Non ho avuto la fortuna di conoscere nonna Luisina e nonno Pasqualeau (lei è morta nel 1943 e lui nel 1939 mentre io sono nato nel 1946), ma papà mi diceva (confortato dal parentado) che io non solo ho ereditato il nome dalla nonna, ma avevo lo stesso carattere.

Vero che ho raccontato una “storia mia“, ma era per significare com’era la realtà di quei primi anni del ‘900 rispetto ai tempi attuali. Non ho malinconia, perbacco, ma è per testimoniare un matrimonio  duraturo vissuto nel reciproco rispetto e sicuramente dentro l’amore.