“Dallo scudetto ad Auschwitz”
Arpad Weisz, l’allenatore del grande Bologna travolto dalla Shoah

La storia, non solo di calcio, di Arpad Weisz, è stata raccontata ai soci del Panathlon Club “La Malpensa”, durante il tradizionale meeting del mese, da Matteo Marani

Ottavio Tognola

olgiate olona

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L’allenatore ebreo che vinse due scudetti con il Bologna dei “miracoli” e che fu deportato ad Auschwitz durante la seconda guerra mondiale. Una storia, non solo di calcio, è quella di Arpad Weisz, raccontata ai soci del Panathlon Club “La Malpensa”, durante il tradizionale meeting del mese, da Matteo Marani, vice direttore di Sky Sport e autore del libro “Dallo scudetto ad Auschwitz. Vita e morte di Arpad Weisz” che narra in maniera documentatissima la storia personale dell’allenatore ebreo-ungherese che in Italia fece grandi i rossoblù, allora noti a tutti come “lo squadrone che tremare il mondo fa”.

Matteo Marani, giornalista bolognese di Bologna, dopo una ricerca di tre anni è giunto alla pubblicazione del volume che, martedì sera all’Idea Verde di Olgiate Olona, ha presentato ai soci del Club presieduto da Enrico Salomi.

Ma chi è e come si evidenzia la figura di Arpad Weisz nel contesto della seconda guerra mondiale? Ebreo ungherese classe1896, nel 1925 giunse in Italia come calciatore dell’Alessandria diventando poi negli anni allenatore dell’Ambrosiana Inter e del Bologna che portò agli scudetti del 1936 e ‘37. Un vero e proprio maestro di “football” a cui si devono l’esordio di uno dei più grandi calciatori italiani come Peppino Meazza e i trionfi del Bologna dove militava anche il bustocco “Carletto” Reguzzoni.

Bologna che Arpad Weisz ha apprezzato e amato, vivendola nella sua pienezza con la famiglia, la moglie Elena e i figli Roberto e Clara. Ma nel 1938, con il varo delle leggi razziali fasciste (e dopo che il Bologna aveva licenziato il suo tecnico in omaggio alle leggi razziali), iniziò l’incubo e il lungo peregrinare per Weisz e la sua famiglia. Prima raggiunsero Parigi, poi andarono in Olanda dove dal campo di Westerbork, il 2 agosto del 1942 alle sette del mattino, la Gestapo li catturò e li deportò ad Auschwitz.

La moglie Elena e i figli Roberto (12 anni) e Clara (8 anni), il 5 ottobre 1942 morirono nella camera a gas. Il 31 gennaio del 1944 anche papà Arpad, dopo 16 mesi nel lager, viene trovato morto di freddo, di fame, di solitudine e di disperazione.

Questa è la storia drammatica e commovente di un grande uomo che Matteo Marani ha riesumato dall’oblio grazie alla collaborazione di Giovanni Savigni, amico d’infanzia di Roberto Weisz, che da settant’anni cercava qualcuno in grado di raccontargli la fine del compagno di giochi infantili.

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