VITO RIMOLDI SpA
Guarnizioni con la… laurea!

Il passaggio di testimone da una generazione all’altra, all’interno di un’azienda, è sempre una fase complessa e delicata, che va gestita con cura.

Luciano Landoni

Legnano

Pubblicato il:
Il passaggio di testimone da una generazione all’altra, all’interno di un’azienda, è sempre una fase complessa e delicata, che va gestita con cura.
 
“Io ho cominciato a lavorare a 14 anni, durante il dopo-scuola, e ho sempre pensato che prima o poi sarei subentrato a mio padre nella conduzione dell’azienda di famiglia.
Un conto, però, sono le nostre previsioni e un altro è quello che ci riserva il destino. Il 7 gennaio 1979 mio padre si è gravemente ammalato ed io, affiancato da mia sorella Gabriella, ho dovuto prendere il suo posto subito, senza… preavviso”.
Claudio Rimoldi, oggi quarantottenne e all’epoca della “successione traumatica” ventenne, spiega così l’inizio della sua esperienza imprenditoriale alla guida, con la sorella Gabriella, della Vito Rimoldi SpA di Legnano.
“L’azienda l’ha fondata mio papà Vito nel 1940, dopo aver lavorato come rappresentante di commercio. Si producevano cinghie e guarnizioni in cuoio. Nel corso degli anni si è passati dal cuoio alla gomma, ricordo che si lavorava in particolare per i costruttori di valvole di Rescaldina.
I primi rudimenti della professione me li ha insegnati mio padre, così come ha insegnato a mia sorella Gabriella la partita doppia. Per fortuna l’ha fatto, altrimenti non so come ce la saremmo cavata”.
Allude ovviamente alla malattia che ha costretto suo padre Vito ad abbandonare la gestione aziendale?
“Certo. Ricordo perfettamente come, quella maledetta mattina, anziché continuare il mio percorso scolastico dovetti fiondarmi subito in azienda e cercare, fra mille problemi e altrettante incertezze, di mandare avanti la baracca. Altro che successione generazionale come la insegnano nelle scuole di management! La mia aula universitaria è stata la fabbrica. Anche mia sorella Gabriella, appena diplomata in lingue, in procinto di partire non ricordo più se per la Germania o l’Inghilterra e intenzionata a intraprendere una carriera professionale che nulla avrebbe avuto a che fare con la produzione di guarnizioni e articoli tecnici, fu costretta ad affiancarmi, occupandosi dell’amministrazione”.
Non c’è che dire: un vero e proprio salto nel… vuoto!
“Proprio nel vuoto no. Come ho già detto, qualche insegnamento nostro padre ce l’aveva trasmesso. Diciamo che siamo stati obbligati a bruciare le tappe e a conquistarci la fiducia dei fornitori e dei clienti. Se ripenso al mio primo giro dei fornitori a Milano, mi vengono ancora i brividi. Devo dire però che nessuno si è messo di traverso e così non ci sono stati particolari ostacoli lungo il percorso di sviluppo dell’azienda. Certo, i sacrifici sono stati tanti: si cominciava a lavorare alla mattina alle 8 senza neanche pensare all’orario di chiusura”.
La cosa più difficile?
“La responsabilità più grossa che avvertivo era quella di dimostrare ai clienti che potevano stare… tranquilli. La preoccupazione quotidiana era, ed è, quella di garantire lo sviluppo dell’azienda”.
Claudio Rimoldi, modesto di natura, non lo dice, ma i numeri che testimoniano la crescita della Vito Rimoldi parlano chiaro: dai 79 milioni di vecchie lire fatturate nel 1978 ai 140 milioni di fine 1979, per arrivare agli attuali 6 milioni di euro con 23 dipendenti occupati e 200 milioni di guarnizioni prodotte all’anno. “Mio padre mi ha anche insegnato – si schermisce Claudio Rimoldi – che non bisogna mai scendere a compromessi con la qualità del prodotto e occorre puntare sempre e comunque al meglio del meglio, utilizzando i materiali più pregiati e avvalendosi delle tecnologie più innovative. È questa la base della nostra crescita”.
La svolta quando si è verificata?
“Alla fine degli anni ’80, allorché abbiamo cambiato la sede: dal centro alla periferia di Legnano, dove ci troviamo tuttora. Nel 1995 abbiamo costruito la palazzina direzionale, con un investimento non indifferente. Nello stesso anno è scomparso mio padre. L’anno successivo abbiamo acquisito un’impresa specializzata nella realizzazione di tubi oleodinamici e abbiamo allargato il raggio della nostra azione, coprendo un mercato sempre più vasto.
Di pari passo sono cresciuti anche gli addetti occupati”.
Tutto questo avendo sempre come core business la produzione di guarnizioni in gomma?
“Sostanzialmente sì. La guarnizione sembra un prodotto… banale, anzi banalizzato. In effetti, il processo produttivo è abbastanza semplice. Ma noi, seguendo in pieno la filosofia lavorativa di mio padre Vito, abbiamo sempre cercato di differenziarci rispetto alla concorrenza”.
Come?
“Innanzi tutto, scegliendo sia i materiali che i fornitori più affidabili e autorevoli dal punto di vista qualitativo, senza mai puntare sulla semplice convenienza del prezzo più basso. Poi, cercando di individuare nicchie di mercato per le quali il mix ottimale fra materie prime eccellenti, produttività elevata, prezzi di vendita competitivi, garanzia assoluta di tenuta nel tempo del nostro prodotto fosse la formula giusta! È chiaro che per raggiungere questo insieme di caratteristiche occorre sempre porre la massima attenzione all’eccellenza produttiva intesa come utilizzo delle tecniche produttive più avanzate e professionalità delle maestranze particolarmente elevata”.
Ricerca e innovazione, quindi, rappresentano per voi delle costanti?
“Assolutamente sì! Da anni collaboriamo con il Politecnico di Milano per affinare sempre di più i nostri processi produttivi e, anche grazie all’eccellente supporto che ci fornisce la Compagnia delle Opere, siamo costantemente attenti alla formazione professionale. In soldoni, posso dire che nel prossimo triennio investiremo oltre 1 milione e mezzo di euro fra ricerca applicata, innovazione di processo e formazione”.
Più nel dettaglio, in che cosa consiste esattamente la collaborazione con il Politecnico di Milano?
“Per esempio abbiamo realizzato un progetto di miglioramento del processo produttivo per la fabbricazione di particolari guarnizioni con una conicità estremamente ridotta, rispetto a quanto avveniva prima, e quantificabile in pochi centesimi di millimetro. Un passo in avanti che ha aumentato ulteriormente l’affidabilità della nostra produzione. Più qualità uguale a più competitività!”.
Senza mai dimenticare l’importanza del fattore umano.
“Ci mancherebbe. Il capitale umano è quello che fa la differenza. Per utilizzare tecnologie sofisticate c’è bisogno di personale altamente qualificato. Si parla di mano d’opera, ma sarebbe più giusto dire: menti d’opera! Da noi lavora già un giovane ingegnere meccanico, entro breve tempo assumeremo almeno altri due ingegneri. È mia intenzione proseguire lungo questa strada di eccellenza professionale, abbiamo cominciato dalla produzione e andremo avanti coprendo altre aree vitali dell’azienda: dalla programmazione alla logistica”.
La vostra espansione prevede anche una penetrazione nei mercati esteri?
“Oggi come oggi l’export incide per circa il 15% sul fatturato complessivo di 6 milioni di Euro. Nel giro di tre o quattro anni arriveremo al 50%”.
Un programma ambizioso.
“È senz’altro alla nostra portata. Per ora esportiamo in Europa. Continueremo a farlo e cercheremo di imporci anche nei Paesi del Far East, cercando sempre di occupare i mercati di nicchia per i quali, come ho già detto, il fattore qualità è fondamentale”.
La Cina è un pericolo oppure un’opportunità?
“Per noi rappresenta un grande mercato potenziale, da studiare con attenzione e da sfruttare”.
 
Anche in questo caso non si può certo dire che vi manchi l’ambizione.
“Mio padre mi diceva sempre che la cosa più importante è… alzare la testa e guardare lontano, senza mai considerare la propria azienda semplicemente e solamente come un’entità locale, dove per locale si intende il mercato nazionale.
A maggior ragione, nell’epoca della globalizzazione, questa raccomandazione io ce l’ho sempre presente!”.
Nel mercato globale, però, la competizione non coinvolge solo la singola impresa, ma il “sistema Paese” di cui la stessa impresa fa parte; da questo punto di vista come la mettiamo?
“Non troppo bene, purtroppo. Le piccole e medie imprese italiane sono riuscite a svilupparsi nonostante il contesto socio-politico che le circonda e che è terribilmente penalizzante. Il piccolo imprenditore è mosso da una grande passione per il proprio lavoro. Il bilancio aziendale non è adeguato per ripagare lo sforzo e l’amore che l’imprenditore ci ‘mette’ dentro. Non è che ci speri troppo, però mi illudo che le prossime elezioni politiche possano cambiare qualche cosa”.
Cosa esattamente?
“Chi lavora e chi fa impresa è soffocato dalle tasse troppo elevate, a cui lo Stato non fa seguire servizi degni di questo nome, e dalla struttura del costo del lavoro, zavorrato da tasse e contributi, che costa tantissimo alle aziende e rende poco ai dipendenti. Dal lordo al netto dello stipendio, per intenderci, c’è un divario spropositato. Una cosa assurda che si verifica solo in Italia”.
 
l’[email protected] n. 11 del 21 marzo 2008

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