SANPLAST
La plastica migliore del mondo è “Made in Italy”!

Una storia di... ordinaria straordinarietà quella di Raimondo Santoro, classe 1956, piccolo imprenditore con il “genio della plastica” nel proprio dna. Suo padre Giovanni, per trovare lavoro, è costretto ad abbandonare la Sicilia e ad andarsene in Francia, dove diventa minatore per mantenere se stesso e la propria famiglia; nel frattempo Raimondo cresce e studia con passione, scoprendosi amante della meccanica.

Luciano Landoni

Busto Arsizio

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Una storia di… ordinaria straordinarietà quella di Raimondo Santoro, classe 1956, piccolo imprenditore con il “genio della plastica” nel proprio dna. Suo padre Giovanni, per trovare lavoro, è costretto ad abbandonare la Sicilia e ad andarsene in Francia, dove diventa minatore per mantenere se stesso e la propria famiglia; nel frattempo Raimondo cresce e studia con passione, scoprendosi amante della meccanica.
“Sono tornato in Italia nel 1974, avevo 18 anni, e ho scoperto due cose: per il mio Paese d’origine ero un… analfabeta, senza alcun titolo di studio, e renitente alla leva militare. Insomma, un disertore senza arte né parte. Il tutto perché, a causa degli intoppi burocratici, la mia comunicazione di cambio di residenza non era mai stata considerata.
 
Ho fatto causa allo Stato italiano e l’ho pure vinta. Inoltre, ho finito il servizio militare e ho (ri)conseguito la licenza elementare e media tramite studi serali. Naturalmente – spiega Raimondo Santoro, interrompendo un attimo il suo lavoro all’interno dell’officina meccanica in quel di Busto Arsizio – ho trovato il tempo di lavorare. A Busto Arsizio in un’azienda di materie plastiche che adesso, purtroppo, non esiste più.
La mia specializzazione è sempre stata quella di riparare gli impianti per il trattamento delle materie plastiche. Li riparavo e pensavo come migliorarli, costruendone di nuovi”.

Una crescita professionale nata dall’esperienza diretta e arricchita, giorno dopo giorno, dall’analisi dei problemi e dalla capacità di risolverli?
“Esatto, non avrei potuto dirlo meglio! Mi piace definirmi un… inventore artigianale con la voglia e soprattutto la passione di sporcarsi le mani, senza mai dimenticare di far funzionare al massimo il cervello. Ho lavorato alle dipendenze fino alla fine degli anni 80 e poi…”.

Cosa è successo?
“Il 16 marzo del 1989, me lo ricordo come fosse capitato ieri, a causa di una lite con la moglie del titolare dell’azienda dove lavoravo, ho deciso di andarmene e di diventare imprenditore di me stesso. Ho abbandonato un posto sicuro e molto ben retribuito, dove ero sostanzialmente il capo della produzione, per tentare la sorte. D’altra parte, non potevo fare altrimenti. Per me una delle cose che contano veramente è il rispetto delle persone. Un mio collega era stato… maltrattato e a me è sembrato del tutto logico e naturale difendere le sue ragioni. Per farlo mi sono scontrato con chi ha minacciato di licenziarmi. Ho preso al volo l’occasione e me ne sono andato io!”.

Per andare dove?
“Mi sono rivolto ad un facoltoso imprenditore di Busto Arsizio, costruttore di impianti per materie plastiche, e lui mi ha procurato i primi clienti e così è nata la Sanplast: un’azienda individuale nella quale io e i miei due figli, Alessandro e Michael, lavoriamo con entusiasmo e parecchie soddisfazioni”.

Raimondo Santoro, come tutte le persone abituate a fare bene, anzi, benissimo il proprio lavoro, è troppo modesto.
La Sanplast, in realtà, è depositaria di una serie di brevetti internazionali che ne fanno la numero 1 al mondo nella progettazione e fabbricazione di cestelli modulari.

Cos’è un cestello modulare?
“Si tratta, in pratica, di una ‘gabbia meccanica’, in gergo tecnico si chiama ‘guidabolla’, che, attraverso dei sensori elettronici, è in grado di controllare in ogni istante la qualità della produzione di film di plastica per le più svariate funzioni d’uso. Si parte – specifica Raimondo Santoro – dai granuli di polipropilene o di polietilene, oppure ancora combinazioni fra i due, che vengono fusi fra loro e la ‘pasta’ che ne deriva viene convogliata all’interno del cestello modulare e soffiata verso l’alto. Provi a immaginare una specie di… vulcano di materie plastiche con il camino circolare al cui interno le pareti della colonna del film di plastica, di diversi metri di diametro, sono costantemente monitorate per mantenere con precisione assoluta lo spessore voluto del film stesso, la velocità di produzione e l’innalzamento”.

La ‘bolla rotante’ – come viene definita tecnicamente la colonna di film in plastica – ingabbiata all’interno del cestello a sua volta rotante, è supportata da un sistema mobile di filtraggio fumi (provocati dagli additivi esausti che sono sostanze di scarto derivanti dalla trasformazione dei granuli di plastica in film soffiato), da uno “schermo bolla” (vale a dire un’area che l’operatore può sfruttare per verificare lo svolgimento del processo produttivo), da scivoli convogliatori, da allineatori orizzontali e verticali e dal gruppo di traino. Insomma, una tecnologia estremamente sofisticata di cui Sanplast possiede i principali brevetti di fabbricazione.
“Nel 2007 abbiamo brevettato la nostra macchina. I clienti avevano bisogno di qualità e efficienza e noi gliele abbiamo date! Il valore dei macchinari oscilla da un minimo di 4.000 Euro fino ad arrivare a dieci volte tanto. Abbiamo realizzato impianti per la lavorazione di bolle rotanti di quasi 8 metri di diametro e ne abbiamo progettato uno capace di gestirne una di quasi 12 metri!
Il film di plastica prodotto ha mille usi finali: dai sacchetti per la spazzatura a quelli per la spesa al supermercato; dai teloni per le coperture agricole a quelli necessari per la raccolta delle acque; dalle buste in plastica per le boutique sofisticate alle sacche per la raccolta di sangue. L’importante è la qualità: spessore costante e omogeneità per permettere, quando ce n’è la necessità, di saldare i film di plastica l’uno con l’altro con perfezione assoluta”.
La piccola impresa di Busto Arsizio occupa una decina di persone e fattura circa 2 milioni di Euro all’anno, il 70% del fatturato viene indirizzato verso i mercati esteri: Taiwan, Cina, Scozia, Stati Uniti, Canada, Danimarca, Finlandia.
“Dico sempre – osserva Raimondo Santoro – che un’azienda diventa grande, qualitativamente parlando, quando ha ottimi operai che non si sanno… amministrare. Nel senso che se lo facessero sarebbero degli imprenditori a loro volta! Aggiungo una cosa: un conto è… fare il padrone e un altro è fare il titolare che considera i propri collaboratori come la sua risorsa più preziosa. Non dimentichiamoci mai che siamo tutti uguali e ognuno deve riconoscere e rispettare la dignità dell’altro”.
Non solo imprenditore, ma pure filosofo illuminato, anzi, illuminista (non dimentichiamo gli studi “made in France” di Raimondo).
 
l’[email protected]online – 28 novembre 2013

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