MARIO CAVELLI SpA
Per conquistare il futuro ci vuole… stoffa!

Settore tessile uguale a settore maturo: un’espressione eufemistica per non parlare di mancanza vera e propria di reali prospettive future. Vero o falso?

Luciano Landoni

Busto Arsizio

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Settore tessile uguale a settore maturo: un’espressione eufemistica per non parlare di mancanza vera e propria di reali prospettive future. Vero o falso?
I profeti del declino industriale tout-court, per avvalorare il proprio pessimismo, citano spesso l’esempio ricordato prima.
“Non è vero! Il tessile è tutt’altro che un settore del passato, anzi è più che mai proiettato nel futuro.
Lo scopo della ricerca che viene svolta all’interno delle aziende del comparto produttivo è quello di creare prodotti sempre più confortevoli e sempre più finalizzati ad aumentare il benessere delle persone!”.
Mauro Cavelli, 66 anni, Presidente della Mario Cavelli SpA di Busto Arsizio, azienda fondata nel 1933 da Mario Cavelli (padre di Mauro) e Antonio Genellina, non ha dubbi circa le possibilità e soprattutto le capacità di crescita del tessile made in Italy. “Certo – precisa – bisogna puntare decisamente sulla ricerca e l’innovazione sia di processo che di prodotto. Solo così ci si può evolvere e rimanere competitivi in un mercato sempre più allargato e sempre più agguerrito”.
Le parole di Mauro Cavelli – che è anche Presidente del gruppo merceologico Filature e Tessiture facente capo all’Unione degli Industriali della Provincia di Varese – traggono significato dall’esperienza imprenditoriale diretta.
“Mio padre lavorava in una sartoria e, dopo aver deciso di mettere su un’azienda propria, acquistò dei vecchi telai e cominciò a produrre tessuto per materassi, il cosiddetto tarlisu: un nome che ha scandito la storia tessile di Busto Arsizio. Per consegnare le pezze utilizzava un semplice furgoncino, dato che il corriere costava troppo.
Col passare degli anni l’attività si è specializzata nella produzione di tendaggi e tessuti per l’arredamento. Dopo la guerra, nel 1955, è stato realizzato il filato di poliestere e ha preso il via la nuova… era del tendaggio. Da lì è stata un’evoluzione continua: articoli in poliestere misto lino, cotone, seta, viscosa e così via. A 19 anni ho cominciato a lavorare nell’azienda paterna, con mio fratello che qualche anno fa ha deciso di cambiare completamente vita: adesso lavora a fianco della Caritas”.
Indubbiamente, una scelta di cambiamento radicale. Così è rimasto… solo?
“Al contrario, sono affiancato dai giovani. Gli azionisti dell’azienda sono i miei due figli: Cristiano e Matteo e i miei due nipoti: Alessandro e Roberta. Cristiano si occupa dell’area commerciale, Matteo dell’amministrazione, dei fornitori, dei rapporti col personale e segue i nuovi prodotti. Alessandro è il responsabile della tintoria e Roberta lavora in amministrazione. Tutti si sono fatti la loro gavetta e hanno dovuto dimostrare di avere le capacità per rimanere in azienda. Nessuna rendita di posizione per nessuno, su questo non transigo!”.
È vero che le produzioni tessili per “sopravvivere” devono delocalizzare?
“La nostra è sempre stata una produzione verticalizzata per garantire qualità assoluta, velocità di consegna e grande know-how. Abbiamo cominciato con l’orditura, la tessitura, la filatura, la torcitura, la tintoria-finissaggio, la stamperia e il ricamificio. Nel corso degli anni abbiamo eliminato, per questioni di convenienza, la torcitura e la filatura. Attualmente il ciclo produttivo si suddivide fra Lurago Marinone, in provincia di Como, dove si trovano l’orditura e la tessitura e Busto Arsizio, dove operano la tintoria, il ricamificio e la stamperia.
A Busto occupiamo ancora la sede storica in corso Italia, mentre dal settembre del 2001 è stata inaugurata la nuova sede situata nella zona industriale che ospita il grande magazzino automatizzato, gli uffici commerciali e amministrativi, oltre agli stilisti responsabili della ricerca e dello sviluppo di nuovi prodotti”.
In che misura l’azienda è indirizzata verso i mercati esteri?
“Fatturiamo 18 milioni di Euro e il 40% va all’estero: principalmente in Europa, ma abbiamo degli ottimi sbocchi in Medio ed Estremo Oriente, senza dimenticare l’America del Nord”.
Più ricerca e più innovazione per mantenersi competitivi, tutto questo in concreto cosa significa per la Mario Cavelli?
“Dei nostri 120 dipendenti, quasi il 10% si dedica esclusivamente allo studio di nuovi prodotti e all’individuazione di nuove soluzioni innovative. Per noi la componente creativa è di importanza strategica. Ogni anno investiamo almeno il 5% del fatturato complessivo in ricerca”.
La Cina è un pericolo oppure un’opportunità?
“È un’opportunità. Stiamo entrando in quel mercato al cui interno il made in Italy è ricercato e apprezzato. I nostri sono ovviamente prodotti di qualità in tendenza con le richieste dei clienti cinesi maggiormente facoltosi. Le quantità non sono particolarmente considerevoli e quindi non vengono nemmeno… copiate. In ogni caso, il problema della copiatura e della contraffazione non ci tocca dal momento che praticamente ogni giorno sforniamo nuovi prodotti!”.
In molti parlano dell’importanza del made in Italy, molte volte però di “fabbricato in Italia” c’è solo l’etichetta (e magari nemmeno quella!) e tutto il resto viene realizzato all’estero e commercializzato in Europa a prezzi ultra-amplificati.
“Si tratta di un problema di serietà e correttezza. Purtroppo continuano a non esserci controlli seri e di conseguenza si perpetuano simili anomalie. Ognuno fa quello che vuole”.
Fa riferimento alla cosiddetta “tracciabilità del prodotto” in maniera tale da conoscere esattamente chi fa che cosa e come e dove la fa?
“Sono uno dei sostenitori e dei fautori della tracciabilità. Bisognerebbe istituire la tracciabilità dell’azienda nella sua interezza, in modo tale da far comprendere senza equivoci o inganni di sorta che il determinato prodotto è veramente realizzato in Italia. Il made in Italy deve essere sinonimo di stile, bellezza, creatività”.
Dazi… sì o no?
“Sono inutili. Rappresentano più un danno che un vantaggio. Ciò che dà veramente fastidio alle imprese esportatrici è che si mantengono ad arte certe monete sottovalutate: con il dollaro e lo yuan deboli da un lato e l’euro forte dall’altro è chiaro che diventa difficile esportare per le aziende europee in generale e italiane in particolare, persino Prodi l’ha capito!
Si dice che l’euro forte ci fa pagare meno il petrolio e allora come mai il prezzo della benzina non scende sostanzialmente mai? C’è qualche cosa che non funziona! Inoltre, si continua a parlare di Cina, ma ci si dimentica della Turchia: la lira turca è svalutata e inoltre i turchi vendono in dollari e hanno pure dei rimborsi all’esportazione! Senza parlare poi dell’utilizzo di prodotti per il finissaggio che possono essere nocivi per la salute”.
Come si può fronteggiare la “concorrenza impossibile”?
“L’ho già detto: le uniche ‘armi’ sono la ricerca e l’innovazione. Da questo punto di vista il tessile è un settore proiettato nel futuro, altro che maturo! Noi abbiamo realizzato tessuti ignifughi, antibatterici, antiacari, antimacchia, antiallergia.
Senza dimenticare i tessuti termo-regolanti che, a seconda della temperatura esterna, trasmettono calore o freddo. Ci sono poi i tessuti antiraggi ultravioletti, quelli anti onde elettromagnetiche e quelli antismog.
Tutte queste tecniche produttive si basano sullo sfruttamento delle nano-tecnologie che vengono letteralmente introdotte nei tessuti fornendo agli stessi le caratteristiche volute. Le applicazioni sono innumerevoli: nelle case, negli ospedali, negli alberghi. La ricerca è finalizzata ad aumentare il benessere delle persone sia negli ambienti domestici, sia in quelli di lavoro. C’è bisogno di un’azione di marketing e di educazione vera e propria del mercato affinché queste straordinarie caratteristiche del prodotto tessile innovativo vengano conosciute e utilizzate”.
La singola impresa, soprattutto se di piccole dimensioni, come può farsi carico autonomamente delle politiche di ricerca?
“Bisogna puntare su quella che personalmente definisco la catena virtuosa della ricerca. Noi, per esempio, collaboriamo attivamente con il Centro Tessile Cotoniero e Abbigliamento di Busto Arsizio e con il Politecnico di Milano, oltre che con i nostri stessi fornitori. Ripeto poi che è fondamentale l’informazione: per un ristorante i tessuti antimacchia e ignifughi sono fondamentali, così come possono esserlo quelli antibatterici, antimacchia e ignifughi per un ospedale. Inoltre, le differenze sul piano dei costi sono più che accettabili”.
Quale sarà il futuro della Mario Cavelli?
“Stiamo puntando molto sui prodotti naturali: lino, seta, cachemire, in diverse combinazioni fra loro. Inserendo nei filati il lurex si ottengono degli effetti cromatici veramente straordinari, da questo punto di vista le tendenze della moda si riversano sul tessile per l’arredo casa. Un altro fattore importante è naturalmente il servizio al cliente. I nostri prodotti, tendaggi e tessuti per l’arredamento, vengono proposti mediante ‘foto ambientate’, create dai nostri grafici, nelle quali sono riprodotti salotti e camere in maniera tale da fornire un’informazione precisa e completa al cliente”.
Il Governo Prodi ha compiuto da poco un anno di vita: le imprese progrediscono “grazie” o “nonostante” le istituzioni made in Italy?
“Andiamo avanti… nonostante tutto e tutti. Faccio solo due esempi per dimostrare la sostanziale incompetenza dei nostri governanti: hanno promulgato una legge retroattiva sulla impossibilità di detrarre i costi dei terreni acquistati mediante leasing, prima si poteva farlo adesso non è più possibile.
Noi, nel 2001, abbiamo costruito la nuova sede nella zona industriale di Busto, occupando una superficie di oltre 6.000 metri quadrati, per 5 anni abbiamo applicato la detrazione, poi improvvisamente… Secondo esempio: mentre prima si poteva mettere a costo il 50% delle spese riferite alle auto aziendali, oggi, in rapporto ad un pronunciamento dell’Unione Europea, non si può più farlo. E noi come ci muoviamo?
In bicicletta? Le regole vengono letteralmente stravolte dalla mattina alla sera, in corso d’opera. Alla nostra azienda queste ‘belle’ pensate governative costano qualche cosa come 300.000 Euro all’anno!
Oneri estremamente pesanti e assolutamente imprevisti ed imprevedibili. È da cinquant’anni che sono in azienda e tutto quello che ho fatto l’ho sempre fatto senza mai contare minimamente sulle istituzioni pubbliche italiane! Ho idea che dovrò continuare così”.
 
l’[email protected] n. 25 del 22 giugno 2007

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