Alberflex Srl
Dove vai se i “cavi flessibili” non li hai?

Alberflex Srl: nel nome sta la spiegazione (del core business).
Sembra uno scioglilingua in (quasi)rima, invece si tratta semplicemente della ragion d’essere di una piccola industria manifatturiera fondata nel 1967 da Giorgio Cozzi

Luciano Landoni

cairate

Pubblicato il:

Alberflex Srl: nel nome sta la spiegazione (del core business). Sembra uno scioglilingua in (quasi)rima, invece si tratta semplicemente della ragion d’essere di una piccola industria manifatturiera fondata nel 1967 da Giorgio Cozzi, classe 1942, in quel di Gallarate. “La nostra ragione sociale – spiega Massimo Cozzi, 47 anni, figlio del fondatore, general manager della società che ci riceve nel quartier generale della nuova sede a Cairate – rivela le nostre origini produttive: ‘albero flessibile’, vale a dire i cavi flessibili che, all’epoca, collegavano il cambio al contachilometri delle auto”.

Ossia?

“Adesso al posto del cavo c’è un dispositivo elettronico, ma i cavi flessibili rimangono fondamentali sia nelle auto, sia nelle motociclette, sia nei trattori per la trasmissione della forza/potenza ai comandi. In gergo tecnico, stiamo parlando dei cosiddetti ‘comandi bowden’: dal nome dell’inventore, l’Ing. Bowden, che li inventò agli inizi del ‘900”. Pensi alla frizione, all’acceleratore, al freno a mano, alle manopole per la regolazione dell’inclinazione degli schienali dei sedili di un’automobile: tutti dispositivi che possono funzionare grazie ai cavi flessibili. Detto ancora più chiaramente: senza i nostri cavi le auto non potrebbero muoversi”.

Un business poco conosciuto e che tuttavia muove un giro d’affari superiore al mezzo miliardo di euro nella sola Europa, dove le aziende specializzate in questa particolare nicchia produttiva sono poco più di una ventina.

Fra queste, Alberflex si è ritagliata una leadership di autentica eccellenza manifatturiera con i suoi 30 dipendenti, un fatturato che sfiora i 5 milioni di euro all’anno e un’incidenza dell’export diretto pari al 30%.

“Il nostro specifico prodotto – continua Massimo – è strettamente legato all’evoluzione/innovazione tecnologica continua che caratterizza tutto il settore dell’automotive. A partire dagli inizi degli anni ’90 la nostra azienda ha rinnovato l’intero ciclo produttivo e ha approfondito le proprie conoscenze-competenze nelle aree di cui le ho parlato prima. La nostra ‘forza’ sta nella qualità che a sua volta è il frutto di un connubio di ricerca, innovazione tecnologica, passione, sperimentazione continua. Il problema principale da risolvere si sintetizza in una sola parola: dispersione”.

Cioè?

“Si tratta di un principio fisico: ogni volta che si trasmette una forza, parte di questa viene dispersa ed è conseguentemente inutilizzata, sprecata. Più si riduce questa dispersione e più si migliora l’accuratezza/efficienza dello strumento di trasmissione. La nostra tecnologia riduce questa dispersione al 10-12%, rispetto alla media che supera il 30%! Non male, le sembra? Stiamo lavorando per migliorare ancora. Solo così possiamo pensare di crescere e di diversificare ulteriormente la nostra clientela”.

Innovare per diversificare, quindi?

“Esattamente. Il 50% del fatturato aziendale è assorbito dal settore auto, il resto lo stiamo indirizzando verso il mercato dei trattori. Fra i nostri principali clienti ci sono nomi prestigiosi come il Gruppo Carraro, Landini, solo per citarne alcuni. Pochi sanno che poco più di una quindicina d’anni fa tutto il settore specifico dei trattori è stato caratterizzato da un radicale cambiamento: dai tradizionali comandi ‘rigidi’ fatti con aste di ferro si è passati a quelli caratterizzati dai cavi flessibili. Oggi su un trattore si contano oltre 12 comandi azionati dai cavi. Stiamo parlando di una tecnologica particolarmente complessa, dato che le forze in gioco superano i 200 Kg. Noi progettiamo l’intero dispositivo di trasmissione della forza, curando con particolare attenzione anche il design. Dico sempre che quando si fa qualcosa, bisogna farla bene e farla pure bella. Tenga presente che in Europa si realizzano 50.000 trattori all’anno, mentre in Cina siamo a 450.000 e in India a 300.000 Il mercato estero è, per noi, una … frontiera di potenziale grande crescita”.

Dalle parole ai fatti: Maria Grazia Monti, moglie di Massimo, è l’ambasciatrice della Alberflex nel mondo: “Sono appena tornata da una missione di lavoro in Cina – dice – più precisamente nella provincia di Chengdu, è mi sono resa conto delle enormi possibilità offerte dal mercato cinese. Un mercato al cui interno predominano trattori di vecchia generazione, un mercato che aspetta solo di essere … conquistato!”.

La Cina è sempre più … vicina?

“A questo proposito, è bene essere molto chiari: noi non vogliamo semplicemente vendere in Cina, noi vogliamo produrre in Cina con una nostra sede”, sottolinea Massimo Cozzi.

Una piccola industria che pensa in grande. Non temete di pensare “troppo” in grande?

“Siamo semplicemente coerenti con la nostra filosofia gestionale-operativa. Noi non vendiamo ‘solo’ un prodotto, ma un prodotto-servizio. E lo facciamo in termini ‘personalizzati’ per ciascuno dei nostri clienti. Per poter essere realmente efficaci e autenticamente efficienti è indispensabile – replica Massimo Cozzi – essere fisicamente presenti sul mercato. La pura vendita non ci interessa”.

“Anche perché – interviene Maria Grazia –  presterebbe il fianco a quello che i cinesi sanno fare meglio: copiare la tecnologia e (ri)proporla a prezzi ridotti. Un rischio che un’impresa come la nostra non può permettersi di correre”.

“Esatto. Non a caso, stiamo lavorando sulla realizzazione di comandi di potenza basati su cavi ‘diversi’ – riprende Massimo – mediante i quali trasmettere a chi li utilizzerà una sensazione di robustezza e affidabilità. Puntiamo a creare un vero e proprio ‘feeling’ fra il prodotto e chi lo utilizza. Non ci interessa competere sul prezzo, e quindi sulla industrializzazione/standardizzazione del prodotto, ma sulla personalizzazione, sulla tempestività del nostro servizio, sulla grande qualità del nostro prodotto”.

Quanto investite in ricerca e innovazione?

“Complessivamente, compresi cioè gli investimenti sul prodotto e sui processi di produzione, almeno il 5% dell’intero fatturato”.

Il vostro “sogno” nel cassetto?

“Proseguire nei processi di evoluzione-rinnovamento aziendale, rendendo ulteriormente solida l’impresa, e portare a termine il progetto Cina. Questi, però, non sono ‘sogni’, ma precisi programmi di lavoro!”, sostengono con forza sia Massimo che Maria Grazia.

“Sono contento di potermi affidare al loro entusiasmo e alla loro passione. Per quanto mi riguarda – conclude Giorgio Cozzi –, mi capita sempre più spesso di rimpiangere un po’ i tempi in cui c’era più contatto umano perché c’era meno frenesia …”.

Copyright @2017