Ci avete scocciato...
Basta parole, vogliamo i fatti

Si terrà a Reggio Calabria la prima udienza del processo contro gli stupratori di Melito Porto Salvo, il branco che l'anno scorso si scagliò su una ragazzina di 13 anni, sotto il silenzio complice di un intero paese

Michela Diani

Busto Arsizio

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Prima di parlare ancora con Gianni Pesce, la cronaca mi chiama oggi a parlare di mafia da un’altra angolazione e a prendere un’altra volta e con determinazione una posizione su un argomento a me molto caro che è quello delle donne.

Oggi, infatti, si terrà a Reggio Calabria, la prima udienza del processo contro gli stupratori di Melito Porto Salvo, il branco che l’anno scorso si scagliò su una ragazzina di 13 anni, sotto il silenzio complice di un intero paese che latitò completamente nella difesa della vittima. Uno degli stupratori è Giovanni Iamonte, figlio di uno dei boss della ‘ndrangheta locale.

A chi crede che io, negli ultimi anni, sia diventata una femminista, rispondo che non è così, almeno se per femminista si intende chi reputa che farsi trattare come bambole gonfiabili, zerbini, asini da soma, badanti o giù di lì possa ancora andare bene nel 2017. Il processo di Melito Porto Salvo mette in luce infatti un elemento importantissimo nell’ambito della violenza alle donne che è il silenzio complice di tutti coloro che stanno intorno. In questa vicenda, tutti sono coinvolti. Il paese, la polizia, perfino la madre della ragazzina che pare, all’inizio della vicenda, sia stata lei stessa vittima dell’omertà del paese stesso. Stiamo parlando di una ragazzina di 13 anni e pertanto questo stupro è rilevante agli occhi dell’opinione pubblica proprio per l’età della vittima che nonostante sia in evidente età di necessità di protezione si è comunque trovata sola di fronte a tanta barbarie.

Nei nostri decenni, pare che chiedere la normalità sia diventato appannaggio di essere tacciati per sovversivi, o addirittura per violenti. Ogni giorno e in tutte le parti del mondo vediamo campagne per i diritti e posizioni indipendentiste dei popoli e a passare per violenti non sono mai i governi repressivi, ma coloro i quali, a dispetto di molti passivi, avanzano invece una prima soglia di idea di diritto umano. Dire no è diventato insomma un atto di ribellione accettato e concesso solo ai bambini di acerba età. Poi invece da adulti, per carità, testa bassa, zitti zitti, poche storie e subire in silenzio che altrimenti il potere ci sgrida, ci punisce, ci espelle dal sistema, ci guarda male. Un invito costante all’omertà davanti ai soprusi, un invito al silenzio e a ‘lasciar perdere’, un invito a proteggere sempre il ‘Don Rodrigo’ di turno come vassalli di un potere che non si riesce a scalzare ma forse soltanto perché non lo vogliamo veramente. Fa questo potere così paura da ordinarci di tenere la bocca chiusa? Quali sono i meccanismi che il potere utilizza per far tacere le vittime?

Nel caso di Melita Porto Salvo parliamo innanzitutto di mafia e di polizia, pertanto di poteri forti. Non parliamo di semplici personaggi in cerca di uno sfogo su cui scagliarsi, ma di emissari di criminalità che sfruttando una posizione di potere – che sia esso questo potere legale o illegale – attraverso il suo esercizio inducono la popolazione ad avere paura e proprio per la paura a restare fermi ed inermi.

Come può una ragazzina così giovane e fragile, senza sostegno alcuno riuscire ad affrontare un processo contro il figlio di un boss mafioso e la complicità di un intero paese, polizia inclusa?

Pare infatti che, il fratello poliziotto di uno degli stupratori avesse a suo tempo suggerito alla vittima di tacere, secondo fonti giornalistiche.

Ebbene, questo è il motivo per cui, l’opinione pubblica ieri si è innalzata per far sentire la propria voce ed è anche il motivo per cui, l’Associazione Manden, una associazione nazionale nata per contrastare la violenza alle donne e presieduta da Grazia Biondi, l’unica in Italia formata da donne che hanno subito violenza, ha deciso di costituirsi parte civile al processo di Melito Porto Salvo per prendere una posizione molto forte a riguardo, a nome e a rappresentanza di tutte le donne che in Italia, sono vittime dell’omertà e del silenzio di chi ritiene che subire sia la strada per eliminare la violenza.

Qualsiasi operatore sano di mente saprebbe che, se a chi esercita violenza non si pone un freno, e anzi, lo si giustifica, oppure lo si fa passare per vittima – come sempre si cerca di fare quando c’è di mezzo una violenza a una donna – il risultato è una maggior presa di potere da parte del carnefice, il quale, sentendosi ormai protetto dalla legge stessa, si sente in diritto di continuare a procedere nella stessa direzione.

” Ah, ma guarda come era vestita” ” Se l’è cercata” ” Era una donnaccia” ” Era una oca” ” Andava in giro al buio”, come se per la violenza ci fosse sempre una giustificazione.

In realtà, credo che tutte queste considerazioni più che il tratto di una mentalità ancora molto ignorante, richiamino un altro elemento importante sulla questione e cioè una sorta di ammissione di inadeguatezza della gente e delle istituzioni a risolvere il problema. Quando infatti non si sanno affrontare le questioni e trovare delle soluzioni, bisogna scaricare tutto sulle vittime, come se, così facendo il problema scomparisse e lo stupro, la violenza, il sopruso potessero così dissolversi per magia.

Adesso basta. Noi non subiamo più. Non subiamo più questa mentalità, ma non subiamo più neanche il silenzio assordante delle istituzioni che, in luogo che fare un passo avanti, sembrano ogni giorno fare un passo indietro.

Proprio questa settimana infatti, un reato di stalking considerato annoverabile tra i reati lievi è scomparso a fronte di una proposta di risarcimento della vittima di 1500 euro, cifra stabilita non sulla base di un tariffario giudiziario, ma sulle possibilità economiche della vittima. Sì, perché dovete sapere che, in Italia, a quanto pare e questa notizia, l’ho letta su un portale di avvocati che commentavano la notizia stessa, colui che commette il reato può anche dire la sua in termini di risarcimento, come in questo caso.

Siamo ancora convinti di vivere in un paese civile?

Nel paese della depenalizzazione dei reati sotto il silenzio complice anche di senatori e senatrici che nelle giornate contro la violenza alle donne si fanno fotografare sui giornali a sostegno di queste campagne?

Siamo ancora convinti che in Parlamento siamo cittadini tutelati? Ma tutelati da chi, scusate?

Qui l’unica cosa da cui ci dobbiamo tutelare è il potere, e l’esercizio di un potere che non è senz’altro a vantaggio del popolo.

Possiamo essere d’accordo che ci sono reati gravi e reati minori e che le carceri non sono certamente condomini senza limiti di spazio da affollare per le minime beghe da società civile, tuttavia non credo che il disinteresse sia la strada per la lotta alla criminalità e soprattutto per la dissuasione di comportamenti a rischio di cui ormai pare che la nostra società sia avvezza.

A questo proposito, mi viene anche utile ricordare come la magistratura si sia mossa molto velocemente di fronte allo stalkeraggio nei confronti di un personaggio della politica europea. Perché noi donne comuni valiamo meno? La nostra vita, la vita di tutte quelle donne ammazzate ogni giorno per la poca sollecitudine di procure e opinione pubblica vale meno ai vostri occhi?

Guardate, facciamo così, almeno non dite più che siete dalla parte delle donne. Dite pure che andate un pò a caso in base ad equilibri sottostanti che spesso determinano il vostro agire, così almeno sapremo su chi contare veramente, il che significa soltanto su noi stesse.

 

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