LA RIFLESSIONE: 6 CENTIMETRI DI...
Beata-Canegrate, quando i pali delle porte erano i maglioni….

Nel calcio, il campo da gioco è sempre stato l'unico giudice supremo e inappellabile: ma in Seconda Categoria il 5-1 del Beata sul Canegrate è stato invalidato per 6 centimetri

Mattia Brazzelli Lualdi

BUSTO ARSIZIO

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Che le sentenze vadano sempre accettate e rispettate è un principio di diritto. E su questo non ci piove
Pur rimanendo stupiti, giovedì 8 novembre abbiamo appreso, e accettato, che il Giudice Sportivo della Delegazione Distrettuale di Legnano, accogliendo il ricorso presentato dal Canegrate, non ha omologato la vittoria per 5-1 conseguita dal Beata Giuliana “a causa delle misure non regolamentari delle porte di giuoco (alte 238 cm, anziché 244 cm, come previsto dalle norme vigenti)” disponendo la ripetizione della gara entro il 22 novembre.

Non vogliamo entrare nei meri dettagli della vicenda (le misurazioni erano state effettuate dall’arbitro insieme ai dirigenti delle due società prima del fischio d’inizio, con i rappresentanti della compagine ospite che avevano fatto notare l’irregolarità presentando una riserva verbale, non scritta, prima dell’inizio della partita), né dell’errore tecnico alla base dell’invalidamento (il direttore di gara che non avrebbe dovuto far iniziare l’incontro), né tantomeno del regolamento (la società di casa avrebbe avuto 45 minuti per sistemare l’anomalia), ma una riflessione ci viene però spontanea e naturale, trattandosi di un campionato dilettantistico di Seconda Categoria dove i giocatori giocano a calcio, o dovrebbero farlo, per semplice pura passione.

Per sei centimetri, che non hanno penalizzato nessuno in quanto Beata e Canegrate hanno difeso e attaccato un tempo per parte verso la porta “incriminata”, è stata invalidata una partita che sul campo non aveva avuto storia (5-1 il risultato a favore dei bustocchi di mister Rossetti); per sei centimetri quaranta persone, fra giocatori e dirigenti, dovranno ritagliarsi tre ore infrasettimanali da lavoro, famiglia e vita privata per ritornare sul luogo del “misfatto”; per sei centimetri i regolamenti (legittimi, ci mancherebbe) hanno dimostrato di poter affossare l’unico vero e inappellabile Giudice Supremo di questo sport: il campo da gioco.

Da romantici dello sport, quello sano di una volta fatto di principi e di valori, ci piacerebbe sapere se i calciatori del Canegrate, che sul terreno di via Cascina dei Poveri avevano dovuto piegarsi 5-1 ai loro avversari, hanno davvero accolto di buon grado in cuor loro l’annullamento di una partita persa nettamente sul campo da gioco?

E ancora: alla luce del risultato conseguito sul terreno di gioco, oggettivamente senza storia, la società Canegrate (che nella propria home page aveva intitolato “ora, possiamo solo piangere”) non avrebbe forse dovuto accettare sportivamente la sconfitta maturata sul campo e ritirare il ricorso?

Magari ci illudiamo, probabilmente ci sbagliamo, ma il calcio – di queste categorie – avrebbe bisogno di quella pura e genuina passione di quando si giocava in strada da bambini, con due maglioni come pali della porta e con una traversa immaginaria, all’occorrenza più o meno alta di 6 benedetti o maledetti centimetri…

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