Globalcom Engineering Spa
Come è bello pagare con il chip

Chiunque lasci l’auto in un parcheggio a pagamento automatico, faccia il pieno di benzina in un impianto self service, acquisti qualcosa da un distributore è (quasi) certamente un utilizzatore della tecnologia made in Globalcom Engineering Spa

Luciano Landoni

CARDANO AL CAMPO

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Chiunque lasci l’auto in un parcheggio a pagamento automatico, faccia il pieno di benzina in un impianto self service, acquisti qualcosa da un distributore di bevande o di cibo è (quasi) certamente un utilizzatore della tecnologia made in Globalcom Engineering Spa.

“Noi progettiamo e realizziamo sistemi di pagamento elettronici self service”, dice Alberto Belvisi, 60 anni,  vice presidente di Globalcom.

L’azienda è stata fondata nel 1999-2000 dallo stesso Belvisi e da Mauro Bettiga a Mornago.

“Nel corso degli anni siamo cresciuti e ci siamo trasferiti nella nuova sede di Cardano al Campo – precisa Alberto Belvisi –, i nostri clienti sono i costruttori delle macchine nelle quali è inglobato il sistema di pagamento che viene attivato dal nostro software”.

Quasi tutta la rete Eni-Agip dipende dalle schede elettroniche progettate da Globalcom Engineering.

“Sì, un eccellente ‘biglietto da visita’ che ci ha permesso di espanderci anche all’estero. Il nostro primo cliente è stato il gruppo francese Madic al quale abbiamo fatto un’impressione talmente eccellente che ci ha acquistato”.

Una piccola industria che ha sempre pensato “in grande”?

“Solo così si può crescere significativamente. Il mercato italiano non è sufficientemente esteso e il nostro settore di appartenenza richiede notevoli investimenti, soprattutto per la certificazione di sicurezza che è un requisito di fondamentale importanza, vista la ‘sensibilità’ dei dati che il nostro software gestisce. Il gruppo Madic ha un fatturato di 180 milioni di euro e occupa circa 1.000 persone. Nel 2014 siamo stati acquisiti e adesso il nostro presidente è Fabrice Chapelain, general manager Madic. Un’operazione che ci ha permesso di innescare un processo di sviluppo estremamente significativo”.

Quanto significativo?

“Faccio parlare i numeri: dal 2014 cresciamo a ritmi del +60% all’anno; da 12 persone impiegate siamo passati a 35 e da un fatturato di 2,5 milioni di euro siamo saliti a 10 milioni di euro nell’arco dei dodici mesi. Quest’anno chiuderemo a 15 milioni di euro. Solo pensando a livello mondiale si possono ottenere simili risultati”.

La nuova sede della Globalcom Engineering, per una curiosa combinazione del … destino, è la stessa dove prima era collocata un’aziende elettronica (la Digicom) all’interno della quale sia Alberto Belvisi che Mauro Bettiga hanno lavorato.

“Si è proprio così, io e Mauro ci siamo conosciuti in Digicom. Ce ne siamo andati da dipendenti e siamo ritornati – conferma il vice presidente di Globalcom – come imprenditori”.

“Stiamo lavorando molto bene – aggiunge – con gli Stati Uniti: un mercato veramente sconfinato, con almeno 200.000 stazioni di servizio. Tenga conto che la tecnologia basata sulla banda magnetica è ormai obsoleta, mentre quella delle schede con chip e contactless, che è poi la nostra, rappresenta il futuro. Si tratta di un’ottima opportunità per noi”.

Nel vostro settore specifico di attività, cosa significa innovare?

“Nel nostro mondo gli investimenti innovativi hanno dei picchi. Una ‘famiglia’ di nuovi prodotti richiede un intervento finanziario pari a non meno di 2 milioni. Le certificazioni per la sicurezza sono basilari per scongiurare il rischio di frodi. Aggiungo che sul display, oltre ad apparire i dati relativi al pagamento effettuato, può anche girare un filmato pubblicitario. Le potenzialità, come è facilmente intuibile, sono notevoli. Tornando al discorso cruciale delle certificazioni, tenga conto che la valutazione non riguarda solo l’oggetto prodotto ma anche l’azienda che lo produce. Viene valutato il dove e il come. Insomma, gli ‘esami’ non finiscono mai e sono particolarmente onerosi”.

Quali sono le vostre dinamiche occupazionali?

“Nel 2016 abbiamo attivato un nuovo reparto produttivo e abbiamo assunto 8 giovani a tempo indeterminato. Periti elettronici e ragionieri, fra questi un ragazzo che faceva il cameriere. I giovani sono il futuro, ma anche l’esperienza dei meno giovani va salvaguardata: abbiamo assunto delle donne sopra i 50 anni e le abbiamo inserite nel laboratorio ricerca e sviluppo”.

Quante persone lavorano nell’area della ricerca?

“Almeno 20. Un nostro brevetto si basa sulla cosiddetta ‘intelligenza artificiale’ ed è finalizzato a facilitare il rapporto uomo-macchina facendo in modo che quest’ultima ‘riconosca’ l’operatore. Tutto questo, sempre nel rigoroso e assoluto rispetto della privacy ovviamente, fornisce al gestore degli impianti delle informazioni preziose mediante le quali poter migliorare la propria attività. In gergo tecnico, si chiama ‘analisi predittiva’ e attiene al terminal management system, inserito a sua volta in un ‘sistema cloud’, che permette una ottimizzazione nella gestione della rete di impianti”.

E’ vero che fare impresa, in Italia, continua a essere un’impresa?

“I problemi sono sostanzialmente due. Il primo: gli imprenditori devono cambiare ‘testa’ e dotarsi di una visione allargata così da poter fare qualcosa di ‘complicato’ dato che le cose ‘semplici’ le fanno gli altri. Il secondo: ogni volta che si ha a che fare con la dimensione pubblica si deve mettere in conto una burocrazia esagerata. Faccio un esempio concreto: nel 2016 abbiamo presentato un progetto al ministero dello Sviluppo Economico che l’ha fatto esaminare dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, il CNR l’ha approvato praticamente subito e poi il tutto si è impantanato nella palude burocratica. Solo ora, facendo i debito scongiuri, sembra che si stia muovendo qualcosa. Sto parlando di un progetto relativo all’innalzamento dei livelli di sicurezza e attento, dal punto di vista produttivo, all’esigenza del risparmio energetico, senza dimenticare il miglioramento e la semplificazione dell’interfaccia uomo-macchina”.

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