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Brevi riflessioni di un elettore

La politica nazionale ancora una volta ha mostrato i propri limiti, cosicché un governo nato da un contratto è durato poco più di un anno, nonostante i tantissimi buoni propositi iniziali. Il termine contratto si spende quando due parti devono regolare tra di esse priorità, condizioni, obiettivi che evidentemente partono da presupposti diversi. Un contratto ben confezionato non concede margini a coloro che vogliono ciurlare nel manico e, soprattutto, deve avere una durata precisa e tarata sul conseguimento dei risultati condivisi all’inizio. Più le parti sono distanti e più il contratto deve essere temporizzato nel breve termine e non in quello medio o addirittura lungo. Chi scrive non ha contestato il contratto di governo sin dall’inizio, anzi lo ha valutato con interesse e anche curiosità come, credo, abbiano fatto tanti altri italiani, riconoscendo nei contraenti soggetti così sorprendentemente responsabili da rinunciare alle proprie ambizioni pur di spingere il Paese fuori dal tunnel in cui si era infilato dopo le elezioni di diciotto mesi fa. Alternativamente esistevano altre soluzioni? No. Purtroppo i  contraenti con l’avvicinarsi delle elezioni europee – che ribalteranno il rapporto di forza tra i due alleati della coalizione – hanno scordato gli obblighi del contratto, pur di non sacrificare la propria identità politica al cospetto dell’elettorato: è iniziata in tal modo una commedia avvilente, almeno per coloro che avevano concesso un grosso credito al contratto di governo, che si è risolta con una fragorosa separazione come accade tra coniugi rissosi che non si amano più. Nella gazzarra poi generatasi nel circo politico nazionale tra le forze favorevoli al ritorno alle urne e quelle contrarie a predetta ipotesi, al titolare del Quirinale è toccato – in piena estate, quando la politica abbassa la saracinesca – mettere i panni del notaio per certificare la morte della legislatura oppure la sua prosecuzione. Quasi certamente ne decreterà la continuazione, ma gli scommettitori politici più navigati non puntano neppure un euro sulla fine naturale della legislatura. Il buon senso, merce non molto diffusa tanto a Palazzo Madama quanto a Palazzo Montecitorio, suggerirebbe di tornare al voto, ma con una legge tale da determinare un vincitore certo, come accade nei Comuni allorché i cittadini devono eleggere il proprio Sindaco ed i membri del Consiglio Comunale. Perché ciò non accade? Semplicemente per interessi di bottega che, quando vincere è assai improbabile, diventano così scostumati da perseguire l’insuccesso dell’avversario. Ma è corretto che chi siede in Parlamento decida con quale legge farsi eleggere? O forse sarebbe più corretto che venisse nominata una commissione di esperti che, entro un termine ragionevole, proponesse direttamente agli elettori alcune soluzioni e la più gettonata venisse poi licenziata, mediante un decreto del Presidente della Repubblica, come legge elettorale? In fondo, in fondo il popolo, in tal modo, sceglierebbe i propri rappresentanti sapendo con certezza chi governerà e chi farà opposizione.

(Olindo Garavaglia)