Busto accettami…

Ogni tanto salta fuori un "profeta" che puntualizza sulla fonetica, la grammatica, la metrica del Dialetto Bustocco e "fa le pulci" sul mio modo di scrivere certe parole dialettali che, peraltro, accetto senza sentirmi “con le spalle al muro”...

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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Ogni tanto salta fuori un “profeta” che puntualizza sulla fonetica, la grammatica, la metrica del Dialetto Bustocco e “fa le pulci” sul mio modo di scrivere certe parole dialettali che, peraltro, accetto senza sentirmi “con le spalle al muro”. Accetto e basta. Non sono così forbito da conoscere a menadito le varie espressioni Bustocche, ma una peculiarità ce l’ho e la difendo. Ho già detto di essere un “Bustocco nativo e lavativo” e va bene così. Ho pure già detto che in casa mia, sin dagli albori della mia esistenza, conoscevo solo e unicamente, il Bustocco. Nel senso che: in casa si parlava il Dialetto, fuori si parlava il Dialetto, nei dialoghi (e non nello scritto) si metteva in essere solo e unicamente il Dialetto Bustocco.

Tanto che a scuola, la benedetta signorina Maria Pia Vandoni, alle Elementari, faticava a farmi comprendere che io, nei dettati e nei temi (o composizioni) avrei dovuto “per Legge” esprimermi esclusivamente in italiano. Allora, chi parlava o si esprimeva in Dialetto era considerato un “allievo di serie B” e doveva patire le dovute conseguenze… del tipo “è mediocre, non ci sa fare con l’italiano, nel componimento merita un 5 regalato, nei dettati scambia le parole che gli vengono dette con traduzioni in Dialetto“. Un tipo così, cosa avrebbe dovuto fare nella vita? Sentenziavano… il manovale, l’uomo di fatica, l’operaio comune e nemmeno l’operaio specializzato.

La mamma ci soffriva. Non per la “destinazione lavorativa” che, pur nobile, era impostata solo sulla fatica e non certo sull’inserimento del cervello in ciò che si doveva fare. Ci soffriva perché in casa non potevano insegnarmi l’italiano. E avevano pure paura che la colpa dei miei insuccessi fosse loro: di mamma, papà e zio Giannino, oltre ai parenti “di cortile” che si esprimevano solo in Dialetto e non si crucciavano affatto. L’ho già detto che quando mamma chiedeva alla signorina Maria Pia Vandoni, maestra alle Elementari “Ezio Crespi” di allora “m’al vò’l mè fioeu?” (come va mio figlio?) si sentiva rispondere “vede signora Pierina, il suo Gianluigi non parla l’italiano, ma parla il dialetto tradotto” e, per mamma era una “tragedia”. Io la sentivo mentre discuteva col babbo e lo zio Giannino, sul problema. E loro (babbo e zio Giannino) rispondevano “ste’a fò, Pierina, ciapèmala ma la vègn“. Poi, a fine anno, arrivava la promozione. Mai esami e mai bocciato. Tolleranza della maestra? Faccia di tolla, mia? Voglia di “mandarmi via” in fretta per non avermi fra le palle? Beh… sono passato. Poi ho capito che va bene “pensare e tradurre” l’italiano in Dialetto, tuttavia, occorreva pur imparare l’idioma del proprio Paese, no? Il linguaggio aveva un segno distintivo e dirsi “bustocco” era una scelta, mentre dirsi “italiano” era una priorità.

Non ve lo dico quant’era grande il “fastidio” o la “costrizione” nell’apprendere questa “nuova lingua”, ma un po’ alla volta, ce l’ho fatta. Mi sono messo pure in gioco. E, da sfrontato, impudente, ho pure partecipato a numerosi Premi Letterari, semplicemente per provare a me stesso se avessi compiuto progressi  o meno. E chi mi giudicava e chi mi valorizzava con premi “mica da poco” o era ubriaco oppure ha messo i voti alla “lotteria” e vincevo… tanto per dirmi che proprio (posso dire una parola volgare?) coglione non ero, fino a diventare Giornalista. Per dire che i miei errori, le mie imprecisioni, le mie debolezze “tengono viva” la parlata Bustocca. Non è vero che gli autori di “manuali o dizionari” diffondono la Lingua Bustocca. Mi permetto di dire che sono i miei libri…sì, i miei libri che la gente legge a farmi capire che il Dialetto non andrà a morire (mi viene in mente il titolo d’un libro che col Dialetto ha nulla a che vedere, ma che mi piace citare “l’Agnese va a morire“) e che sono proprio gli “imperfetti” come me che “tirano la carretta” per andare là, dove il cielo non presenta porte da aprire o da chiudere, ma che presenta unicamente la maestosità dell’infinito. C’è bisogno, in una squadra di calcio, del goleador che butta la palla in rete, ma c’è bisogno del mediano che coi suoi polmoni scorrazza per il campo, per difendere e per impostare un’azione d’attacco. Si vince così: coi professori che mettono in giro il loro sapere e con gli allievi che lo praticano. Ecco: faccio parte di questi ultimi e sino a quando c’è gente che si “accontenta” del “mio” Dialetto ruspante, io continuerò (alla mia maniera, cioè quella parlata) a proporlo. Busto Arsizio… accetta anche me!

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