“Spazzacà”
Una carezza dal cielo

Pacata, dolce e vellutata, sotto lo sguardo antico (forse un po’ melanconico) d’un tempo che riappare con la forza dell’immaginazione...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Pacata, dolce e vellutata, sotto lo sguardo antico (forse un po’ melanconico) d’un tempo che riappare con la forza dell’immaginazione. Ho sotto lo sguardo “Spazzacà” una poesia di Angelo Azzimonti che somiglia tanto a una carezza del cielo che piomba fra la gente di Busto Arsizio come un messaggio allegro, di quelli che inviavano i…  soldati al fronte per far star calmi i parenti a casa. Ve la ripropongo:

 

“Sut’a ‘na cuèrta da malincunìa

ga dòrmi, pièn da pùlvra, un mondu vègiu,

un ràgn, a pùsi a’n spègiu,

al guàrda a càmula cha sgùa via.

 

‘Na stafinìa, a frùsta e ‘l calimòn,

un fièl, una lùcèrna , un giù, ‘n paioeu

e, dent’ d’un stantieu

‘na gran pupòla bionda da cartòn,

 

i dorman o i riascùltan trasugnài

dàa tromba d’un gramòfun senza vùsi

i vàlzar meludiùsi

reliqui di sò tèmpi tramuntài?”

 

Cominciamo col titolo: Spazzacà è il solaio da cui è derivato spazzacamino (qui nel senso di lavoratore che pulisce la camera fumaria). Lo “spazzacà” era un ripostiglio capiente che occupava (quasi) l’intero solaio e lì dentro si metteva di tutto… tutto ciò che era diventato inservibile.

La traduzione vera e propria della poesia, la adattiamo ai tempi odierni. Come ben si nota, il Dialetto Bustocco di una volta è semplicemente simile al Dialetto di oggi; segno che la lingua tradizionale è in evoluzione e subisce a ogni generazione una specie di “ammodernamento” che ingloba sempre parole che oggi non si usano più..

 

“Sotto a una coperta di malinconia, dorme, pieno di polvere, un mondo vecchio, un ragno vicino a uno specchio guarda una tarma che vola via. Una “stafinìa (piatto largo di legno utilizzato per mondare il riso), la frusta  e ‘l “calimon” (gioco per bimbi, con una trottola di legno che si faceva roteare sotto i colpi bel assestati della frusta), un arcolaio (fièl), una lucerna, un giogo, un paiolo e, dentro un girello (per bambini non ancora in grado di camminare da soli), una grossa bambola (pupòla) di cartone, dormono o ascoltano trasognati dalla tromba di un grammofono che non ha più voce (non più funzionante), i valzer melodiosi, reliquie dei suoi tempi ormai tramontati”

 

Che aggiungere? In questa poesia c’è la purezza di un mondo genuino. Di allegria contenuta, di semplicità. C’è un mondo vecchio che lascia il suo ricordo. Ci sono arnesi e giochi che testimoniano il vivere rurale di un tempo ora scomparso. La “stafinia” o la “lùcerna” ne sono testimonianza. Ve l’immaginate oggi il “grosso piatto” di legno con sopra il riso da “scernì” (scegliere, nel senso di “pulirlo” dalle impurità del raccolto)?

E la “lucerna?”. Quanto non c’era ancora… l’Enel o quando la corrente elettrica la si utilizzava in occasioni rare, con la lucerna si andava il giro al buio: nella stalla, in casa, sul solaio, ma pure sotto i carretti trainati da cavalli o asini, per far luce al proprio passaggio. Lo “stantieu” poi è… sublime. I pargoli si mettevano dentro quel “ring in miniatura” e li si faceva giocare con una collana “fèi cunt’i cò d’ai” (fatta con le teste di aglio) per “discasciò i vèrman” (scacciare i vermi) o con “na crusta da furmài” (crosta di formaggio grana) che serviva per rafforzare i denti. Chissà perchè, una volta c’erano pochi bambini bisognosi di apparecchi interdentali …. poi sono arrivati i dentifrici e i dentisti. Ci facciamo un valzer? Si, ma un valzer melodioso. Autentica reliquia della festa paesana. Non in discoteca e nemmeno nelle balere, ma in casa o in cortile, sotto lo sguardo di genitori, fratelli, nonni e… adulti.

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