Spontaneità del sentimento
Carta e penna

Oggi (quasi) non si adotta più la “scrittura manuale”: quella, per intenderci, di carta e penna dove i concetti venivano pensati con “pause, riflessioni, rettifiche, correzioni e... ripensamenti”...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Il 20 settembre scorso ho letto l’Editoriale di Prealpina a firma di Fabio Minazzi. Mi ha fatto riflettere. M’è piaciuto per l’argomento trattato. Che, più delle volte, viene preso sottotono, ma alla fine dei conti ha una importanza vitale. Sentite un po’. Oggi (quasi) non si adotta più la “scrittura manuale“: quella, per intenderci, di carta e penna (tralascio quella di carta, penna e calamaio), dove i concetti venivano “pensati” con “pause, riflessioni, rettifiche, correzioni e… ripensamenti“. Oggi, si scrive coi tablet, i telefonini, le sigle, i modi di dire che sembrano… spacconate e non determinano il fulcro, il significato del discorso.

Poi, nelle sigle e in tutto il resto dello “scrivere bislacco” si inseriscono detti stranieri, vocaboli, stranieri, modi di dire che con la nostra Cultura hanno nulla a che spartire (Halloween, per esempio). Eppure, noi, ci si adatta. E c’è chi dice (non compresi) perché? Allora mi vien rabbia (quasi) non a parlare di “dolce stil novo” o della “scuola Manfredi” in Sicilia o di Dante.  Rabbia “consolatoria” a tutti gli effetti: anche tirando in campo il nostro Dialetto… quello Bustocco che deriva dal Dialetto ligure. La rabbia “consolatoria” è che chi vuol farsi intendere e deve farsi intendere e se “uno” mi spiccica due parole straniere per parlarmi in italiano, me ne faccio beffe. Faccio come i francesi quando un italiano va in casa loro …”je ne compris pas” che una volta veniva tradotto a Busto “se te i compri non, lassai lì” e che in realtà vuol dire “non ho compreso, capito“.

Alla moda? Macché: alla moda un fico secco. Va bene mettere in mezzo di un discorso un vocabolo straniero, ma parlare a perifrasi con dentro parole “oscure” non solo è sconveniente, ma si dimostra di non conoscere la lingua più bella (e più difficile) del mondo: l’italiano.

Non va bene nemmeno “far finta” di tradurre l’impossibile (come impose l’allora Capo del Governo, Benito Mussolini) di ogni parola straniera, italianizzandola, ma un pizzico di ragione, in quell’atto imposto, c’è. Un po’ di morigeratezza ci vuole; arrivare all’assurdo (come impone la Boldrini) decisamente no.

Preferisco utilizzare “una o due” parole straniere piuttosto di scrivere “la dottora, l’avvocata” e non  di mettere i lustrini alla bellezza di scrivere la dottoressa o l’avvocato, dottoressa tal dei tali. Questione di genere? Accetto: come non mi piace scrivere “gli pneumatici” invece del più solare “i pneumatici”.

Si vede che il “mio tempo” sta per scadere: scrivere una lettera d’amore o una Poesia con i “tvb” invece del “ti voglio bene” non mi garba e nemmeno mi garba spiattellare un “vfc” invece del più roboante e incisivo… vaffa detto per intero. C’è una metamorfosi che induce a pensare male, a scoprire verità occulte, a dimensionare un discorso, a proibire la libertà di parola.

Poi si legge che nei temi, i nostri ragazzi scrivono con calligrafia “impossibile – indecifrabile” zeppa di “x” e di “y” che nel nostro alfabeto sono state inserite (forse) a furor di popolo, ma che hanno nulla a che vedere con le nostre proverbiali 21 lettere. Confesso, talvolta derogo dalle 21 lettere, ma non più di tanto.

Rileggendo miei vecchi testi, mi sono accorto di qualche “ripensamento” e di qualche aggiornamento che allora non feci per effetto della battitura con la mia Tippa (macchina per scrivere del 1974 che tuttora conservo gelosamente) e che oggi avrei fatto per via del computer che mi permette di inserirmi, con una semplice spaziatura, dentro un discorso o di un itinere a condurre una trama che ha bisogno di qualche specifica.

Che si vuol dire? Che quando mi invitano a Scuola per qualche Conferenza (dall’Asilo alle Primarie) vedo di dire ai ragazzi di scrivere utilizzando la penna sia per i temi in classe sia per mandare messaggi. I vari “tvb” e sigle varie (stavo per mettere “puttanate varie”) lasciamole fuori dalla classe e fuori da un pensiero d’amore. Non traducono quel che c’è nel cuore e non hanno l’effetto della spontaneità del sentimento.

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