Cavalli e carretti

Quando a Busto Arsizio si "scoprì" l'asfalto e le strade presentavano un manto quasi esclusivo di terra, battuto dall'andirivieni dei cavalli, attaccati ai rispettivi carretti. Siamo nel primo dopoguerra...

Gianluigi Marcora

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Quando a Busto Arsizio si “scoprì” l’asfalto e le strade presentavano un manto quasi esclusivo di terra, battuto dall’andirivieni dei cavalli, attaccati ai rispettivi carretti. Siamo nel primo dopoguerra. La città non era così popolosa, come adesso, ma il fermento della ricostruzione offriva a tutti un doppio lavoro: quello da svilupparsi in fabbrica e quello da svilupparsi nei campi o addirittura in piccoli appezzamenti di terreno, come potrebbero essere le aiuole.

C’era un perentorio ordine che i carrettieri pronunciavano per i cavalli. Ordine di due soli voci: “ùùu” e “lòo“. Con il “ùùu” si incitava il cavallo da tiro a muoversi e ad iniziare il proprio lavoro di traino del carretto, con sopra ogni specie di carico e, ovviamente, il conducente. Con il “lòo” si impartiva l’ordine di stop. Il cavallo, attento e tempestivo, intraprendeva un importantissimo lavoro.

I cavalli da tiro andavano accuditi nel migliore dei modi. E non c’era carrettiere a trascurare la sua “risorsa” in ogni evenienza. Sul carro c’era sempre una riserva di fieno e spesso anche qualche mela che serviva per “scòodi a sedi“……soddisfare la sete. Il fieno, a tempi precisi, veniva inserito in una sacca a tracolla, su misura per il cavallo e, durante le ore di “pranzo” il cavallo si rifocillava. Ovvio che gli si dava da bere. Non acqua stagnante, ma acqua zampillante dalle “vedovelle” che si trovavano in giro. Vale a dire, le fontanelle collegate ai pozzi che emettevano acqua di fonte squisita, a temperatura ambiente che serviva pure a ogni viandante per ….”scòodi” la sete. I ragazzi – poi – erano i “clienti” più assidui delle “vedovelle” per il fatto che ovunque c’era una strada, ovunque c’era un gioco che faceva sudare.

Torniamo al cavallo: si trasportava sui carretti, soprattutto il carico di mattoni che dalla fornace di Fagnano Olona si rifornivano i numerosi cantieri edili del circondario. C’era un andirivieni che era come se ci fosse una “carovana” con una sequela di carretti pronti al carico e allo scarico.

Poi, sempre su carretto trainato dal cavallo, si trasportava ogni genere di merce: carbone e legna, ad esempio. Proprio dove c’è lo svincolo dei 5 Ponti, c’era la ditta Pecchini che vendeva legna da ardere e ogni tipo di carbone (antracite, litantrace, ovuli e quant’altro) e, anche lì, fila di carretti in paziente attesa del proprio turno.

Simile mezzo di trasporto era pure usato dal “ruèl” che altri non è, se non il venditore di frutta e verdura che girava per i rioni, col fatidico richiamo….ruèl. Vi chiederete, qual è il significato di ruèl e lo svelo subito. Chi esercitava il lavoro di fruttivendolo (allora nessuno citava questa parola, ma era semplicemente “ùl ruèl“), proveniva da Rovello Porro, nel Saronnese. Siccome laggiù non erano attive tante aziende che potessero dare lavoro a tutti, ecco che i bravi uomini con tanta volontà per il lavoro, esercitavano questo mestiere.

Da noi veniva il signor Domenico Volontè: un uomo brioso e brillante, amato, per la sua cortesia, da tutte le mamme. Il signor Domenico, dopo uno spuntino alla Trattoria dell’Angelo (salamino di cavallo, fetta di gorgonzola, un panino e due bicchierozzi di vino rosso), giungeva presso le nostre case e cominciava “ghè rià’l ruèl” e le donne (anche loro in processione) andavano a far la spesa a frotte.

Noi ragazzi avevamo il tempo di giocare col … cavallo (se la bestiola potesse parlare….) e un giorno Pasquale (mio cugino) aveva in mano una bacchetta di salice. Che fece? La ritmava sulle palle del cavallo che, per un po’ nitriva; poi su “invocazione” del signor Domenico, il cavallo si zittiva. Mica finita: Pasquale continuava nel suo “gioco” e, per un po’ il cavallo nitriva nervosamente (si era rotto le palle, diciamolo) e il signor Domenico continuava a richiamare l’innocente bestiola. Pasquale fece un gesto da strappo del cervello. Introdusse il pollice e l’indice della mano destra, dentro le narici del cavallo. Che prontamente spalancò la sua potente bocca, mostrò i suoi ….360 denti e prese Pasquale di petto….cioè, afferrò Pasquale “intingendo” le sue fauci nel suo petto e lo sollevò di peso. Fortuna vuole che il signor Domenico intervenne sul cavallo e staccò Pasquale dal “feroce pasto“, mentre il sangue gli sgorgava come una ….fontanella. Subito all’Ospedale e per due ore tememmo per le sorti di Pasquale. Quando i medici ce lo consegnarono, Pasquale aveva davanti un’impalcatura degna di una donna che avesse l’ottava di reggiseno. Mi fermo qui: non vi racconto il resto. Ogni mamma sapeva come “mettere a posto” la faccenda…compresa la mamma di Pasquale. Meglio pensare che adesso le strade hanno l’asfalto e il “ruèl” o gira col camioncino o sta lassù, in Cielo dove le strade somigliano a scie di vapore.

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