La ripresa economica e l’occupazione
C’è bisogno di un “nuovo lavoratore” per il “nuovo lavoro”

Il ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda, partecipando al Meeting dell’amicizia di Rimini, è stato molto chiaro in merito alle recenti rilevazioni Istat che hanno certificato un incremento del Pil...

Luciano Landoni

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Il ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda, partecipando al Meeting dell’amicizia di Rimini, è stato molto chiaro in merito alle recenti rilevazioni Istat che hanno certificato un incremento del Pil (Prodotto interno lordo) pari a circa l’1,5% su base annua.

Il dato è senza dubbio incoraggiante ma, a detta del ministro, non autorizza in alcun modo a sostenere che la crisi sia alle nostre spalle.

“Avremo superato la crisi – ha precisato Calenda – solo quando potremo dire di aver recuperato i 6 punti di Pil e i 300400.000 posti di lavoro persi in questi anni. Finché non accade – ha concluso – dobbiamo sentirci ancora in stato di emergenza”.

Nessun trionfalismo, quindi. Sarebbe del tutto fuori luogo; così come, del resto, un eccesso di pessimismo.

Il piano Industria 4.0, fortemente voluto dallo stesso ministro, ha senza dubbio stimolato gli investimenti privati e ha contribuito, anzi, sta contribuendo a migliorare il livello qualitativo del nostro sistema industriale assecondandone l’ingresso nel mondo della “produzione intelligente” (smart factory) e “connessa” (macchine governate digitalmente tramite sistemi ciberfisici che “dialogano” con altre macchine e che forniscono in tempo reale agli operatori economici tutta una serie di dati relativi all’andamento produttivo).

Il tassello mancante o, per meglio dire, ancora … troppo poco presente è quello occupazionale. L’automazione produttiva come interagisce con i livelli lavorativi?

L’ottimizzazione dei processi determinerà una diminuzione degli occupati che solo in parte sarà compensata dalla creazione delle cosiddette “nuove occupazioni”?

Domande cruciali a cui non ci si può sottrarre. Sempre più spesso si parla di una ripresa senza lavoro. A farne le spese sono stati e sono i giovani.

Non a caso, il governo sta pensando di promuovere con la legge di Bilancio 2018 il piano Occupazione 4.0, incentrato su di un significativo abbassamento dei contributi previdenziali (si dice un dimezzamento) per le assunzioni dei giovani fino a 29 anni. L’obiettivo è favorire l’ingresso nel mondo del lavoro di circa 300.000 soggetti.

Nel frattempo, Industria 4.0 sarebbe rifinanziata nella misura di circa 1,5 miliardi di euro (proroga del super e dell’iper ammortamento), con un robusto credito d’imposta per quelle aziende disposte ad investire in formazione professionale.

Insomma, un disegno organico principalmente finalizzato a far diminuire la disoccupazione giovanile che è fra le più elevate di tutta l’eurozona.

L’importante è tenere sempre ben presente lo scenario di sfondo e conseguentemente adattarsi ad esso, non essendo minimamente possibile ignorare/ostacolare la macro tendenza socio-economica in atto (causata dalla 4° Rivoluzione Industriale).

“L’evoluzione degli occupati in Italia – osservano Francesco Seghezzi e Michele Tiraboschi nell’interessante articolo “Un lavoro di personalità”, apparso su Avvenire del 24 agosto – mostra come nel corso degli ultimi quindici anni siano le professioni intellettuali, più ancora di quelle tecniche specializzate, ad essere cresciute parallelamente ad una diminuzione del numero degli operai”.

Più “menti d’opera”, quindi, e meno “mano d’opera”.

“La vera scommessa, radicale  nei suoi rischi e nelle sue opportunità, è quella – aggiungono i due economisti del lavoro – che corre sul filo della persona, o il suo assorbimento in logiche tecnologiche autonome e disumanizzanti o un vero e proprio rinascimento possibile proprio grazie alla tecnologia e alla nuova complessità dei processi, che può mettere al centro il lavoratore”.

Ne deriva che, andando oltre la chimera di una iper-specializzazione legata ai tecnicismi e destinata inevitabilmente a tramontare più o meno velocemente con questi ultimi, la nuova formazione per il nuovo lavoro debba puntare a fornire “la capacità di adattamento e di saper comprendere e imparare i nuovi processi che si evolvono (…) E proprio le preferenze delle imprese e le indagini scientifiche mostrano come l’esigenza sia quella – sottolineano Seghezzi e Tiraboschi – di soggetti solidi e maturi, piuttosto che solamente specialisti. La dimensione della persona rientra in gioco per due aspetti: per un verso l’impresa non è più il luogo di esecuzione ma anche di creazione di valore e condivisione di sapere; per l’altro verso il lavoratore – proseguono i due studiosi del mercato del lavoro – non è più solo forza fisica ed esecuzione mentale di processi standard ma contra la sua intera personalità, le sue vocazioni e sempre più anche le sue passioni”.

Giovani studiate e aprite la mente, meno giovani aggiornatevi e scavate in voi stessi valorizzando al massimo ciò che siete e volete essere (professionalmente parlando).

La mente è come un paracadute, è utile solo se si apre!”.

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