Clamore

L'avvenimento è di quelli che fanno clamore. Che uniscono (forse). Che dividono (forse). Ognuno esprime le proprie ragioni e i propri personali concetti...

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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L’avvenimento è di quelli che fanno clamore. Che uniscono (forse). Che dividono (forse). Ognuno esprime le proprie ragioni e i propri personali concetti. I nostri non hanno “meritato” un commento dell’Assessore Paola Magugliani riguardanti l’inaugurazione della piazza Vittorio Emanuele II da parte di Emanuele Filiberto. Non ne saremmo degni. Eppure, la lettera di Paola Magugliani, volentieri l’abbiamo pubblicata. Accenna l’Assessore, alla data storica della promulgazione delle Leggi Razziali, proprio il 17 novembre 1938 e (diciamolo fuori dai denti) la coincidenza ci è sembrata… anomala. E anche noi, non abbiamo gradito il fatto. Peraltro (come l’Assessore ha puntualizzato) è decisione dell’intera Giunta di Busto Arsizio.

Poi si citano esempi di Mafalda e di Carlo Alberto, ma (lo diciamo rispettosamente) ci sembrano inutili. Per un semplicissimo motivo: nessuno mai ha fatto tutto bene o tutto male e la Storia insegna che il “bilancio” va analizzato per i fatti salienti che si sono succeduti e non certo per i singoli episodi. Non è certo nostra intenzione partire da Carlo Alberto per elencare i fatti salienti che hanno portato Casa Savoia a “incontrare” la Repubblica Italiana, ma ci fermiamo ai fatti più recenti; a partire dal voto del nostro Parlamento che concesse il “rimpatrio” in Italia dei Savoia.

La prima richiesta che i signori Savoia chiesero all’Italia fu il “risarcimento dei danni” che i Savoia avevano subito in esilio (sic) lasciando sbigottita l’opinione pubblica per questa “insana” richiesta, ben consapevoli che la vita d’esilio dei Savoia è cominciata con una fuga e un abbandono nel 1943 che determinò un Armistizio (8-9) che ha condannato le truppe di stanza a Cefalonia e una Popolazione prostrata dalla guerra. Sulle Leggi Razziali non bastano la commiserazione e la pietà. Sono fatti così gravi che superano pure ogni guerra: “bollare” una persona solo per il fatto che è “diversa” è un’orrenda calamità. Dovessimo – poi – analizzare i rapporti dei Savoia che hanno tra di loro, si capisce come è emblematico il loro agire pubblicamente o personalmente. La cronaca ne parla e i Savoia interessano maggiormente i giornali che fanno gossip rispetto all’onore da riservare all’onorabilità.

Poi, l’Italia si inchina a “risarcire” diversamente i Savoia (visto che il Parlamento Italiano ha votato contro al “risarcimento”) chiamando Emanuele Filiberto a trasmissioni tipo Ballando con le Stelle con un cachet profumatissimo a carico degli italiani. Ora a Busto Arsizio, la città prima in Italia che insorse contro il Nazifascismo (24 aprile 1945), concediamo al “principe” di inaugurare una piazza prestigiosa della città (sic). Una cara Amica (qui non faccio nome, per il rispetto che le porto) mi chiese ragioni, un giorno non lontano del motivo per cui “odio i Savoia” e le ho risposto candidamente che io “odio nessuno” e meno che meno i Savoia. E ho aggiunto che sono per la Repubblica, ma che i fatti negativi dei Savoia sono troppo gravi rispetto ai fatti positivi che i Savoia hanno prodotto.

In questi giorni – poi – si parla di Libertà di Stampa e ciascuno dei Politici dice la propria; come la dice ogni Cittadino e come la dovrebbe garantire la Costituzione. In realtà, cosa avviene? Il Parlamento offre soldi ai giornali di Partito, contributi ai quotidiani, detta regole precise di informazione sui Canali radio e tv, ma non a tutti. Quando “qualcuno paga” vuole avere un “ritorno” e qui, la Libertà di Stampa si ferma. Per tutelare le varie Opinioni è giusto concedere a ogni Opinione la “paternità” non revisionata. Altrimenti si arriva alla “calunnia” o alla sviscerata dipendenza di chi paga. Poi c’è chi vorrebbe togliere l’Ordine dei Giornalisti e mettere nel mucchio seri professionisti e “puttane”. Libertà è Partecipazione, come ha ben detto Giorgio Gaber. Senza i “litigi” in diretta attuali e senza giornali di proprietà della Casta.

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