Bullismo
Confronto che sfiora il grottesco

Bullismo: problema atavico. Il raffronto fra "il tempo che fu" e l'attualità, sfiora il grottesco. Un parallelo fra "ieri e oggi" è opportuno, con le sue accezioni e le sue eccezioni...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Bullismo: problema atavico. Il raffronto fra “il tempo che fu” e l’attualità, sfiora il grottesco. Un parallelo fra “ieri e oggi” è opportuno, con le sue accezioni e le sue eccezioni. Un tempo, la famiglia vigilava con piglio ed era attenta al comportamento dei figli. Con un’aggiunta: insegnava ai figli a difendersi, senza tirare in ballo il coinvolgimento degli adulti. Difendersi, non era “giustizia sommaria” o (peggio), vendetta. Quando accadeva l’illecito, ne seguiva quasi istantaneamente il “redde rationem” e si andava subito alla soluzione della diatriba. Non si “mugugnava” e non si portava rancore fra i contendenti. Magari una scazzottata risolveva la questione e il “bullo” veniva ridimensionato. Nessun malumore da tenere in zavorra.

Tanto per non fare il retorico, ho provato anch’io ad essere bullo (lo confesso: errore dell’età della “stupidera” che non faceva capire ai ragazzi qual è lo spartiacque fra la fanciullezza e l’inizio della maturità. C’era Gorletta, compagno di classe, timidino, studiosetto, perfettino che faceva il “bravo bambino” per apparire agli occhi della prof lo “studente modello“. Chiaro che stava sulle “orchidee” a tutti, ma non è che per questo si sarebbe dovuto… linciare. Lui, però, non era un… santarello!

Successe in un mattino d’inverno che il Gorletta assisteva alla “battaglia del cappello” (partecipandovi) iniziata appena fuori da scuola. Tu strappi il cappello a me; io lo strappo a te e così tutti i compagni, Gorletta  (mai visto prima, scatenato com’era) compreso. Fatto è che all’istante, egli (il Gorl) mi intima: “raccogli il mio cappello e rimettimelo sulla mia testa“. Non lo feci. A me, ordinarmi qualcosa e per giunta con strafottenza, non è mai garbato. E lascio il suo cappello per terra e vado di corsa a casa. Fatto è che prima di sera ricevo a casa la mamma di Gorletta in compagnia del ragazzo. La signora espone a mamma il mio “misfatto” e la mia Pierina mi redarguisce. Chiese solo se solo io sono il “colpevole” e la signora risponde con un secco si, aggiungendo “mio figlio non mente. Mi ha detto che solo suo figlio ha osato strappare il cappello al mio, l’ha gettato per terra e per giunta ha insultato mio figlio”.

Spudoratamente, in quella frase, c’erano solo menzogne. Nessun accenno al gioco collettivo, nessuna ammissione del compagno ad aver partecipato alla “mattanza” (dei cappelli) e accenno alle parolacce che assolutamente nessuno ha pronunciato. Risultato: la mia Pierina ha sborsato alla signora Gorletta i soldi per un cappello nuovo che la mamma del mio compagno di classe aveva chiesto. Per farla breve: l’inverno (come si dice) è lungo e rigido e il cappello era necessario per tutti. Successe tuttavia che il “damerino” e la sua mamma, da lì sino in primavera dovettero acquistare 8 cappelli e non si comprese come mai ogni cappello spariva nonostante Gorletta una volta lo lasciava sull’attaccapanni della scuola, una volta lo metteva in cartella, un’altra volta lo consegnava a qualche compagno da custodire, un’altra volta lo attaccava alla bicicletta… non si seppe mai dove finivano gli otto cappelli e perchè mai lui indossava il… nono. E a primavera, il cappello lo si lasciava a casa. Dovesse succedere oggi, non sarebbero arrivati a casa, mamma e figlio, ma avrebbero incaricato il papà di “farla fuori” e (magari) io le “avrei prese” (botte), la prof avrebbe subito insulti, le minacce sarebbero corse come un rigagnolo al fiume e l’odio fra le due famiglie sarebbe acceso come il crepitare del fuoco.

Per farla breve, il bullismo non nasce solo dalla prevaricazione dell’uno sull’altro o dall’organizzazione di più studenti nei confronti di uno. Il bullismo è sempre un fattore personale e solo chi è debole si rifugia nella forza del capo clan o di chi promette di “difendere” il branco. Dove sta (secondo me) la soluzione del problema? Penso che inizi dall’educazione in famiglia. Il mettere in chiaro che le “bagatelle” fra ragazzi si risolvono subito. Che i figli quando si rifugiano a casa si sentano dire “ribatti subito“. Che i genitori non devono istantaneamente partire lancia in resta. Che è sempre meglio sentire “due campane“. Che a farla lunga vince il bullo. Poi, educazione a casa ed educazione a scuola, si arriva a far capire che i… cappelli devono stare sulla testa e che è meglio, per divertirsi, giocare al pallone.

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