Convenzione di Istanbul o Tribunali di Mohammed?

“Io stessa non sono mai stata in grado di scoprire cosa sia esattamente il femminismo, so solo che la gente mi chiama femminista ogni volta che esprimo sentimenti che mi differenziano da uno zerbino” (R. West)

Michela Diani

BUSTO ARSIZIO

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Come Rebecca West, nel 2018, ci troviamo a dover ‘giustificare’ il dissenso che nasce dalle donne ogni qualvolta, in nome dell’evidenza empirica che qualcosa non va nella Giustizia Italiana, a causa di qualche tragedia che sfiora la deficienza istituzionale, si accende il boato prepotente di una ribellione sopita e di un malcontento diffuso, generato da un insistente inascolto nei confronti delle vittime, da parte di chi avrebbe dovuto vigilare e intervenire prima, per tutelare quella che non avrebbe mai dovuto essere una vittima, ma una donna e una mamma. Ma la domanda è: siamo sicuri che siamo noi a doverci porre il problema del dissenso e della critica a magistrati, periti e assistenti sociali? Siamo certi che sia l’opinione pubblica che si deve ‘rabbonire’ dietro a fantomatici quanto fantastici interventi istituzionali oppure è ormai chiaro che vi è un sistema sordo e indifferente al quale occorre trovare il modo di sturare le orecchie? Un bubbone da far esplodere per favorirne la soluzione. Pochi giorni fa, una nuova tragedia avvenuta a Latina ha sconvolto il web e tutti i mezzi di comunicazione si sono dati un gran da fare per rimarcare la tragedia avvenuta di un nuovo femminicidio. Chissà dove erano questi stessi media prima che la tragedia avvenisse.

La stampa dovrebbe essere voce per chi non la possiede, dovrebbe essere un mezzo attraverso cui l’opinione pubblica fa sentire la propria voce per informare e dissentire con lo scopo, come sosteneva Pippo Fava, noto giornalista antimafia, di sollecitare un migliore funzionamento delle istituzioni e soprattutto una correzione delle prassi, ove esse non solo non funzionano bene, ma non funzionano per quel settore, proprio per nulla. Non si capisce perché il 51 per cento della popolazione – perché questo siamo – noi donne intendo – siamo così poco preziose, a parte quando si devono sradicare gli alberi di mimosa l’8 marzo,  tanto da venire zittite molto facilmente dalle istituzioni e solo al fine di togliersi l’impiccio di applicare forme di prevenzione, quali quelle previste dalla Convenzione di Instanbul, un trattato che l’Italia come paese ha ratificato con il Consiglio d’Europa e che si è impegnata ad applicare come principale misura di prevenzione contro la violenza alle donne.

Per la precisione, riportiamo l’articolo 3, comma a; b della Convenzione stessa, per far comprendere ai Tribunali, in particolare quello di Busto Arsizio che coinvolge il nostro territorio, e alle istituzioni tutte e in particolare a magistrati, periti e assistenti sociali, nel caso non lo avessero ancora colto, come sembra, che l’applicazione di tale trattato oltre a non essere un regalo della loro magnanimità a noi donne, rappresenta al contrario un dovere istituzionale da tenere ben chiaro per garantire che i diritti delle donne, molto spesso anche madri, non vengano garantiti solo nella superficie, ma rispettati realmente onde poter condurre vite normali e non limitate o condizionate dalla violenza maschile nelle sue varie manifestazioni o forme.

Art. 3 comma a/b

  1. Con l’ espressione “violenza nei confronti delle donne” si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata;
  2. l’espressione “violenza domestica” designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima;

 

C’è qualcosa che non è sufficientemente chiaro? O la Convenzione si è spiegata bene?

Ma torniamo alla vicenda di Latina. Una mamma. Una mamma qualunque. Alla quale non è stato riservato un trattamento differente da quelle che la hanno preceduta e da quelle che tutti i giorni varcano la soglia di un qualche Tribunale d’Italia, denunciando di subire una violenza di qualsiasi tipo: inascolto, superficialità e mancanza di attenzione, maneggiamento delle denunce con sottovalutazione del rischio, giudizi di pazzia o esaurimento, dichiarate fantasiose o arrabbiate, messe all’angolo da quella stessa istituzione che dovrebbe tendere loro la mano. Denunci il padre. Bene. Sei una madre ostativa. Ti portiamo via i figli.

Pare che la signora avesse fatto diversi esposti e denunce a riguardo e che le istituzioni, ovviamente senza sorpresa, perché fanno sempre così, le avessero dato il due di picche. Lo sa bene anche la mamma di Federico Barak, morto a causa di una negligenza inaudita degli assistenti sociali a cui è sfuggito che il padre, durante gli incontri protetti con il minore, avesse anche lui, del tutto casualmente un’arma.

Va fatta una precisazione e cioè che la maggior parte dei conflitti che sfociano nel femminicidio sono la base di separazioni conflittuali, perciò è un luogo comune credere che il problema consista esclusivamente nella gestione dei procedimenti penali ove le procure si affollano di denunce. Al contrario, occorre evidenziare, invece, che è proprio una profonda incapacità del civile di gestire questo tipo di problematiche che conduce poi a una ulteriore esasperazione dei conflitti e a una evoluzione negativa per molte donne e minori a causa di incompetenza degli operatori, errati giudizi, quando non addirittura perizie false o truccate, a copia incolla, prive di fondamento, ripiene di considerazioni senza alcuna scientificità, ma che diventano l’incipit per la seconda vittimizzazione delle donne, come è stato proprio il caso di Latina o di Lucca.

Da una indagine su tutto il territorio nazionale e locale, neanche il Tribunale di Busto Arsizio sfugge a una clamorosa mancata applicazione della Convenzione di Instanbul e poiché il malcontento è abbondante, sono andata a ficcanasare richiedendo le perizie svolte dal 2010 a oggi di tutti i procedimenti di separazione con l’obiettivo di far intendere che non siamo carne da macello di periti impreparati e che in luogo di risolvere le situazioni, in realtà le aggravano. Per ora non farò i nomi di questi periti, avendo invitato ripetutamente il Tribunale ad aprire fascicoli nominali su di loro per aprire delle inchieste, giacché i nomi che girano, gira che ti rigira sono sempre gli stessi.

Se i Tribunali non cominceranno ad assumersi la responsabilità dei danni che operatori superficiali compiono ogni giorno sulla pelle delle donne e sui minori, diverranno necessarie misure di dissenso e denuncia senz’altro più importanti, giacché in questo senso, il Tribunale di Messina che con una sentenza importante e coraggiosa ha messo in discussione l’operato negligente di un operatore, ha dimostrato che si può lavorare bene se si vuole e soprattutto che si punisce chi non lo fa, perché la nostra vita, cari giudici, anche se portate la toga, vale quanto la vostra.

Quello che voglio sottolineare è anche un altro aspetto: non esistono donne di serie A, tipo parlamentari europee o giù di lì, attrici o personaggi famosi, e donne di serie B, cioè donne delle quotidianità dimenticate perché non hanno valore pubblico o non fanno audience sui giornali. Esistono semplicemente donne e mamme che voi avete l’obbligo istituzionale di mettere in protezione nelle varie forme previste dalla Convenzione, ma anche dal senso comune, visto che non si scherza in quanto a menefreghismo istituzionale da parte di giudici, periti e assistenti sociali.

Secondo, che forse è il caso di cominciare ad evolvere il pensiero circa le donne, e che il tempo della ‘buona madre’ che sta zitta per la paura che le portino via i figli, è terminato e si apre una nuova era, che è quella che proprio perché è una buona madre pretende dalle istituzioni coerenza e applicazione della Convenzione.

Padri bugiardi, bulli, violenti, finti non sono buoni padri. Sono bugiardi, bulli, finti e violenti. La pace si costruisce sulla verità non sulla menzogna. I progetti si fanno con i soggetti disfunzionali non su quelli sani. In un Tribunale non bisognerebbe spiegarvelo. E forse sarebbe il caso di cominciare a capirlo, proprio per quel bene dei minori di cui amate riempirvi la bocca, spesso senza neanche sapere cosa significa. La carta di far passare le donne per matte o inadeguate non vi permettiamo più di giocarla. La storia finisce qui.

 

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