Intervista a Federico Visconti, rettore della liuc
“Il costo sociale dell’attuale fase storica si scarica sulle spalle dei giovani”

come se l’energia cinetica del motore economico dell’Italia (gli imprenditori e tutti i loro collaboratori) si fosse trasformata in energia statica. Viviamo un’economia ferma attorno a quota zero, e con una dinamica più lenta degli altri Paesi europei. “Il clima di sfiducia, di isolamento, di mancanza di stimoli, ha trasformato una tiepida crescita in una progressiva stagnazione”...

Luciano Landoni

CASTELLANZA

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È come se l’energia cinetica del motore economico dell’Italia (gli imprenditori e tutti i loro collaboratori) si fosse trasformata in energia statica. Viviamo un’economia ferma attorno a quota zero, e con una dinamica più lenta degli altri Paesi europei. “Il clima di sfiducia, di isolamento, di mancanza di stimoli, ha trasformato una tiepida crescita in una progressiva stagnazione”: sono le parole che il presidente uscente dell’Unione degli Industriali della provincia di Varese, Riccardo Comerio, ha pronunciato leggendo la propria relazione in occasione dell’Assemblea generale dell’Associazione, lo scorso 27 maggio. Ne parliamo con Federico Visconti, classe 1960,  rettore della Liuc-Università Cattaneo e “aziendalista convinto”, come lui stesso si definisce, costantemente attento all’evoluzione della cosiddetta economia reale.

Professor Visconti, utilizzando come lei ha fatto venerdì 28 giugno, il giorno del conferimento delle lauree, una metafora favolistica per descrivere il complesso momento politico-economico che stiamo attraversando, le chiedo: chi potrà essere il principe azzurro capace, con il suo bacio, di risvegliare la bella addormentata nel bosco, vale a dire il sistema Italia, dal (quasi) letargo in cui si trova imprigionata?

“Più che un solo principe azzurro, penso che ci vorrebbero diversi principi azzurri e relativi baci. Provo ad elencargliene alcuni. Il bacio demografico: è indubbio che nel nostro Paese non ci siano più nascite e che quindi la prospettiva sia quella di un contesto sempre più statico. Il bacio della produttività: in funzione alla dimensione delle imprese anche questo fattore deve riprendere vigore. Il bacio culturale: l’Italia non ha una vera propensione al cambiamento radicale, il nostro è certamente un sistema creativo che però non accetta la radicalità del cambiamento ed è sostanzialmente ingessato da un serie di resistenze precostituite che provengono da diversi attori sociali, il che fa sì che il sistema  invecchi e si ripieghi su se stesso dando la colpa di tutto ciò sempre e comunque a qualcun altro. Il bacio del reinvestimento dei cospicui risparmi degli italiani: tutti noi, nessuno escluso, dobbiamo credere di più nel nostro Paese e scommettere su di esso”.

Tutti, ma proprio tutti, richiamano la formazione come fattore determinante per valorizzare il più importante dei capitali, vale a dire il capitale umano. Provi a definire il modello di formazione da “10 e lode!”, capace di produrre lo studente da “10 e lode!”. Si tratta di una mission impossible, oppure no?

“Quando si ha a che fare con prodotti fisici è abbastanza facile definire lo standard 10 e lode! Quando, invece, si passa ad un prodotto intangibile come la formazione, allora tutto è più difficile, molto più difficile. Contano le opzioni di metodo, esattamente come per gli imprenditori: vale a dire il buon management. Più nel dettaglio: attento monitoraggio del mercato, attento presidio del prodotto. Il buon management si misura in termini di dedizione, professionalità e innovazione. Fatte queste premesse di metodo, diventa consequenziale creare formule formative nuove: dagli ITS alla nostra Business School che è una vera e propria antenna rivolta verso le imprese del territorio, inteso nel senso più … esteso del termine”.

Stabilito che piccolo non è bello (ammesso che mai lo sia stato), il sistema economico locale, malgrado la sua vivacità, non le sembra particolarmente vulnerabile e colonizzabile?

“L’ho sempre pensato e l’ho anche scritto: in Italia non esiste un modello alternativo credibile al cosiddetto capitalismo familiare. Detto questo, occorre aggiungere che non tutte le aziende sono delle lepri, non tutte sono propense ad innovare. Il problema è duplice: motivazionale e settoriale. Un eco-sistema demotivante di certo non aiuta. Ci aggiungo il tema della governance aziendale: bisogna capire fino a che punto le nuove generazioni imprenditoriali sono in grado di apportare nuove competenze, idee innovative. Più in generale, la sensazione è che si stia letteralmente depauperando il concetto d’impresa e il valore conseguente. Molto spesso, chi parla di semplificazione lavora per ottenere il suo contrario. L’idea stessa della creazione del lavoro non è presente, come invece dovrebbe, nel dibattito sociale. Si è poco consapevoli, in altre parole, di quanto sia difficile, per una qualunque impresa incrementare l’occupazione e passare da 10 a 15 dipendenti”.

Lei, nel suo intervento del 28 giugno, in occasione della “giornata del futuro” dedicata al conferimento delle lauree, ha proposto ai giovani tre “suggestioni”: siate intraprendenti, impegnatevi a fondo, siate curiosi e coraggiosi, liberi e intellettualmente onesti. Come è possibile fare proprie simili “suggestioni” in un sistema Paese all’interno del quale è ancora largamente diffuso un sentimento anti-industriale?

“Il mio è stato un messaggio educativo che vale sempre e ovunque. Aggiungo che gli studenti della LIUC il lavoro lo trovano, anche e soprattutto nelle imprese italiane. Mi pare più opportuno parlare di una specie di sentimento anti-giovani, semmai. Il vero costo sociale dell’attuale fase storica, infatti, grava proprio sulle spalle dei giovani. All’estero c’è più movimento. Uno dei problemi più gravi del nostro Paese è ascrivibile al fatto che stiamo distribuendo una sorta di narcotico che sta addormentando sempre di più il sistema nella sua interezza”.

Qual è, oggi, in Italia, la sua visione di competitività?

“È fondamentale avere la piena consapevolezza di essere sul mercato. Mi spiego meglio: la LIUC ha dei concorrenti di grande valore a Milano e a Varese e si deve quindi dar da fare per rimanere competitiva sul mercato. Questo concetto, in apparenza semplice e scontato, non è affatto semplice e nemmeno scontato. Viviamo in un contesto generale basato più sulle rendite che sul mercato. Bisogna mettersi bene in testa che il valore è in funzione del buon management e che i tre pilastri fondamentali su cui poggia tutto sono la produzione, l’area commerciale/marketing, la ricerca e sviluppo (innovazione)”.

Il presidente della LIUC-Università Cattaneo, Riccardo Comerio, intervenendo alla giornata del futuro, ha testualmente detto: “Pensare al futuro non significa soltanto sognarlo, è indispensabile farsi trovare pronti. Assumersi responsabilità. Essere capaci di agire”: come commenta il rettore dell’ateneo?

“Il tema fondante è quello della responsabilità. L’assunzione di responsabilità non può essere qualcosa di inerziale. La responsabilità presiede alla grande sfida di oggi e di domani: l’allocazione delle risorse. In più: la responsabilità sottende sia la gestione operativa che quella strategica”.

Di recente, un imprenditore mi ha detto che alla proverbiale “arte di adattarsi” occorre aggiungere quella “di ribellarsi”: condivide?

“È un’affermazione ampiamente condivisibile. Quando noi eravamo giovani c’erano le molotov e il terrorismo; c’era però anche un dibattito attento e approfondito  relativo alle tematiche sociali. C’era insomma una grande vivacità intellettuale. Oggi l’atteggiamento mentale più diffuso sembra essere quello di un sostanziale appiattimento rispetto a quello che ci accade intorno. Del tipo, per dirlo con le parole di Eduardo De Filippo: ha da passà ‘a nuttata … Non saprei proprio come incanalare questa arrabbiatura diffusa. Forse, possiamo dire che questa ‘energia’, non scaricandosi in ribellione, si scarica in fuga. Soprattutto da parte dei giovani. E’ come se scontassimo una sorta di ribellione carsica (dei giovani)”.

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