Un esempio di impegno sociale e professionale per combattere l’epidemia
Dagli indumenti sportivi alle mascherine di protezione, la riconversione della DI-BI Snc

La terribile emergenza sanitaria che ha colpito l’Italia, la Lombardia in particolare, sta esaltando le straordinarie risorse umane di quelli che si mettono a disposizione del prossimo

BESOZZO

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La terribile emergenza sanitaria che ha colpito l’Italia, la Lombardia in particolare, sta esaltando le straordinarie risorse umane di quelli che si mettono a disposizione del prossimo.

I medici, gli infermieri, i volontari della Croce Rossa, i ricercatori sono in prima linea nella lotta contro il coronavirus, ma anche nelle retrovie di questa guerra senza quartiere ci sono tante persone che ci stanno mettendo tutto il loro impegno professionale e tutta la loro immensa carica solidale.

Come ad esempio la squadra operativa della DI-BI Snc di Besozzo, una piccola azienda artigiana (18 dipendenti, compresi i titolari) specializzata nella produzione di abbigliamento sportivo.

Da venerdì della scorsa settimana l’attività aziendale è stata completamente riconvertita e indirizzata esclusivamente verso la confezione di mascherine di protezione, così da poter fronteggiare l’epidemia.

“Ce l’ha chiesto espressamente il sindaco di Besozzo, Riccardo Del Torchio, dicendoci che ce n’era e ce n’è un disperato bisogno per la Casa di riposo locale. Noi non abbiamo fatto altro che aderire alla sua richiesta. Appena la cosa s’è saputa, siamo stati letteralmente sommersi da numerosissime altre richieste”, ci spiega Joas Binda, 38 anni, modellista della DI-BI.

L’azienda di Besozzo è stata fondata nel 1976 dai genitori di Joas: Leonardo Binda con la moglie Rosangela.

“Mio padre e mia madre sono attivissimi in azienda. Pensi che mia mamma – specifica Joas, a fianco del quale lavorano il fratello Claudio, grafico, e la moglie Alice -, all’età di 73 anni, lavora circa 18 ore al giorno per coordinare il lavoro delle nostre dipendenti e per cucire lei stessa le mascherine. Ritmi massacranti imposti dalla riconversione produttiva che ha rivoluzionato la nostra attività. Siamo stati costretti a staccare la linea telefonica aziendale e ad avvalerci di un numero appositamente attivato dal nostro comune che ci fa da centralino. Le dico solo questo: abbiamo ricevuto nel giro di poche ore 1.728 mail, alle quali sta cercando di rispondere una ragazza che si occupa solo di quello”.

Insomma, un impegno collettivo totalizzante?

“Assolutamente sì. Non abbiamo esitato un attimo a metterci a disposizione. Era nostro dovere farlo, con il massimo impegno e la massima professionalità. Tutti stanno dando tutto, lavorando dalle 12 alle 15 ore al giorno. Per sopperire all’enorme domanda (stiamo parlando di un’esigenza di oltre 1 milione di mascherine al giorno) abbiamo attivato un rete di terzisti che complessivamente coinvolge una quarantina di persone”.

Quante mascherine riuscite a realizzare quotidianamente?

“Per ora, ma contiamo di migliorare giorno dopo giorno, siamo arrivati a 2.5003.000 pezzi. La produzione viene immediatamente smaltita, il nostro braccio vendite è la Protezione Civile. Ci tengo anche a ringraziare di cuore la Guardia di Finanza che è venuta da noi con uno straordinario e preziosissimo spirito di collaborazione, fornendoci tutte le indicazioni necessarie per confezionare a norma di legge le mascherine. Tanto per fare un esempio concreto: ci hanno insegnato a predisporre nel modo giusto l’etichetta del prodotto”.

Come vengono confezionate le mascherine?

“Utilizziamo tessuti trilaminati leggeri. Gli stessi con cui, prima della riconversione, realizzavamo indumenti sportivi anti-vento e impermeabili (per il canottaggio in particolare). Il primo strato è in poliestere – specifica Joas Binda –, il secondo è costituito da una membrana protettiva in poliuretano e il terzo è in poliammide”.

Una magnifica storia vera di impegno professionale, collaborazione, disponibilità sociale e altruismo super-solidale.

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