Decretato il fallimento della ItalDenim

Luciano Landoni

INVERUNO

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Investire un sacco di soldi per innovare processi e prodotti, cercare nuovi mercati di sbocco per reagire alla pesante crisi del mercato interno, puntare sulla produzione eco-sostenibile e diminuire drasticamente le emissioni di anidride carbonica in atmosfera, tutto e questo e qualcosa di più non è stato sufficiente per evitare il fallimento della ItalDenim Spa di Inveruno: impresa tessile specializzata nella produzione del tessuto denim (la “materia prima” dei jeans): oltre 5 milioni di metri all’anno.

Un’altra fabbrica storica dell’Altomilanese che è costretta a interrompere l’attività, il fallimento è stato decretato lo scorso 17 aprile.

L’attività industriale dell’azienda di Inveruno è iniziata nel 1974, per merito di Mario Caccia (scomparso nel 2010) a cui sono poi subentrati i figli Luigi e Gilberto.

Oggi, dopo un anno e mezzo di concordato fallimentare e lo sfruttamento dei residui ammortizzatori sociali, 68 dipendenti (nella fascia d’età compresa fra i 40 e i 50 anni) sono in attesa della lettera di licenziamento e altri 30 (impiegati nella Pure Denim, settore commerciale e controllo qualità del gruppo) seguiranno la stessa sorte dei colleghi.

Il tribunale di Milano ha rigettato il piano di rilancio industriale e ha quindi decretato la fine del percorso industriale della società.

“Quello che è mancato – hanno sottolineato le Rappresentanze Sindacali Unitarie del gruppo industriale nel corso di una conferenza stampa – è stato il tempo per sviluppare a pieno la nostra tecnologia. Siamo convinti che il nostro sia un prodotto vincente e ci appelliamo a chiunque voglia farsi avanti e non farlo morire. Le potenzialità sono tante – hanno concluso le RSU – e ci crediamo!”.

La ricerca della qualità e la scelta di investire in produzioni eco-sostenibili, alla fine, non hanno pagato e la concorrenza estera (in particolare, quella turca che può permettersi – in virtù di una “legislazione sociale” molto più permissiva rispetto a quella italiana, soprattutto in tema di rispetto ambientale e impiego di lavorazioni inquinanti – di abbattere i costi di produzione) contando su prezzi di vendita più bassi ha messo fuori mercato ItalDenim.

Alla fine del 2014, Luigi Caccia ci ha rilasciato un’intervista che, purtroppo, si è rivelata profetica in relazione al “pericolo turco” e alle insidie letali della burocrazia e delle tasse “made in Italy”

Ne riproduciamo la parte finale.

L’UCAS (Ufficio complicazioni affari semplici) è sempre attivo nel Belpaese, 24 ore su 24, festività comprese e le tasse … non dormono mai.

“Questi sono i problemi seri che dovremmo cercare di risolvere seriamente. Altro che l’art.18 … Ne vuole conoscere un altro di problema vero?”

Ce lo illustri.

“Io e mio fratello Gilberto ci perdiamo il sonno. La concorrenza sleale proveniente dalla Turchia. I turchi ottengono aiuti dallo Stato e, non facendo parte dell’euro, possono svalutare la loro moneta quando vogliono per recuperare competitività. E’ difficile resistere in queste condizioni … Nostro padre ha cominciato lavorando in un’azienda che fabbricava manichini. Girando per il mondo, negli Stati Uniti in particolare, ha capito l’importanza che potevano avere i jeans nell’abbigliamento e ha rilevato una tessitura che stava per chiudere ad Arconate. Altri momenti.  Chissà cosa avrebbe detto se fosse stato qui oggi …”.

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