Intervista a Giuseppe Scarpa, presidente di CAM
“A fare disastri ci vuole un attimo, mentre il recupero è lungo e difficile!”

Incontriamo il presidente di Confindustria Alto Milanese nella sede di Legnano dell’Associazione imprenditoriale e gli chiediamo quale sia il suo stato d’animo prevalente nell’imminenza della piena ripresa dell’attività industriale

Luciano Landoni

LEGNANO

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Incontriamo Giuseppe Scarpa, presidente di Confindustria Alto Milanese, nella sede di Legnano dell’Associazione imprenditoriale e gli chiediamo quale sia il suo stato d’animo prevalente nell’imminenza della piena ripresa dell’attività industriale.

Presidente, dopo la pausa feriale si ricomincia. Come si sente? E’ preoccupato? Fiducioso?

“Essendo ottimista per natura sono fiducioso. I numeri ci dicono che l’economia si è ripresa. Le nostre aziende stanno lavorando. La Cassa integrazione, fra le nostre associate, è crollata. Aumenta anche l’occupazione, checché ne possa pensare il ministro Di Maio. Certo, l’anno scorso c’era più effervescenza. Ciononostante continuo a vedere il bicchiere un po’ più che mezzo pieno. I problemi, intendiamoci, non mancano …”

Vale a dire?

“Beh, le turbolenze sui mercati internazionali, in rapporto soprattutto ai venti protezionistici che spirano sempre più robusti, sono sotto gli occhi di tutti. L’Argentina è in default, la Turchia sta attraversando un momento estremamente critico. Per un Paese che vive di export come il nostro, queste criticità sono gravi. Vere e proprie ‘onde lunghe’ che potrebbero farci molto male. C’è da aggiungere che noi stessi siamo dei ‘campioni’ nel farci del male: come si fa, mi domando, a voler denunciare un trattato commerciale come il Ceta (con il Canada, ndr), con il rischio reale di bloccare le nostre esportazioni verso il mercato canadese che valgono molto di più delle importazioni da quello stesso mercato?”.

Vincenzo Boccia, il presidente di Confindustria, ha ribadito più volte la delusione (per non dire l’insoddisfazione vera e propria) degli industriali nei confronti dell’operato del governo gialloverde in carica minacciando addirittura di “scendere in piazza”. Cosa ne pensa? E’ pronto ad “occupare” le piazze?

“Ci penserei un attimino, prima di arrivare ad adottare un simile comportamento. Una cosa è però sicura: questo governo non è partito con il piede giusto! La netta sensazione è che sia permeato da una mentalità anti-industriale. L’entrata a gamba tesa sul jobs act che senso ha avuto? Vogliamo metterci in testa una volta per tutte che chi assume qualcuno investe su di lui e quindi ha tutto l’interesse a farlo crescere professionalmente? Altro che licenziamenti! Il cosiddetto ‘decreto dignità’, con la reintroduzione delle causali e con l’aumento degli indennizzi, non ha fatto altro che far lievitare i costi e far aumentare il carico burocratico sulle spalle delle imprese. Gli imprenditori, caro ministro Di Maio, non vogliono licenziare, semmai fanno fatica ad assumere!”.

Incombe sul nostro sistema Paese la spada di Damocle del “giudizio” dei mercati.

“Indubbiamente si avverte un sentiment diffuso di sfiducia nei confronti dell’Italia. Quando lo spread si alza significa che si abbassa la fiducia nei riguardi del nostro sistema Paese. Non dimentichiamoci che Mario Draghi, il governatore della Banca centrale europea, sta terminando il suo mandato. Quando questo avverrà, avremo perso un prezioso ‘alleato’. Continuare a mettere in discussione il limite del 3% relativo al rapporto fra deficit e Pil, sottovalutare il problema dell’enorme fardello del nostro colossale debito pubblico (che deve essere finanziato), attaccare continuamente l’Unione Europea di certo non aiuta, anzi. Da questo punto di vista, non posso nascondere la mia preoccupazione. Attenzione a non ‘scassare’ il Paese e il suo tessuto imprenditoriale. Ricordiamoci bene che ci vuole un attimo a fare disastri, mentre recuperare è molto più difficile e richiede molto più tempo”.

In buona sostanza, cosa chiede al governo in carica?

“Di mettere al centro la politica industriale. Cosa facciamo con il superammortamento e l’iperammortamento? La questione del ‘cuneo fiscale’ troverà spazio nella Legge di Bilancio? Come abbiamo intenzione di rifinanziare lo stock del debito? Chi parla effettivamente a nome di questo governo? La realtà è che parlano un po’ troppo in … troppi e si fa un’enorme fatica a capire quale sia l’effettiva linea guida dell’esecutivo”.

Che fine ha fatto la tradizionale posizione filo-governativa di voi confindustriali?

“Devo confessarle che personalmente, in parecchie circostanze, faccio un po’ fatica ad essere filogovernativo con ‘questo’ governo. E’ giusto smuovere la ‘palude’ europea in rapporto al drammatico problema degli immigrati, però attenzione a non isolarci del tutto. C’è un ‘galateo istituzionale’ che deve essere sempre rispettato. Non ci conviene affatto tagliare i ponti con Paesi del calibro della Francia e della Germania. L’alleanza con Orban va ‘bene’ fino ad un certo punto. Noi abbiamo un assoluto bisogno di un’Europa unita e forte, gli Stati Uniti d’Europa, per affrontare efficacemente le grandi criticità di questo momento storico. Altrimenti ci sarà campo libero solo per gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. Non a caso l’attuale inquilino della Casa Bianca si sta dando da fare per distruggere la cosiddetta multilateralità a favore di una più conveniente, per lui ovviamente, bilateralità. L’Italia, da sola, cosa può pensare di contare sullo scacchiere politico-economico mondiale? Ci dobbiamo rendere conto che alla Casa Bianca, oggi, c’è un cowboy”.

Presidente, in conclusione, cosa c’è dietro l’angolo?

“Nessun catastrofismo. Le nostre aziende hanno dei portafogli ordini soddisfacenti. Stiamo investendo. La nostra straordinaria adattabilità ci consentirà, anche questa volta, di farcela. C’è tuttavia bisogno di un grande senso di responsabilità. Mi viene l’orticaria quando sento parlare con estrema superficialità di nazionalizzazioni: nazionalizziamo l’Alitalia, nazionalizziamo l’Ilva, nazionalizziamo le autostrade. Parole in libertà che possono farci del male! Attenzione anche a non … allungare le mani sull’unico ‘tesoretto’ rimastoci: la Cassa Depositi e Prestiti che custodisce i risparmi postali degli italiani. Guai a farlo. Vorrebbe dire disintegrare la nostra credibilità (quella che ci è rimasta) a livello internazionale”.

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