“pedàgn” nel dialetto bustocco
Donne e gonne

Quando le donne non portavano i pantaloni vestivano con sottane...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Quando le donne non portavano i pantaloni ed erano eleganti lo stesso, vestivano con sottane, chiamate anche gonne, ma nel Dialetto Bustocco erano semplicemente “pedàgn“. Da dove arriva il “pedàgn” è necessario consultare l’etimologia  Ligure da dove appunto il Dialetto Bustocco proviene. Una volta la “sòca” (altro termine che indica la moderna gonna) arrivava sino ai piedi. Non si scorgevano nemmeno le caviglie delle donne e lasciava trasparire solo i “zucraùni” che a tradurre in zoccole si potrebbe pensare ad altro, ma qui è meglio utilizzare il genere maschile e quei “zucraùni” sono da intendere gli zoccoli, calzature di legno con tanto di laccio sul dorso del piede (come si vede in Olanda). La maggior parte delle signore d’epoca indossava “pedàgn” scuri (quasi sempre neri) che coprivano le calze che nessuno mai vedeva, se non altro quando venivano stese ad asciugare. Calze nere a gambaletto (i collant non erano ancora inventati) e cominciavano ad esistere le calze lunghe sino alla coscia “arpionate” da potenti guepière che mantenevano piega e posizione) e talvolta soltanto specie di calzini come si usava per i maschi.

Sopra la gonna (pardon, il pedàgn) c’era una camicetta tinta unita o al massimo su stoffa fiorata. Talvolta anche una blusa da non confondere con la moderna tuta. Tuttavia, specie in inverno e in primavera, tutte, ma proprio tutte le donne indossavano la “rebèca“. Oltre a essere un bellissimo nome storico (Rebecca), “à rebèca” è un semplice golfino di lana, ricamato in casa e sferruzzato con tanta fantasia. Nelle “butìe” (botteghe) o nelle mercerie, “à rebèca” aveva tante fogge, ma le “palanche” (soldi di derivazione Ligure) ce n’erano poche e solo “i sciui” (i signori, o meglio i ricchi) potevano permettersi questo lusso.

A tutto ciò ci sono due… aggiunte in tema di vestiario tipico delle donne di allora: “ùl scialetu” e “ùl grembiùlèn“che costituivano una specie di “divisa” che ogni donna mostrava orgogliosa. Quel triangolino di lana (scialetu) serviva per coprire le spalle, per non star lì ogni volta che si doveva uscire da casa, a mettere il paletot (termine francese, importato dai Liguri e portato a Busto Arsizio). Da notare che le donne, oltre ai lavori domestici, dovevano curare il pollaio e loro accudivano le bestiole più volte al giorno.

Per il grembiulino, poco da dire. Oggi lo si indossa quasi unicamente in cucina, mentre “una volta” quel lembo di stoffa lo si indossava per non sporcarsi. Sembra una facile deduzione, ma provate a immaginare quanti erano i “tentativi” che potevano inzaccherare il “pedàgn“, “à camiseta” o “à rebeca“. Quindi, “ùl grembiùlèn” lo si indossava di primo mattino, appena alzati e lo si toglieva a sera, quando si andava a dormire. Inoltre, era pure abitudine asciugarsi le mani col “grembiùlèn” o semplicemente pulirsi le mani qualora si avesse bisogno di non… sporcare altro.

Siccome in tutto c’è un motivo, ecco che avere addosso “ùl grèmbiùlèn” si finiva col lavare un solo indumento invece di tutto il resto messo assieme. A guardarsi in giro è facile riscontrare nel bottegai (specie i macellai, i salumieri, i pasticcieri) la “moda” di indossare quel semplice indumento utilizzabile alla bisogna. Da non confondersi poi col grembiule vero e proprio che ha ben altre finalità. Oggi, il grembiule viene indossato da tessitrici o incorsatrici o da altre lavoratrici (e lavoratori) che non vogliono sporcarsi gli abiti che hanno addosso. Lo stesso… grembiule lo indossano sia i medici sia i farmacisti, ma lo chiamano camice. Ed è rigorosamente bianco. Per distinguersi.

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