Prendo spunto da una fiction televisiva
Ed è così che vince spesso il cattivo

Lunedì sera su Rai Uno è andata in onda una fiction dal titolo, 'Sotto copertura', incentrata sul lavoro di indagine e di arresto di Michele Zagaria, noto boss del clan dei Casalesi...

Michela Diani

BUSTO ARSIZIO

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Lunedì sera su Rai Uno è andata in onda una fiction dal titolo, ‘Sotto copertura’, incentrata sul lavoro di indagine e di arresto, da parte della III sezione della squadra mobile di Napoli, di Michele Zagaria, noto boss del clan dei Casalesi, il quale soprannominato ‘re del cemento’ ebbe nell’area del salernitano, ma con ramificazioni intense e sviluppate nel Nord Italia, tra cui anche la Lombardia, il monopolio di gran parte degli appalti edilizi e che, seppur con la terza media, divenne per la cosca un imprenditore del malaffare con le competenze di un laureato di economia. Il male insomma, si ingegna e spesso anche molto bene, mentre generalmente, poiché i buoni sono sempre un po’ ingenui e sempliciotti, fanno presto a diventare anche ‘coglioni’.

Mi piace richiamare questa fiction, nella terza puntata di Fuori dai denti in cui andiamo a parlare di Gianni Pesce, perché noi italiani che siamo un popolo da fiction, di esse ci innamoriamo. Quando le guardiamo o vediamo recitare fiori di attori nei panni di poliziotti e mafiosi, soliamo allargare la bocca sospirando concetti di alto significato, quali ad esempio: ”che coraggio questi poliziotti”, ”come è diffusa la mafia”,  ”accidenti non mi aspettavo tanta corruzione”, ”che impressione mi ha fatto vedere la storia” – soprattutto perché in molti casi, esse sono basate su fatti reali ricostruiti da parte degli sceneggiatori e non su fantasie romanzate. Tutto ciò però non basta per, terminata la fiction, sentirsi cittadini un pò più orgogliosi e consapevoli e di conseguenza anche in dovere di dare il proprio piccolo contributo per onorare con la propria vita e con il proprio potere – qualora lo si possedesse – quanto con la bocca esprimiamo o pensiamo.

Insomma se nei film riusciamo a sentire la mafia come qualcosa di molto vicino e che agisce come sosteneva Falcone con ‘intelligenze raffinate’ e non con bifolchi ignoranti come saremmo portati a pensare ( quelli sono solo la manovalanza), d’improvviso dopo che ci abbiamo fatto una dormita sopra, essa diventa un ricordo molto lontano, un qualcosa che non sembra più toccarci da vicino, una chimera così fantasiosa che l’appalto truccato o le mafie istituzionali finiscono per essere considerata roba di normale routine quotidiana. Eppure vi sono boss che hanno fatto del traffico edilizio, del traffico dei rifiuti, del mercato di frutta e di verdura, di favori e favoritismi istituzionali un vero e proprio impero del male a danno di salute, bene e benessere di una intera collettività sana. Ma torniamo a Gianni Pesce che non è il protagonista di un film, ma un poliziotto vero, come quelli della squadra di Napoli che hanno arrestato Zagaria, come tutti coloro che, vivi o morti, hanno sentito la mafia come qualcosa di molto vicino, che hanno deciso di combatterla mettendoci vita e faccia e che si sono rifiutati di farsi spaventare da essa, anche se sentivano il suo fiato sul collo.

L’impero della mafia è in primis infatti l’impero della paura e ciò di fatto non è cosa su cui scherzare. Molte persone vi hanno rimesso la vita perché come dice il dott. Pesce, nella sua intervista, chi lavora bene: ” …deve essere accantonato, non ti possono sparare, anche se c’è questa possibilità e vedrai in Radici e Sangue, quanti sono quelli che muoiono, uccisi ufficialmente dalla mafia, ma su richiesta dell’elemento politico. Molti omicidi, per confessione di mafiosi che io stesso ho portato in carcere, come quello di Dalla Chiesa erano voluti dalla matrice politica. ”.

Tuttavia, se vogliamo essere un popolo di cittadini e non di telespettatori a questo bivio ci dobbiamo arrivare. Continuiamo a scandalizzarci nelle fiction e a far finta di niente nella realtà o apprendendo anche dalle fiction ne approfittiamo per fare nella nostra vita quel poco o quel tanto che siamo chiamati a fare? Sapete, io credo che il popolo italiano, proprio perché un popolo genuino nella sua natura originaria, abbia trascurato che genuinità dovrebbe essere accompagnata da fierezza e dignità, dalla capacità quindi di avere quel tanto di nobiltà d’animo che basta per fare la differenza e cercare di farla nella società.

Dopo aver conosciuto nella realtà poliziotti e persone che si sono confrontate con la mafia veramente, ho potuto respirare da loro molto più da vicino e molto più realmente quel profumo di coraggio e fierezza che è poi quello che idealmente apprezziamo dalle fiction. Ecco, sappiate che quegli attori che apprezzate quando guardate i film possono esistere anche sotto forma di persone reali che quelle cose le hanno fatte veramente e non recitate. Secondo Pesce, di poliziotti in gamba ve ne sono molti, il punto è capire dove sono posizionati e che tipo di supporti gli vengono dati per fare il loro lavoro, in quanto come è stato in passato, molti di loro sono morti perché hanno fatto bene il proprio lavoro, come ad esempio Ninì Cassarà, ma anche perché non sono stati adegutamente protetti da quello Stato che servivano e che avrebbe dovuto proteggerli al meglio. Nei suoi racconti, il dott. Pesce dice che il problema in Italia è grosso perché l’interesse personale e economico di ogni singolo è legato a desideri di carriera e di denaro e non a un idealismo sostanziale di apporto alla società, insomma al carrierismo privo di qualsiasi sistema etico che in certi ambienti diventa inevitabilmente corruzione e malaffare.

Sappiate che queste persone la vita l’hanno rischiata o la rischiano veramente e non per gioco, sappiate che quando si entra in certi ‘giochi’ di potere, il coraggio è un trofeo da conquistare e non un punto di partenza dato per assodato. Noi il coraggio lo dobbiamo imparare da questa gente qui. Da chi uomo o donna come noi, ha saputo non farsi telecomandare dalla paura, ma ha saputo andare oltre per fare la propria parte piccola o grande che fosse nel tessuto della storia a cui gli è stato chiesto di contribuire o partecipare e di prendere una posizione.

Penso che se fossimo un pò meno dissociati come esseri umani cominceremmo a comprendere che la società che viviamo è la stessa a cui noi diamo vita con le scelte che facciamo. Se diamo alla paura la forza di dominarci, le cose che devono essere denunciate sempre resteranno nascoste e continueremo a credere che certe ingiustizie siano ‘ la normale routine’ di una società malfunzionante, senza avere il coraggio di ammettere che è grazie alla nostra complicità silente che quel metodo, quel malaffare, quel modo di operare istituzionale che non funziona continua a perpetrarsi indisturbatamente per un numero considerevole di cittadini vili che hanno come padrino l’omertà.

Ciò che anche nei film appare molto evidente è il legame inscindibile tra mafia e potere, e cioè il fatto che molto spesso chi combatte la mafia si ritrova a doversi scontrare con personaggi illustri e di potere che sono collusi con la mafia e con essi si ritrovano a dover interagire per fare la propria parte con il rischio reale che il potere venga usato contro di loro.

Ma qui sta la differenza tra l’essere telespettatori e cittadini. Il telespettatore dopo la fine della fiction dorme, il cittadino invece si sveglia.

Se tu non hai nell’animo una corretta costruzione etica, diventi pericoloso per la collettività, sostiene Pesce. Le nuove generazioni che sono quelle che hanno generato questi magistrati, questa classe politica, questa classe dirigente non aveva una costruzione etica sempre adeguata. Gente che vuole fare carriera con la spinta, se posso truffare truffo, quanti soldi posso fare e non come bene posso fare. In ogni persona ci devono essere ”due reparti” ben distinti, sostiene il dott. Pesce, uno di cose giuste e uno di cose ingiuste, se non c’è questa consapevolezza, la società va a quel paese. Ci sono dei lavori, il magistrato, il poliziotto, il politico, il medico, l’avvocato, che se non hanno nell’animo una corretta costruzione etica, sono destinati a essere pericolosi per la stessa comunità. La corruzione è molto più pericolosa di quello che la gente non pensi perché spesso basa la costruzione dei suoi imperi non sull’aumento delle sostanze, in termini economici, ma sulla fidelizzazione delle persone sulla base del ricatto, mettendo i cosiddetti key men nelle istituzioni, persone cioè che sapranno dire di sì al momento opportuno, in quanto collusi con il potere mafioso. Voi capite che quando questo accade in una qualsiasi istituzione, la pericolosità per il cittadino di queste persone non deve essere spiegata.

 

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