Espressioni bustocche

Voci di tempi antichi, con tanto di saggezza....incorporata. Nel Dialetto Bustocco (ricordiamoci che è anche una "lingua") qualcosa che valeva poco sotto ogni aspetto, lo si bollava con l'epiteto "cica da bagu"...

Gianluigi Marcora

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Voci di tempi antichi, con tanto di saggezza….incorporata. Nel Dialetto Bustocco (ricordiamoci che è anche una “lingua“) qualcosa che valeva poco sotto ogni aspetto, lo si bollava con l’epiteto “cica da bagu“. Letteralmente, quella specie di frase, vuol dire “cicca di tabacco” ed ha una spiegazione. Non è il semplice mozzicone di sigaretta che maldestramente e ineducatamente, la gente spesso butta in ogni dove. La “cica da bagu” è il resto di una “masticata” del sigaro. Farà schifo ai …deboli di stomaco, la spiegazione, ma tant’è: il tabacco che si masticava, una volta masticato, lo si buttava via. Come? Sputandolo, a disdoro di chi faceva quel gesto, ma a disdoro pure di chi lo tollerava.

Siccome quel gesto era diventato un’abitudine (spesso utilizzato dai carrettieri) ecco che anche il …. disdoro andava a farsi benedire. Quindi, il “cica da bagu” andava a significare il “nulla”, il “valore zero”, l’insignificante, ciò che era riluttanza….insomma, qualcosa che fa schifo.

Figuriamoci quando nelle dispute (chiamiamole pure litigi) si utilizzava a mo’ di insulto, quel ” te se nà cica da bagu“, vali nulla. Era come dire (come insulto) “lavativu” (proprio con la u finale) a un onesto lavoratore. Del pari peso del “bastardo” detto a un meridionale. Qui possiamo ben accostare i due epiteti (che veramente fanno schifo) che suonano a gravi offese a chi li riceve.

Già che ci siamo, riprendiamo il “lavativu“. Questa volta per significare un autentico …pregio.

Stupore? No davvero e lo chiarisco subito. A Busto Arsizio, chi è nato in città ed ha i genitori ed i quattro nonni nati a Busto Arsizio, può fregiarsi del “nobile titolo” di “Bustocco nativo e lavativo” che in questo caso fa …. tendenza. Oggi, su una popolazione residente in Busto Arsizio di circa 84.000 persone, di “Bustocchi nativi e lavativi” ce ne saranno non più di 3500 (chiederò all’Anagrafe per una conferma); tutti gli altri sono semplicemente Bustesi!

Visto che ci siamo con gli epiteti e le parole “schifose”, aggiungiamone altre. La “parolaccia” fa parte della parlata di qualsiasi Comune e di qualsiasi Paese. Ignorarla, non fa bene a chi vuol capire e vuol conoscere. Ne butto lì qualcuna: “canagròn, cò da nemùotu, pisaguci, balabiutu, tegnòn, facia da cuprisèla, perdaball, cù e mèna” e chi ne ha da ….suggerire, lo faccia pure. In modo da ottenere un “vocabolario” aggiornato.

Abbozziamo una spiegazione spicciola delle succitate parole: “canagròn” è uno che spende poco, ma che vive “a ròa” (a ruota) di altri; una sanguisuga – “cò da nemùotu” è colui che ha il cranio piccolo e, …piccolo il cranio, piccolo il cervello (chiara l’allusione, noh?) – “pisagugi” è chi conta anche le briciole, un avaro, uno che concede nulla agli altri. Del resto “orinare gli aghi” è difficile oltre ogni dire e l’avaro, prima di mollare qualcosa, sembra che riesca nella minzione – “balabiuto” non è colui che “danza ignudo”, ma un semplice millantatore, uno di nessun affidamento, non solo un bugiardo, ma chi raggira l’interlocutore – “tegnòn” è semplicemente un tirchio – “facia da cuprisèla” è chi ….ha la faccia sul culo (concedetemi la traduzione nuda e cruda, ma è l’unica appropriata) e, quando tutti (o quasi) andavano in giro in bicicletta, mettevano sopra la sella il coprisella, per proteggerla. Quindi, il contatto del coprisella col “lato B” dell’individuo faceva scaturire quel nome – il “perdaball” è uno che pur avendo nulla, debiti dappertutto, fa e promette grandi cose….salvo poi, non onorare ne la sua parola e ovviamente nemmeno gli impegni onerosi – il “cu e mèna” è uno che bighellona in giro. Fa il prezioso, il vanitoso, ma a conti fatti ….fa nulla di ciò che promette. E’ piuttosto uno che raggira gli altri, i creduloni, non certo gli ….intelligenti.

Fermiamoci qui, senza tuttavia dimenticare la “signora” delle “parolacce Bustocche“; l’eccellenza del dire e dell’intercalare locale, cioè il “va da via’l cù” (vai a dar via il sedere). Ne parleremo diffusamente in altro articolo. La frase ha tante sfaccettature: è un invito, una minaccia, un modo di dire, ma pure motivo di soddisfazione….è tante cose e la “signora” delle “parolacce Bustocche” merita un trattamento maggiormente significativo.

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