Estate a portata di mano

Estate a portata di mano. Qualcuno accampa: quale estate? E mette avanti le mani! Certo, ci si trova a luglio con un "retrogusto" di piogge e di temporali; qualche giorno afoso...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Estate a portata di mano. Qualcuno accampa: quale estate? E mette avanti le mani! Certo, ci si trova a luglio con un “retrogusto” di piogge e di temporali; qualche giorno afoso, qualcun altro di bel tempo, ma l’estate (come si diceva una volta) con “ùl coldu e’l fregiu, i u mangiàn non i ràti” come la mettiamo? Ah, la traduzione: “il caldo e il freddo, non li mangiano i topi” e si indicava un altro bel dire che coinvolgeva noi ragazzi, tutti in giro “in pè’n tèra” (qui s’intende piedi nudi).

L’estate della mia gioventù era sport a oltranza. Meglio specificare: partite di pallone al campetto o gare a dismisura in bici sul “circuito” dei 5 Ponti (via Formazza, deviazione a destra sul Sempione, discesa Corso Italia e di nuovo via Formazza). Una volta, dove ora ci sta un condominio spaventosamente largo, esisteva il “campetto“. Che non era proprio un campo di calcio piccino, ma volutamente, noi gli mettevamo dei limiti sottoforma di spranghe di ferro, contenitori di latta chiesti a mamma, sassi abbastanza grossi che servivano pure a delineare le porte e, quando si poteva, pali di legno presi a prestito dallo zio Geppo, falegname.

A prestito, certo. Lo zio tuttavia era “buono come il pane” e lui, mai ci aveva chiesto la restituzione dei legni. Era per avvisarci che, una volta rotti quelli, lui non ne avrebbe donati altri. Quando però succedeva, ecco un nuovo palo ed ecco la partita a svolgersi in maniera quasi regolare.

In quel “campetto” si sono consumati pantaloncini, magliette, scarpe, camicie, occhiali e ….ginocchia. Si giocava ore e ore e appena possibile ci si andava a ristorare sotto il rubinetto comune del caseggiato vicino. Eravamo guardati a vista. Va bene dissetare la nostra sete, ma se qualcuno dovesse azzardarsi a giocare con l’acqua o a creare giochi cretini sotto l’acqua, avresti sentito sollevarsi un mucchio di voci ostili che ci avrebbero redarguito di tutto punto.

Certe scorribande vissute al “campetto” le ho raccontate nel libro FATTI MIEI  e nel libro Resto Qui!

Qui mi va di proporre qualcosa di nuovo, parlando di caldo. Già l’aria era respirabile a pieni polmoni. La sentivi fresca anche alle 4 del pomeriggio. Eppoi, nonostante il sudore dei giochi, “bevevi” quell’aria che inebriava solo a inspirarla. A volte si giocava a calcio a piedi nudi, con tanto di callo sotto la pianta del piede che non veniva pulito quando lo fregavi con la “lisciva” a sera, prima di tornare in casa. Si giocava così (tutti sia chiaro, dopo aver fatto la conta e l’alzata di mano, democraticamente), a piedi nudi per non sorbirci poi da mamma il solito ritornello “anmò t’è scèpò i scòrpi” (ancora hai rotto le scarpe?) e vederlo sostituito con un altro genere di rimbrotto “stè fèi ai pè?” (cosa ti è successo ai piedi?). Noi, stoici e imperterriti, quasi in coro rispondevamo “l’è naguta” (nulla) e il gioco sarebbe proseguito il giorno dopo.

In estate c’erano i frutti del giardino. Ciascuno piluccava nel suo, tranne qualche “spedizione” nel giardino degli altri. Fino a che la facevamo franca, andava bene così; altrimenti ti sentivi dire “vò a cà tua” (vai a casa tua) e qualche volta, a sera, si doveva sorbire le imprecazioni di mamma che non voleva sentire lamentele dai contadini vicini. A proposito, la famosa “spigolatrice” c’era anche da noi e non solo a Sapri. Raccoglieva le spighe cadute dal carro che raccoglieva i covoni e riempiva il suo bel cestino che aveva licenza di portare a casa. Nei  momenti della mietitura, gli uomini bardati con bandana in testa e canottiera sul corpo davano al campo un’aratura e una mietitura speciali. Per l’erba, c’era la stesura a tutto campo e a ore determinate, la si rivoltava per farla seccare. Quello – ci dicevano – è il cibo per gli animali, d’inverno.

Le donne erano attente a portare acqua per dissetare i lavoranti e solo talvolta vedevi arrivare il vino dentro una brocca o “dent’ùl sidèl” (dentro un secchio) dove attingevi “cunt’ùl cazzù” (con il mestolo). Altro che sciacquare “ùl cazzù“: a turno gli uomini bevevano e per (loro) misericordia, a volte ti invitavano con gesti spiccioli per “‘na guta da vèn” (una goccia di vino)… diciamolo, non una “goccia” letterale, ma un sorso par “scoèdi a sedi“. Bello o no quel “scoèdi a sedi?”. Letteralmente significa “soddisfare la sete” che vuol dire bere, ma a Busto Arsizio (inutile nasconderlo) siamo gente speciale e scusate l’immodestia.

Purtroppo, l’estate passava in fretta e ogni giorno vissuto d’estate durava 75 ore, tanto ne combinavamo. Ci si accorgeva che gli altri giorni, di ore se ne vivevano si e no 7 o 8 comprese le ore (poche) dedicate allo studio. Però non c’erano estati “anemiche” o brulle. Nessun temporale, pochissima pioggia e sole, tanto sole da abbronzarti “da cap’a pè” (da capo a piedi), in attesa del primo giorno di scuola. Che era il Primo di Ottobre (non prima). Butto lì un’usanza. Il 1° di ottobre è San Remigio. E i ragazzi li chiamavano “remigini“.

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