PROSEGUIAMO IL RACCONTO
Ezio Crespi, seconda parte

Proseguiamo il Racconto su Ezio Crespi a cui è stata intitolata la Scuola Elementare in via Luigi Maino a Busto Arsizio

Via dedicata alla Brigata Cesare Battisti. Sullo sfondo, la collina dove avvenne lo scontro in cui trovò la morte Ezio Crespi

Gianluigi Marcora

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La prima parte

Proseguiamo il Racconto su Ezio Crespi a cui è stata intitolata la Scuola Elementare in via Luigi Maino a Busto Arsizio.

Don Giuseppe tenta di dissuadere Ezio Crespi dalla diserzione. Per una o due volte, lo convince il prete. Poi Ezio Crespi è irremovibile. Entra nella Resistenza. E’ lo stesso don Giuseppe a organizzare la fuga di Ezio Crespi in montagna: gli procura vestiti semplici da muratore e documenti falsi. La madre lo accompagna alla stazione e lo affida alla staffetta capeggiata da King Kong (ovviamente nome in codice del Capo Partigiano). Il treno per Domodossola è sospeso e in stazione c’è un picchetto nazi-fascista a sorvegliare persone e bagagli.

Ezio torna a casa e don Giuseppe lo ospita in casa sua. Qualche giorno dopo, Ezio è diretto a Intragna sui contrafforti del monte Zeda. – è il 3 maggio 1944 e per Ezio Crespi comincia la vita del Partigiano a tutti gli effetti – dislocazione, nella zona compresa tra la Valle Canobina  e la Valle dell’Ossola – Ezio e il signor Mancarella fanno parte con una cinquantina di altri giovani della “banda” Cesare Battisti, organizzata successivamente in “brigata” appena istituito il C.V.L. – Corpo Volontari della Libertà. Comandante, l’ex Ufficiale dell’Esercito Italiano, detto ARCA.

Tutti i componenti del C.V.L. avevano un nome di battaglia. Ezio assunse un nomignolo: Cinella, prima appartenuto al fratello maggiore che era morto. Ezio passò indenne i primi tre mesi di guerriglia, tra attacchi e imboscate (fatti e ricevuti). Durante l’evacuazione dei Partigiani a Cannobio riuscì a salvarsi a stento, nascondendosi la prima volta sotto il corpo di un Partigiano morto e, la seconda volta, per otto giorni in una cisterna vuota, “cibandosi” con le bucce delle patate.

Il padre volle a ogni costo raggiungere il figlio. Lo fece con l’aiuto di staffette Partigiane che ne annunciavano l’arrivo. Trovò Ezio, magro e denutrito con una “febbre” sul viso che ne mutava l’aspetto. Ezio si confida col padre “hai ragione a dirmi che la guerra di montagna è durissima” ma, aggiunge “piuttosto di stare con gli aguzzini, preferisco restare qui a fornire il mio contributo“.

Anche Mancarella testimonia la durezza di quei momenti di “vita clandestina, dormire all’addiaccio, in baite cedute dagli abitanti della zona, su mucchi di fogli, con la paura di qualche….tradimento”.

Il poco latte di ogni giorno era una conquista. Bisognava passare dai montanari della zona per avere qualche cibaria. Quando si riusciva ad acquistare una bestia morta di vecchiaia era festa gustare quella carne dura come una suola. Per renderla maggiormente appetibile venne incaricato Ezio di eseguire le direttive imparate in un Ristorante di Intra ….nacque così “la bistecca del Cinella” servita ancora oggi. – A turno e in piccoli gruppi si eseguiva il turno di pattuglia per controllare il territorio occupato dal nemico. C’erano attacchi e imboscate e rifornirsi di nuove armi era difficile.

A Busto Arsizio, suor Benedetta nascondeva armi in soffitta sopra l’altare della Cappella dei Ricovero dei vecchi (la testimonianza è citata con queste precise parole – nda). Buona parte di altre armi ….moschetti, pistole, bombe a mano si procuravano assalendo i nazi-fascisti. A tal proposito, Mancarella cita un compagno abilissimo nel disarmare il nemico. Semplicemente puntando un dito dietro la schiena, intimando “mani in alto o sparo” e…..andava bene.

Tutti alla pari, tutti volontari per le scorribande sui monti. C’era l’Italia da salvare. Poi, autunno ’44 i tedeschi poterono rinvigorire le loro fila – le operazioni militari al fronte, stagnavano e gli Alleati avevano interrotto la loro avanzata. I nazi-fascisti iniziarono la rioccupazione dell’Ossola e il battaglione a cui era aggregato il Cinella subì perdite considerevoli. Per molti, l’unico scampo era dettato dal varcare la frontiera, seguendo la via dei contrabbandieri, attraverso le montagne che già si imbiancavano di neve.

CONTINUA

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