MODI DI DIRE
Freddo e dialetto

Freddo... tanto freddo... e quale novità? Sarebbe una novità se il freddo attuale lo si dovesse manifestare a giugno. Allora sì, bisognerebbe stupirsi o sbalordire... quindi! Però, di freddo occorre parlarne. Anche per dare un'occhiata al passato

Gianluigi Marcora

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Freddo… tanto freddo… e quale novità? Sarebbe una novità se il freddo attuale lo si dovesse manifestare a giugno. Allora sì, bisognerebbe stupirsi o sbalordire… quindi! Però, di freddo occorre parlarne. Anche per dare un’occhiata al passato, ai detti popolari Bustocchi che (quasi) esorcizzavano il freddo, con battute più o meno ironiche.

Eccone due: “al fò tan’fregiù ca lù sènt’anca i sturni” (fa così freddo che lo sentono anche i sordi). Nessuna irriverenza nei confronti dei deboli d’udito, ma avvertire il freddo in questa maniera è quasi ….atroce.

Poi c’è un’altra battuta, più ….accomodante, ma sicuramente meno istrionica. Dice così: “ùl fregiù e’l coldù i u mangiàn non i ròti” cioè a dire “il freddo e il caldo, non li mangiano i topi”. Questo accostamento, proprio non l’ho capito. Non è che i topi si nutrono di freddo e di caldo, ma arrivare a dire che queste bestiole non proprio tenere, ma che ai più fanno riluttanza, non divorino freddo e caldo, ci vuole una “bella” fantasia. Non vi pare?

La fantasia (non troppa) corre a ritroso nel tempo, per …. ricordare che “una volta” (leggi: durante l’infanzia o la gioventù di chi attualmente ha i capelli bianchi) non c’erano termosifoni o stufette elettriche. Lo dico per la maggioranza di persone …vintage o antiche e….qualche vecchio. Orbene, quel freddo presentava ben altri “connotati”. Di conseguenza, per “combatterlo” si utilizzavano i seguenti rimedi.

Nel forno di una normale stufa a legna e carbone, si metteva un mattone (quadrèl) che tratteneva il caldo il giusto tempo necessario per scaldare le lenzuola. In casa mia, quell’incombenza era a carico di papà che di getto, con una “pattina” da cucina arpionava il mattone e lo immetteva in un sacchetto di tela e, dalla cucina lo portava in camera, dopo essere uscito dal piano terra, salito le scale in comune e fiondato in camera dove appunto c’erano i letti.

Detto così, tutti si fanno un’idea del valore della “cucina” al piano terra e del “reparto notte“. In sostanza, nelle case di ringhiera, per famiglie come la mia, la consistenza era: un locale peraltro diviso in due parti, dove era sistemato il “piano cottura” cioè la cucina, dentro il quale (o la quale) c’era un tavolo con quattro sedie (nel nostro Stato di Famiglia, oltre a mamma, papà ed io, figurava lo zio Giannino, fratello di papà, dato per morto in guerra, ma scappato dopo l’8 settembre con altri 4 commilitoni che si sono fatti a piedi o con qualche mezzo di fortuna, dall’Albania sino a casa – sic). L’altra parte del locale era la ….sala!

La camera da letto (reparto notte) era sempre di un locale, con dentro il letto matrimoniale e un lettino per me. Lo zio Giannino dormiva nel “mezzanino” (chiamavamo così un “ripostiglio” vicino alla scala comune spettato a mio padre, dopo la divisione dell’eredità del nonno.

Ritorniamo a discutere di …. freddo. Oltre al mattone (quadrèl) si utilizzava pure la bull, un contenitore di rame, con acqua bollente che pure si inseriva in un sacchetto di tela ed era depositato sotto le coperte.

Diciamo subito che al risveglio occorreva una grande prova di coraggio per togliere le coperte da dosso. Spesso l’operazione la faceva mamma ricordandomi che ci si doveva preparare per andare a scuola. E in casa c’era già la stufa accesa (bella quest’espressione …la stufa accesa….non è che il babbo avesse voglia di fare il piromane, ma nello slang voleva dire che si accendeva il fuoco dentro la stufa) e l’acqua bollente veniva travasata nel catino o dentro il bagnino (piccolo mastello – non il bagnino che fa servizio al mare) e ci si lavava “a tòchi” (a pezzi – prima una passata sul viso, poi collo e orecchie e ….basta. Le parti intime erano già lavate dalla sera). L’operazione era vigilata da mamma che raccomandava “frega pulidu ùl col, gròta pulidu i ùegi” (strofina bene il collo, gratta bene le orecchie) e dovevi far presto; il freddo incombeva e ti attanagliava in una morsa implacabile e, il maglione attendeva …impaziente.

Uscivi da casa, con sciarpa e cappotto (paltò ….dal francese paletot, di importazione ligure) “armato” di cartella e via di corsa a scuola. Freddo anche lì dentro, ma la corsa prima e i giochi poi, il freddo te lo facevano dimenticare. Lasciatemi dire …. quel freddo era quasi raccapricciante rispetto a questo freddo. Migliorie? Allora ci si scaldava in stalla, all’ombra di mucche e di cavalli, magari a “sgranò’l miagòn” (sgranare le pannocchie di granoturco); ora il tepore dei termosifoni fa scaturire i ricordi e, anche il freddo non è più lo stesso che si assaggiava un tempo antico.

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