Per tigrotti come Mara, Turconi e Frigerio
Fuori le unghie

Mancini arriva appena sedicenne dalle nostre parti. Al volo si rende conto che a Busto, i nativi han tanta voglia di fare...

Giorgio Giacomelli

Busto Arsizio

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Mancini arriva appena sedicenne dalla natia Romagna dalle nostre parti nel ’38. Al volo si rende conto che a Busto, i nativi non vantano particolari ascendenze nobiliari, ma han tanta voglia di fare. Abita dalle parti di via per Lonate, vende generi alimentari. Un bel giorno, è da poco finita la guerra, suo fratello Nando, quasi accigliato, lo vede contar passi su un terreno dietro la loro casa, chiede “cosa fai Peppino?”. Non ti preoccupare, poi vedrai. Peppino impianta, sul terreno misurato un distributore di benzina. Instancabile, vulcanico, pian piano entra nel giro giusto del petrolio, entra in attività collaterali tra le più disparate, dà lavoro, tanto, a Busto e da altre parti. Nella “sua” Rocca San Casciano, al confine con la Toscana, crea un’azienda del “benessere” con tanto di piscina ed alberghi.

Un paio d’anni dopo, a tempo perso inventa TeleAltoMilanese. Nella metà degli anni cinquanta organizza il “Torneo Città di Busto Arsizio” per squadre di calcio composte da sei giocatori. Le partite vengono giocate nello “Stadium” di via Valle Olona, tra compagini di spicco composte da giocatori  anche professionisti, provenienti dalle zone limitrofe a Busto sin dal vicino Piemonte. Il calcio a Busto, trova seguito in ogni parte dell’anno, alle gare finali si contano anche tremila spettatori.

Mancini si avvicina alla Pro Patria gestita dal commissario straordinario Dr. Ercole Caimi, collabora all’entrata in società della famiglia Candiani, alla nomina del rampollo Enrico alla presidenza del sodalizio biancoblu. Nel ’70 rileva dai Candiani le quote della Pro Patria, dà retta a tizio e caio, assume personaggi sul viale del tramonto calcistico alquanto scarsi sul campo, ottiene che i biancoblu retrocedono nel 1972 tra i dilettanti.

Peppino lascia la presidenza, rimane dietro le quinte. La squadra è affidata per il rilancio al duo Turconi-Pedroni, gira bene, sfiora la promozione (5° posto). Nel ’73 quale responsabile tecnico viene assunto Adelio Crespi, ottimo centrocampista biancoblù anni sessanta, con l’intento di riportare la Pro Patria tra i professionisti. Crespi lavora sodo, porta nuova idee impostando schemi di gioco che guardano al possesso della palla per rafforzare la difesa e spedire gli attaccanti al gol.

I Tigrotti sono secondi dietro lo straripante Sant’Angelo Lodigiano. Mancini, sulle colonne de “La Spinta”, periodico fondato e diretto da Giorgio Romussi, esorta gli sportivi bustesi, prima di andare in vacanza, a tener conto che la squadra, allestita a suon di sacrifici sostenuti da pochi per risalire la corrente, è stata riaffidata a Crespi. Seguono dal 22 settembre 1974 in poi 18 vittorie, 14 pareggi, 2 sconfitte, 36 gol fatti 16 subiti e la promozione in C, a spese del tignoso Cantù, staccato di cinque lunghezze.

Fornara, 11 gol, è implacabile cannoniere e dietro Ettore Frigerio “Friz” combatte da Tigrotto d’antan, ovvero il mitico difensore Pio Mara versione anni settanta, l’Angiulèn Turconi-olimpionico, mattatore del Milan sconfitto 3 a 2 al comunale di Busto il 29-5-1949 da una sua micidiale bordata scagliata da oltre trenta metri. La squadra è ben giudicata dal CT Fulvio Bernardini, che la schiera contro gli azzurri a Masnago (Varese) nel 1975. In giugno a Busto è baldoria con luculliano pranzo (1.500 presenti ) allo Speroni, melodie di Raul Casadei, Juve in amichevole, visita dell’asso brasiliano Pelè. Al momento, per via di un paio di scivoloni che hanno portato la Pro Patria al terzo posto, dalle parti di via Ca’ Bianca “fischia il vento e soffia la bufera”. Son malumori plausibili, rispettabili, salvo prove contrarie che devono essere fornite dai biancoblù all’insegna di “fuori le unghie” per 90 minuti e “mai morti “ sino all’ultima gara di campionato in onore alle prestazioni dei tigrotti Mara, Turconi e Frigerio.

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