la “Scòa Teresèn”
Gennaio val bene un ricordo…

Gennaio val bene un ricordo, una Poesia di Carlo Azzimonti (in dialetto, ovvio) e una succinta spiegazione di un’Istituzione che ha precorso i tempi riguardanti Asili e Scuole d’Infanzia: la “Scòa Teresèn”...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Gennaio val bene un ricordo, una poesia di Carlo Azzimonti (in Dialetto, ovvio) e una succinta spiegazione di un’Istituzione che ha precorso i tempi riguardanti Asili e Scuole d’Infanzia; la “Scòa Teresèn“. Ci sarebbe da dire pure dei “tre giorni della merla“, specificatamente 29-30-31 gennaio che (in teoria) dovrebbero essere i 3 giorni più freddi dell’anno. Tuttavia, diamo spazio a Poesia e “Scòa Teresèn”.

Vediamo prima la Poesia, intitolata GENAR (Gennaio) di Carlo Azzimonti:

“I pasan i ann e senza mai fermasi – i pasan teme un sogn: sa curan dre – pena che veun al moèi un oltr’al nasi – ma par fa postu a chel cha vegn adrè – a san Silvestar un ann finisi e’n fasi a ghè già li chel noeu  che su’l sentè da a vita al fa in Genar i sò prim pasi – pien da speranzi e sogn, senza un  pensè… – Cand’al nasi, l’è ‘na festa da canti – tra spari da saaseti  e da murtè – che noci, cun tazi da spumanti – pà ul sò batèsim  in i agenti in pè – a l’è ‘na festa  a vita in di prim di – ma prestu o tardi  destinà a finì”.

Passano gli anni senza mai fermarsi – passano come un sogno: si rincorrono  – appena che un anno muore, un altro anno nasce – ma per far posto a quello che è appena passato – a San Silvestro un anno finisce e in fasce c’è già quel nuovo che sul sentiero della vita fa a Gennaio i suoi primi passi – pieno di speranze e sogni  senza un pensiero …. – Quando nasce (l’anno) è una festa di canti – tra spari di petardi e mortaretti – che notti con tazze di spumante – per il suo battesimo ci sono le genti in piedi  – è una festa di vita nei primi giorni – ma presto o tardi (la festa) va a finire.

 

Non servono ulteriori commenti. La Poesia di Carlo Azzimonti, l’abbiamo rilevata dal libro PAGINE BUSTOCCHE del 1938 a cura del Centro Culturale San Michele in Busto Arsizio

Dedichiamoci ora alla “Scòa Teresèn” sorta nella metà dell’anno 1800 e conclusasi poi nell’anno 1900. Sorgeva in Piazza San Giovanni, a Busto Arsizio, quasi dirimpetto il “mortorio” e chiamata così per il nome della prima sovra intendente Teresina sorella del fondatore Carlo Marchesoli. In quella “scuola” venivano depositati i pargoli dai 2 anni in su delle mamme che andavano “a fare i mestieri” per procurarsi quel che bastava per “dare una mano” in casa e arrotondare le entrate. Protagoniste principali della “Scòa TeresènCarolina Milani e Angela Milani, due educatrici “toste” con la pazienza certosina, nei confronti di questi “caragnoni, sbergnoni” (bimbi che piangono allo stacco con la mamma).

Poi c’era la dama di corte (cortile) che era l’Angiuleu (Angioletta) che aiutava a tenere a bada la rumorosa compagnia. Tariffa mensile per il servizio: 1 lira per gli abbonati e un forfait di una palanca “al tocco” per chi occasionalmente portava i bimbi all’asilo (la Scòa Teresèn che non si chiamava asilo). Visto? una “palanca” che era una sottospecie della lira e che dimostra anche qui la nostra provenienza Ligure… la palanca è una unità di moneta proprio della Liguria.

Il leit motiv che si sentiva ogni giorno era “Caruleu, ma tignì chi ul fioeu un mumentu ch’ho d’andà a fà i facci?” (Carolina, mi trattenete qui il figlio un momento che devo andare a fare i mestieri? “facci”).  E la risposta era un “ma si car Signui” (certo, caro Signore) ed era quasi un’invocazione e subito rivolto al bimbo “scià, vegn chi balèn ch’a ta dò ul bèl” (vieni bimbo che ti dò il bello) e quel “bèl” era tutto e niente del tutto, ma il bimbo era incuriosito e… andava alla “scòa“.

Oltre la custodia, per chi pagava un “palancon” (che ovviamente aveva un valore più alto della “palanca“) c’era un “tazzinèn” (scodellina) di minestra anche se la refezione non era obbligatoria e, la maggioranza dei bimbi si portava da casa “a maenda” (la merenda): pane con un po’ di formaggio, qualche fico secco e al tempo giusto, qualche grappolo d’uva (che veniva diviso in tanti “pincieu” acini per soddisfare tutti).

Ogni tanto, per bontà “da chi gà pò” (per chi era facoltoso o quantomeno chi poteva permetterselo) alla “Scòa Teresèn” arrivavano caramelle e “pantramvai” (pane con l’uva) e le “caragnate” (pianti a dirotto e a dir… nove) si attenuavano. Qualcuno diceva che “in faccia al mortorio c’era il martirio“, ma – si sa – “ul piangi d’un angiaèn al fò ne mò ne ben” (il pianto di un innocente, non fa ne male e ne bene).

Onore e Gloria alla “Scòa Teresèn“.

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