Giochi da ragazzi

La segnalazione di un'attenta lettrice, Rosangela Rogora, mi fa pensare a un gioco antico ritornato in auge: ricordate il "gioco della sedia" mentre un giradischi abilmente "manovrato" da un disc jockey improvvisato, fermava la musica e chi c'era in piedi doveva trovare posto su una sedia vuota...

Gianluigi Marcora

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La segnalazione di un’attenta lettrice, Rosangela Rogora, mi fa pensare a un gioco antico ritornato in auge: ricordate il “gioco della sedia” mentre un giradischi abilmente “manovrato” da un disc jockey improvvisato, fermava la musica e chi c’era in piedi doveva trovare posto su una sedia vuota, “chiamata” da chi c’era sotto (colui che dava il là ai nomi)?

L’occasione (diciamola tutta intera) era propizia per accogliere una ragazza sulle gambe. Oltre a far “caciara” a suon di risate a crepapelle. Prima, si predisponevano a cerchio, le sedie necessarie per il gioco. Poi, si occupavano le sedie stesse; quindi chi “c’era sotto” vale a dire colui o colei che doveva chiamare l’antagonista, chiamava due o tre nomi di altrettante persone che dovevano alzarsi dalla sedia che le ospitava, fare un giro nel cerchio e trovare il posto libero che rimaneva.

Succedeva che, per un posto libero, si lanciavano almeno due persone. Chi posava le terga prima, sulla sedia, era un vincente; chi si sedeva sopra a colui o colei che aveva occupato il posto, doveva “pagare il pegno“. Il tutto, sotto l’occhio vigile di talune mamme che (guarda caso) si davano il cambio, per non lasciare incustoditi figlie e figli intenti a giocare sino ….all’abbraccio.

Chiaro che il momento più importante del gioco, era quello del ballo con giradischi appresso. In pochi possedevano quel “aggeggio” e i dischi, più o meno, erano i soliti. All’attacco della musica, si formavano le coppie e la simpatia si divideva con la “conquista” che allora non era proprio ….sfibrante.

Il “lento” o il “ballo mattonella” era quello che andava per la maggiore, sino al tempo del twist che catturò la simpatia della maggioranza. Qui, il “controllo” era assiduo. D’estate si ballava in cortile e d’inverno, in casa con le luci accese. Le ragazze mostravano “impazienza” quando stringevi troppo e, all’occorrenza sembrava fossero loro a farti capire di ….osare.

Lo dico subito: non ero fra quelli intraprendenti e anche col ballo non è che abbia avuto padronanza. Era l’epoca (per me) degli studi serali e degli impegni di lavoro e mamma vedeva di buon grado il mio “allontanarmi” da certe amicizie. A volte, la mia Pierina, mi “buttava fuori casa” la domenica, intorno alle 18.00 sostenendo di “avere diritto” a divertirmi un po’ e lo facevo con qualche capatina al bar, qualche volta al cinema e talora camminando senza ….fissa dimora.

Ogni tanto, qualche passeggiata organizzata dagli “Amici del Bar-Trattoria dell’Angelo” di proprietà dello zio Enea con funzioni di “passeggero d’appoggio” per salvaguardare chi si ubriacava non visto da casa. Ci fu una notte passata a Nizza (gita di tre giorni con due notti in albergo) ….memorabile. Ero in stanza con Pier Giorgio e Mario e d’improvviso ascoltiamo voci ….prorompenti, mescolate a qualche detto fuori misura. Usciamo tutti a tre a vedere e troviamo il “Miliu ùl Denna” (all’anagrafe Emilio Denna che parla col “Luisèn ùl grana” (all’anagrafe Luigi Bandera). La discussione è animata e cordiale….e per un certo verso, comica. “sa t’e fèi, Luisèn…sa t’e fèi” (cos’hai combinato, Luigi…cos’hai fatto) e di rimbalzo, “ùl Luisèn” …..”naguta, m’a scapèa da pisà e u ustu il camàr netu e biancu e …u pisà” Il signor Luigi aveva inteso di essere al “camàr” (il gabinetto, l’orinatoio, il wc) e ….splash.

Ci volle poco, per noi tre a capire cosa fosse successo, ma ci volle molto tempo per le spiegazioni fra il signor Emilio e il signor Luigi. Era successo che ùl Luisèn prima di coricarsi, avesse la necessità di andare al “camàr” e visto quel luccicore di bianco fra la luce fioca delle lampade, decise di essere al posto giusto. Il signor Emilio gli stava spiegando che il “bianco” vicino alla poltrona, era la sua camicia, mentre il “bianco” grande come un baule era il frigorifero.

Chiamammo il personale dell’Albergo; spiegammo in qualche maniera, l’incidente e ci affrettammo, quantomeno a lavare la camicia del signor Emilio con l’acqua del lavandino. Non estendemmo, l’indomani ….l’equivoco. Fu solo il Luisèn a dire sul pullman ….”che camàr, dachì; gàn tuti i servizi a purtàa da man” a cui fece eco il signor Emilio con ….” a purtàa da màn, da pè e da usèl” e ridemmo in compagnia.

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