Fiabe raccontate
Gli “esempi” irreali

I bimbi, ma pure i ragazzi grandicelli, stavano ad ascoltare. Ci mettevano lo stupore in quel dialogo di sentimento che si sprigionava fra generazioni. Ed era un bel vedere

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Una volta le chiamavano “esempi”: si scrive come in italiano, ma quell’”esempi” era dialettale e si riferiva alle moderne fiabe. Il “cònta su i esempi” (racconta le fiabe) era dedicato a qualcosa di fantastico che meritava la più accurata attenzione sia da chi “novellava” sia da chi ascoltava.

Solitamente “i esempi” erano appannaggio dei nonni, ma spesso pure i genitori ne avevano da dire.

Peculiarità del caso: anche i bimbi, ma pure i ragazzi grandicelli stavano ad ascoltare. Ci mettevano pure lo stupore in quel dialogo di sentimento che si sprigionava fra generazioni. Ed era un bel vedere.

Da noi, il “maestro principe” degli “esempi” era “ùl ziu Pepèn” (lo zio Giuseppe), detto “brustièn“, che vuol dire “piccola brustia“, l’attrezzo che serviva per pulire il cavallo. Ebbene, tutti noi ragazzi ci mettevamo in circolo o in posizione di… ferro di cavallo e lo zio Pepèn cominciava ad affabulare.

Ne ricordo benissimo una di storia raccontata dallo zio. Parlava di elefante e aveva un che di misterioso. Alla fine del discorso, però, lo zio ci metteva un finale pratico, molto pratico. Cioè “cunt’i uegi dùu elefanti sa fò a cazòla” che tradotto in lingua fa “con le orecchie dell’elefante si cucina il bottaggio”.

Fin qui, tutto a posto e (a cominciare dai più piccoli) tutti pronti per la nanna.

 

Succede che l’indomani, a scuola, la maestra, signorina Vandoni Maria Pia, detta il titolo d’un componimento da svolgere in classe: titolo, L’ELEFANTE. Un’ora per lo svolgimento e tutti noi, chini sul quaderno, penna col pennino “gobetto” da intingere nell’inchiostro inserito in apposito contenitore depositato nel pertugio sul banco. Io come gli altri, descrivo l’elefante come meglio posso; dove vive, dove si diletta a scorrazzare, dove va a bere,ci aggiungo pure che l’elefante va a morire con discrezione quando avverte che la sua vita è all’epilogo e, sul quaderno, c’è ancora un po’ di spazio per completare l’opera.

Che mi viene in mente? Perbacco, la fiaba (che, ripeto si chiamava “esempi” al plurale per racchiudere tutte le fiabe) raccontata dallo zio Pepèn e… come copro le due righe mancanti del mio componimento? Semplice, con una frase a effetto che, per giunta nessuno dei compagni poteva sapere. E, con estrema sicurezza, vergo con orgoglio “cunt’i uegi dùu elefanti sa fò a cazòla” e nemmeno ci metto la traduzione in italiano… non serve. Ciò che aveva pontificato lo zio Pepèn era vangelo e doveva essere riconosciuto nel… mondo.

A casa dico nulla. E nemmeno lo dico allo zio. Aspetto il voto della maestra, dopo di che sarà mia cura dire allo zio che la sua fiaba… ùl sò esempi… sicuramente mi avrebbe fatto ottenere un bel voto. Aspetto!

Due giorni dopo, la maestra distribuisce i quaderni con le rispettive correzioni e (ovviamente) i voti. L’attesa è spasmodica ed io fremo per sapere l’esito del mio tema, sicuramente da… premio Pulitzer. Fatto è che appena la maestra dice… Gianluigi (prima, i ragazzi li chiamavano per nome e, in caso di omonimia, la maestra aggiungeva un “tu” indicando col dito quale ragazzo era nelle sue mire), attendo l’esito.

Guardo con ammirazione la signorina Vandoni e scovo nel suo sguardo un che di… interrogativo. Attacca subito… “ma che corbelleria mi scrivi, Gianluigi… ma dove sei andato a studiarla per arrivare a ciò?” ed io balugino gli occhi come a dire… “questa qui s’è bevuta il cervello… questa qui non sa quel che dice… corbelleria?”. Sono esterrefatto e sento il gracchiare dei miei compagni che ridono a crepapelle sulla frase ripetuta dalla signorina Vandoni. Inoltre, siccome lei arriva da Belllinzago che è in Piemonte e non sa com’è la pronuncia vera del Bustocco, legge pure malissimo quello che io ho scritto e si meriterebbe un bel quattro in lettura del Bustocco.

Dice solo: “Ti ho messo sei, per tutto il resto, ma non scrivere più una stupidata del genere”. Replico solo “Me l’ha detta lo zio Pepèn” e solo allora, nella mia innocenza, anche la signorina maestra comprende il significato del mio componimento. Riprende il quaderno e al sei iniziale ci aggiunge un… mezzo.

Quando l’ho riportato allo zio Pepèn, gli ho raccontato la storia. Mi ha risposto sorridendo, aggiungendo: “l’ea un esempi“. Come a dire… le fiabe sono fantastiche, ma sono… fiabe, irreali.

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