Indagine ISTAT sulle conseguenza economiche dell’emergenza sanitaria
Gli imprenditori della Lombardia puntano sulla crescita dei canali di vendita

Dalla fine di febbraio di quest’anno in poi l’intera Lombardia è stata letteralmente sconvolta dallo tsunami coronavirus. La pandemia ha terremotato il sistema economico lombardo provocandone il (quasi) collasso...

Massimiliano Serati e Federico Visconti

Luciano Landoni

CASTELLANZA

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Dalla fine di febbraio di quest’anno in poi l’intera Lombardia – vale a dire la regione maggiormente industrializzata d’Italia – è stata letteralmente sconvolta (e in certi momenti persino travolta) dallo tsunami coronavirus. L’epidemia da Covid-19 proveniente dalla Cina, che si è poi trasformata in pandemia, ha terremotato il sistema economico lombardo provocandone il (quasi) collasso. Il lockdown resosi necessario per arginare la diffusione dei contagi e frenare il tragico incremento delle morti (in Lombardia si è concentrata la metà degli oltre 34.000 decessi verificatisi a livello nazionale fino ad oggi) ha imposto la chiusura delle fabbriche e il conseguente arresto dell’attività industriale. Le conseguenze sono state (e saranno) particolarmente negative. Quanto negative? Le prospettive di ripresa che caratteristiche assumeranno?

La ricerca elaborata dall’ISTAT e intitolata “Situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19” tenta di fornire delle risposte.

Un’analisi mediante la quale si è cercato di delineare a 360 gradi il quadro di misure messe in campo dalle imprese, oltre a definire la loro visione strategica e a valutare il grado di fiducia degli imprenditori in merito alle prospettive di ripresa/risveglio della domanda e del ciclo economico globale.

Lo studio, i cui primi risultati sono stati pubblicati il 15 Giugno 2020, è suddiviso per regioni e macro-aggregati territoriali consentendo quindi di valutare la performance relativa di ciascun territorio in termini di adattamento e resilienza e di stimare quanto la crisi sanitaria abbia impattato sulle aspettative di sviluppo dei diversi tessuti produttivi regionali.

“L’analisi di ISTAT evidenzia come la differente esposizione ai mercati internazionali possa giocare un ruolo decisivo in questa fase e ci restituisce un quadro del diverso approccio alla globalizzazione dei sistemi produttivi Settentrionali, con il Nord-Est più preoccupato dai possibili contraccolpi sulla domanda estera e il Nord-Ovest concentrato sugli effetti della trasformazione delle catene del valore internazionali – commenta  Massimiliano Serati, docente di Politica Economica della  LIUC – Università Cattaneo -. In particolare si distinguono le evidenze raccolte per la Lombardia, i cui imprenditori si mostrano convinti che l’impatto portato dalla riduzione della domanda proveniente dall’estero risulterà moderato, mentre risultano i più preoccupati dalla contrazione dei mercati di approvvigionamento e dal conseguente aumento dei costi degli input”.

L’approccio strategico delle imprese Lombarde mira a consolidare i propri punti di forza scommettendo su solidità e capacità di resilienza del proprio modello di business e razionalizzando i costi legati all’acquisto di materie prime e semi-lavorati.

Secondo il ricercatore LIUC, Fausto Pacicco “dalle evidenze raccolte dall’analisi ISTAT la strategia delle imprese lombarde appare più orientata che altrove ad un trasferimento di risorse dalle funzioni di produzione alle funzioni di vendita, con particolare focus sull’ampliamento e il rinnovamento della rete di fornitura, che si accompagna ad una rimodulazione al ribasso degli ordinativi di materie prime e semilavorati. Infatti, il 14,2% degli imprenditori Lombardi si dichiara intenzionato a modificare o ampliare i canali di vendita o i metodi di fornitura/consegna dei prodotti o servizi (contro una media del 13,7% nel Nord-Ovest e del 13,6% in Italia) e l’ 8,7% punta sulla modifica della quantità di ordini di fattori di input (8.1% nel Nord-Ovest, 7.6% in Italia)”.

La ricerca ISTAT evidenzia come solo l’8,9% delle imprese lombarde preveda di diminuire il personale, contro una media Nord-Ovest pari al 9,3% e nazionale dell’11,8%. In altre parole, l’alto livello di resilienza del tessuto industriale regionale (capacità di adattarsi e reagire agli shock improvvisi e in larga parte imprevedibili) permetterà al motore d’Italia di riprendere a girare il più rapidamente possibile.

“Questa indagine offre spunti molto interessanti sull’entità dell’impatto economico della crisi sanitaria, sulle dinamiche di risposta dei sistemi produttivi territoriali e sulle prospettive di ripresa delle regioni italiane. – conclude Federico Visconti, rettore LIUC e membro del Consiglio dell’ISTAT – Analisi di questo tipo sono importanti per delineare le dinamiche di transizione del sistema economico nel breve periodo e consentire ai responsabili delle politiche di intervenire per riorientarle laddove necessario. Non solo, possono rappresentare anche un valido strumento di benchmarking per imprenditori e manager, dando loro modo di confrontare il proprio orientamento strategico con quello del sistema produttivo cui appartengono”.

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