“Greu”

E' una di quelle parole del Dialetto Bustocco che si utilizzava anni fa; quando il lavoro era piuttosto manuale e meno modernizzato. Quel "greve" vuole anche dire gravoso, pesante ed è esteso per altre situazioni di vita

Gianluigi Marcora

Pubblicato il:

Stampa questo articolo

Greu” (greve) – E’ una di quelle parole del Dialetto Bustocco che si utilizzava anni fa; quando il lavoro era piuttosto manuale e meno modernizzato. Quel “greve” vuole anche dire gravoso, pesante ed è esteso per altre situazioni di vita. Nel Dialetto Bustocco c’è sempre un “allargamento” della parola in più significati e, nella fattispecie, “greu” è pure dedicato a un carico familiare oneroso, dove (magari) c’era il capofamiglia a lavorare (solo lui) per mantenere una nidiata di figli.

Mia madre (ad esempio) era l’ultima di dieci figli. Mentre nonna Maria li doveva accudire, nonno Angelo (detto Ngiuleau, ùl gaibula e anche “rusciu” per via dei capelli ricci e ispidi) doveva pensare a portare a casa il necessario per il loro mantenimento. Qual era il suo mestiere? Carrettiere, prima di tutto, ma pure contadino, con tanto di… licenza di vendere i suoi prodotti derivanti dalla campagna: patate, pomodori, insalata e …. tutto ciò che la terra faceva germogliare. Il carico di lavoro del nonno era “greu” anche per il fatto che, una volta a casa, c’erano le bestie da stalla da “far dietro” e, il tutto, con pochi mezzi, ma con tanto lavoro manuale.

Quando si doveva arare il terreno, si utilizzava la “scilòia” (aratro) che si attaccava al cavallo e si guidava per i solchi che il vomere imprimeva al terreno. Quel terreno, lo si doveva concimare e, anche qui, lavoro “greu” per via del letame da cospargere per l’intera area. A casa, c’era la “tòpia” ….che non è la femmina del topo, ma quella magnifica costruzione di tralci per consentire all’uva di crescere ….beatamente. Chiaro che la “tòpia” aveva bisogno di un’impalcatura ben assestata, in modo tale da consentire alla pianta di espandersi sopra il traliccio e donare grappoli d’uva corposi e uniformi.

Al momento della vendemmia, c’era festa in casa. Quei dieci figli, concorrevano alla spremitura dell’uva. Nel tino “grande e grosso” ci stavano almeno tre uomini; quindi potevano starci quattro o cinque figli, a piedi nudi che dovevano pigiare i grappoli d’uva e spogliarli dai graspi. Mi raccontava mamma che tutti i fratelli “non vedevano l’ora” di immergersi in quel mega tino per danzare a più non posso tra gli schizzi del succo d’uva che doveva poi compiere il ….tragitto obbligato, prima di diventare vino.

Torniamo al “greu“. E questa volta, dedicato alla nonna. C’era la “brenta” sempre piena, giornalmente. Con dieci figli, un marito e lei stessa da tenere puliti, il ricambio di “abiti” e biancheria intima era fisiologico. La “brenta” è il capiente mastello, con tanto di asse su cui erano posati sapone e spazzola. Il sapone aveva una forma da ….mattone e mandava un profumo intenso di pulito che poi “trasmetteva” agli indumenti, mentre la spazzola aveva setole durissime raccolte in una “anima” di legno e consentivano una “fregata” energica per togliere le macchie (di ogni genere) che si annidavano sugli indumenti.

Poi si stendevano i panni al sole, possibilmente su corde orientate al sole di mezzogiorno e, ovviamente faceva seguito la stiratura, tutto a carico di nonna Maria sino a quando zia Antonietta (la maggiore delle femmine) e la mia mamma erano in età di “dare una mano”. Lavoro “greu” per nonna, ma lavoro “greu” per le altre due femmine di casa.

E i maschi? certo non stavano a poltrire o a immergersi nei giochi. A turno c’era chi doveva “far erba” per i conigli e preparare il fieno per il cavallo. Chi doveva cambiare il “letto” dove si adagiava la mucca e portare il “cambio” alla “bòra dùl rudu” la “buca del letame” guardando bene di non inzaccherare il cortile, sennò erano guai. Tra lo zio Giuanèn (zio Giovanni) e la mia Pierina c’erano 17 anni di differenza; quindi gli zii più grandi (Giuanèn, Attilio, Carletu, Aldèn) dovevano sobbarcarsi alcuni lavori del nonno, per rendergli meno “greu” il lavoro giornaliero che cominciava intorno alle 4 del mattino (mungitura) e terminava “candu gà cala’l sù” (al tramonto ….che poesia quel “quando cala il sole”). Per dire che le giornate, allora avevano un ritmo di vita differente da quello attuale.

Ci si alzava al primo chiarore dell’alba, si “viveva” la giornata …. nei campi, a scuola, ad accudire la casa con la stalla annessa e si andava a letto, al più tardi alle 10 di sera. Nostalgia di vita passata. Che ho vissuto in parte, soprattutto, l’ho vissuta nei racconti di mamma, specie di domenica, quando mi stringeva a sè, mi scombinava i riccioli, accarezzandoli, mentre aspettavamo il rientro di papà e dello zio Giannino che si concedevano ….tre ore di festa alla Trattoria dell’Angelo per una partita a carte, una alle “bocce” e una chiacchierata …prolungata con gli amici. Solo questo non era un lavoro “greu“; oggi  è …condivisione.

Copyright @2019

DALLE RUBRICHE