Il bullo attuale

Va di moda il bullismo. A parlarne si raggrinza la pelle. Questione di maturità e di educazione. Differenza enorme tra il bullo dei tempi indietro e il bullo attuale. Con differenza delle conseguenze...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Va di moda il bullismo. A parlarne si raggrinza la pelle. Questione di maturità e di educazione. Differenza enorme tra il bullo dei tempi indietro e il bullo attuale. Con differenza delle conseguenze. Errata l’analogia d’epoca, anche se il bullo è sempre colui che si mette in evidenza con spavalderia, fa il prepotente e vuole emergere con la persuasione della violenza. Triste dire “ai miei tempi“, ma anche allora, il bullo esisteva laddove incontrava la debolezza degli altri. C’è tuttavia un distinguo: quando dovevi giustificare a casa il perchè d’una maglietta strappata o di un livido sul naso, entrava in gioco la reazione dei genitori e talvolta pure dei fratelli. Oggi, il bullo (e lo si riscontra dappertutto; quindi anche da noi sia a scuola sia in giro) ha un terreno fertile che promette nulla di buono. Una volta “se le prendevi” e lo veniva a sapere mamma, ricevevi “il resto“. Si partiva dal presupposto che, nella lite, nessuno ha tutte le ragioni e nessuno ha tutti i torti. Quindi, per la parte del “torto” provvedeva la famiglia e si ipotizzava che pure l’altra famiglia avesse fatto altrettanto. Oggi non si usa più questo trattamento. Oggi, anche un rimprovero a scuola del docente causa la reazione (scomposta) della famiglia. Che è sempre in difesa del pargolo e mai indirizzata alla ricerca della verità. Non discutiamo della bacchetta sulle mani che si utilizzava un tempo, ma basta un semplice rimbrotto per dare adito ai familiari di agire con l’autorità del tutore che tutela e basta. Nessuno vuole accampare scuse e nessuno vuole sentire ragione. Come a dire “il figlio è mio e me lo gestisco io“. Tutto legittimo. Allora si passi a gestire il figlio nella maniera appropriata. Gestire, nella fattispecie, vuol dire analizzare il problema e le cause che l’hanno determinato. Poi, agire, tutelare, concretizzare. Siccome non si deve partire dal presupposto che “uno” ha tutte le ragioni e “uno” tutti i torti, ecco che non si può avere la lancia in resta e pretendere giustizia a tutto tondo. Vuol dire pure che prima si appuri il fatto, poi si agisca di conseguenza. Altrimenti va a finire che il pargolo si sente difeso a oltranza e si fa il proprio danno; si auto-autorizza ad esercitare quella prevaricazione a oltranza come se tutto gli è dovuto.

Finora abbiamo scritto di teoria, anche per non esacerbare le famiglie e i docenti, ma pure la gente comune che scorrazza in giro. Andiamo sul pratico. Chiaro che le “bacchettate” non si usano più e nemmeno le tirate d’orecchi o i pizzicotti. Però, un minimo di raziocinio è d’uopo utilizzare. Quando il ragazzo fa il mariuolo lo si deve punire. Il come, dipende dall’educazione. Ai miei tempi la mia Pierina qualche sculacciata me la dava e senza cambiarmi i connotati, sentivo il bruciore sul sedere che mi faceva meditare.

Non è che oggi bisogna “frustare” i ragazzi, ma se “uno” marca male, dopo averlo ripreso a parole, una salutare sculacciata gli fa bene. Dimostrare di mancare di rispetto a scuola o in giro o pensare allo spinello o farsi dare dal compagno o dalla compagna, soldi, telefonino, maglione o fazzoletto, con la violenza, è prova probante di mancanza d’intelligenza e per questo bisogna provvedere.

Visto che siamo nel campo degli esempi, ne faccio due: uno… antico e uno… moderno. Quello “antico” tira in ballo la mia Pierina che, di fronte a don Guido piombato a casa con la bicicletta e, dopo aver urlato che avevo picchiato uno sino a mandarlo all’ospedale e, dopo aver detto che senza sentire ragioni mi aveva appioppato due manrovesci, s’è sentito dire dalla Pierina “scusi, ma lei ha sentito il motivo del contendere? perchè i due ragazzi si sono azzuffati?”. Don Guido si mise a borbottare “qualcosa” ma non rispose alla domanda. Disse solo che “le mani devono restare al loro posto“. E qui, entrò in scena la Pierina che colse al volo quel  “le mani devono restare al loro posto” e disse con pacatezza che, a conoscerla voleva significare determinazione con quel pizzico di cinismo che ogni donna possiede: “lei mio figlio non lo deve in nessun modo picchiare… se dovesse succedere un’altra volta, io le tolgo la veste che indossa e due sberle le dò a lei“. Quantomeno, io ho imparato due insegnamenti: primo, quello di sentire sempre “l’altra campana” prima di agire. Secondo, che le mani servono per altre faccende, ma non per fare a botte. Il mese scorso ero davanti a una scuola media di primo grado. Tre ragazze fumavano senza ritegno e io le osservavo. Ho incontrato lo sguardo con una di loro e, istintivamente ho scosso la testa con il naso arricciato e la bocca che faceva un ghigno. La tizia avverte le altre due e mi dice platealmente “che cazzo vuoi” in segno di sfida. Non contenta aggiunge “che cazzo te ne frega se fumo, mica intralcio la tua salute”. Chiaro che mi ribolliva il sangue e mi sono contenuto per non cadere nel suo stesso atteggiamento. Ho detto solo: “dillo a casa quello che mi hai detto e impara l’educazione, scema. Sulla salute, cretina, sappi che quello che spende un Ospedale per curarti lo attinge anche dalle mie tasse; quindi visto che voglio?” Non è finita lì la discussione. Però – le tre tizie – hanno raccolto il sacco dei libri e sono corse via. Non le ho rincorse.

Forse, fra la “lezione” della mia Pierina e la “lezione” data alle tre ragazze c’è lo schifo del bullismo!

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