Pensioni e vitalizio. La risposta di Speroni

La replica agli Editoriali di Francesco Enrico Speroni, già Parlamentare, Ministro ed Europarlamentare

Pubblicato il:

Stampa questo articolo

Lascio volentieri lo spazio dell’Editoriale alla risposta che Francesco Enrico Speroni (Franco per me, da tempo immemore) offre agli Editoriali citati. Non esprimo alcuna osservazione, lasciando al Lettore sia la valutazione oggettiva a quanto esposto sia un eventuale commento. Servono per chiarire la necessità o meno di attuare un Contratto di lavoro per i Parlamentari e comprendere come certe categorie di lavoratori abbiano una retribuzione molto differente rispetto ad altre.

Gianluigi Marcora

 

 

Alcune precisazioni sugli editoriali “Contratto di lavoro”, “Silenzio” e “Politica e lavoro”.

Premesso che le cifre citate (ed approssimate) sono lorde, con un netto di poco più della metà, dei tre trattamenti previdenziali che percepisco (derivanti da tre distinte attività), viene definito legittimo solo quello da lavoro dipendente; chiarito che tutti sono legittimi, nel senso di erogati in base a disposizioni di legge senza alcun elemento truffaldino (come invece talune pensioni basate su false certificazioni mediche o inesistenti rapporti di lavoro), se si intendeva invece legittimo nel senso improprio di corrispondente a quanto versato, la realtà è esattamente l’opposto: l’importo della mia pensione di lavoro deriva dal calcolo retributivo, ovvero di quanto percepito e dagli anni di contribuzione, senza essere collegato a quanto versato, come è per la maggior parte delle pensioni in essere.

Inversamente, i trattamenti parlamentari sono stati ricalcolati con il metodo contributivo, vale  a dire che ricevo in proporzione ai contributi versati e che il suggerimento di “togliere un poco” da quanto prendo non può essere accolto, in quanto è già stato decurtato (e non di poco).

Ciò può apparire corretto, peccato che valga solo per i parlamentari e non per tutti gli altri, anche se ricevono di più.

Non è poi vero che per i vitalizi non si pagavano contributi: in tutto ho versato circa 1.460.000 euro.

E non è nemmeno vero che il governo Conte “sta mettendo mano a ignominiosi vitalizi”: sono già stati soppressi nel 2012 e sostituiti con una pensione del tutto simile a quella dei dipendenti, pubblici, raggiungibile a 65 anni con un minimo di cinque anni di contributi (pari all’8,8% dell’indennità parlamentare lorda).

Quanto all’erogazione di un trattamento previdenziale in base ad un contratto di lavoro, osservo che tale tipo di accordo disciplina le condizioni di impiego dei lavoratori, ma non le loro pensioni, regolate per legge e non per contratto, salvo, in taluni casi, qualche  prestazione integrativa; erroneamente la mia pensione lavorativa è stata indicata come “scaturita da un contratto di lavoro”, in quanto essa non deriva da un accordo, ma da diposizioni di legge, come tutte quelle dei lavoratori dipendenti. Sarebbe ben strana (e magari definita come privilegio) un’eccezione per il parlamentari; con la complicazione di individuare l’altro contraente, posto che i parlamentari non potrebbero accordarsi con i rappresentanti costituzionali dei cittadini, cioè con loro stessi.

Altra inesattezza concerne il trattamento di fine rapporto, che non si chiama indennità di reinserimento, ma assegno di fine mandato e che non è di 45.000 euro, ma corrisponde all’80% dell’indennità mensile moltiplicata per il numero di anni di presenza in parlamento, quindi può essere più bassa o più alta dell’importo indicato.

Qui abbiamo un privilegio a rovescio: rispetto ad un dipendente che terminato il rapporto di lavoro riscuote una cifra pari al cento per cento di uno stipendio per ogni anno di attività, senza contribuirvi, il parlamentare per prendere l’80% versa un contributo pari al 7,5% dell’indennità: in pratica, dopo cinque anni riceve 41.800 euro dopo averne versati 47.000, a fronte di un dipendente, che, a pari retribuzione ed anzianità, ne ottiene 52.200 senza aver pagato nulla.

Si può discutere sull’adeguatezza del compenso del parlamentare, se sia o meno eccessivo, così come tutti compensi superiori alla media, siano essi di calciatori, di presentatori televisivi, di giornalisti, magistrati o altre categorie a reddito elevato; ricordo solo che per i parlamentari non può essere definito con contratto  di lavoro, ma per legge, come indicato nella costituzione, che stabilisce che “i membri del Parlamento ricevono un’indennità stabilita dalla legge”; e le leggi sono approvate dal parlamento a maggioranza, cosa che negli editoriali sembra assumere una connotazione negativa, ma che è anch’essa prevista dalla costituzione. Aggiungo che, proprio nel tentativo, forse mal riuscito, di evitare che i parlamentari stabilissero arbitrariamente il loro compenso, esso è collegato a quello dei magistrati (e non viceversa come indicato negli editoriali), in una misura inferiore al massimo previsto per tale categoria, vale a dire parametrato non al trentesimo scatto ma al sedicesimo.

Sulla riduzione del trattamento previdenziale con effetto retroattivo l’argomentazione che ci sono lavoratori e pensionati che prendono decisamente di meno è suggestiva, ma dovrebbe quanto meno valere per tutti coloro che guadagnano cifre superiori alla media: tanti potrebbero subire un taglio del 40% come è stato per i vitalizi e campare egualmente bene, ma, di là dalla correttezza, non cambierebbe la situazione dei precari a 700 euro.

Secondo quanto esposto negli editoriali, “chi si mette il lizza per andare in Parlamento, lo fa sia per servire la Patria sia perché sa che i suoi emolumenti superano di gran lunga quelli dei privati. Quindi, diventare parlamentare, significa essere privilegiato in tutto e per tutto.  C’è la corsa per arrivare a tanto”. Non è esattamente così, dipende dalla situazione di ciascuno; personalmente, avendo una buona retribuzione prima di essere eletto, per me non è cambiato molto, ed ho conosciuto colleghi che hanno visto diminuire i loro introiti una volta divenuti parlamentari oppure, potendolo, hanno optato per mantenere la retribuzione precedente, come i magistrati; mentre taluni, dopo una legislatura, non si sono ricandidati proprio per non perdere soldi, altro che corsa.

Giusto invece rimarcare gli abusi e gli approfittamenti, come rimborsi per viaggi fittizi, così come stigmatizzare la scadente qualità ed attività di taluni eletti, imputabile sia alle scelte dei partiti che li propongono sia a quelli degli elettori che li votano, specie con le preferenze; per quanto mi riguarda, almeno per la quantità (sulla qualità giudicheranno altri) ritengo di essere a posto: nella mia ultima legislatura ho avuto il 100% di presenze in plenaria.

Da ultimo: come prima accennato, sono gli emolumenti dei parlamentari ad essere collegati a quelli dei dipendenti statali, segnatamente i magistrati; questi, come tutti gli altri citati negli editoriali, percepiscono i loro compensi indipendentemente da quanto guadagnano i parlamentari e, guarda caso, a seguito di contrattazione.

Francesco Enrico Speroni

 

Copyright @2019

DALLE RUBRICHE