LA FINESTRA SUL MONDO
La “caciara” istituzionalizzata, la decrescita (in)felice e il sovranismo al contrario

Luciano Landoni

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Con l’impegno fervente e continuo di chi, invasato dalla propria ideologia, è convinto di avere la verità rivelata in tasca (e in testa) e graniticamente certo di dover compiere  una sacra missione, il vice premier Luigi Di Maio, magistralmente spalleggiato dal Che Guevara de noantri Alessandro Di Battista, continua ad assestare violente picconate alla (residua) credibilità-reputazione del nostro Paese a livello internazionale.

Dopo aver minacciato l’impeachment nei confronti del presidente della Repubblica Sergio Mattarella (salvo poi, a distanza di qualche ora, stringergli la mano e sorridergli amichevolmente all’atto del giuramento per la costituzione del governo gialloverde); dopo aver destrutturato il ministero dell’Economia e quello del Lavoro; dopo aver contestato aspramente (coadiuvato dall’altro vice premier Matteo Salvini) chiunque osasse sollevare dei dubbi circa l’effettiva validità della strategia economica del governo; dopo aver proclamato la propria riottosità nei confronti dei “numerini” (non riesce a convincersi che 2 + 2 sia uguale a 4!); dopo aver proclamato tutto il suo schifo nei riguardi della Tav Torino-Lione; dopo aver straparlato di un imminente “boom economico”; insomma, dopo aver dato libero sfogo alla propria vocazione protestataria e movimentista (infischiandosene del proprio ruolo istituzionale e delle connesse responsabilità governative), cosa fa?

Dato che al peggio non c’è mai fine, se ne va a Parigi (accompagnato dal Che Guevara de noantri) e, improvvisandosi ministro degli Esteri, incontra una delle frange più estremiste dei cosiddetti gilet gialli (quei signori, per intenderci, capeggiati da Christophe Chalencon,  che hanno messo a ferro e fuoco il centro storico di Parigi e predicano la guerra civile) e dichiara loro la piena solidarietà dei 5 Stelle, offrendo addirittura supporto e aiuto.

Il ministero degli Esteri francese, ovviamente quanto inevitabilmente, reagisce e richiama il proprio ambasciatore a Roma (monsieur Christian Masset) precisando come “le ultime ingerenze costituiscano una inaccettabile provocazione”.

Una grave, anzi gravissima crisi diplomatica fra Francia e Italia.

Si tenga conto che un analogo provvedimento – il richiamo in patria del proprio ambasciatore – si era verificato solo il 10 giugno 1940, allorché il Regno d’Italia dichiarò guerra alla Francia.

Della serie: ma questi (gli esponenti governativi pentastellati) si rendono conto veramente di quello che stanno facendo?

Sono realmente consapevoli dei loro ruoli istituzionali, delle loro funzioni governative e delle loro responsabilità?

Dal vice premier al ministro dei Trasporti (lo sconcertante e sempre più preoccupante Danilo Toninelli), passando dal Che Guevara de noantri, la compagnia degli allegri guastatori (chiamiamoli così, attingendo ad un residuo di ironia che è sempre preferibile alla cupa tragedia) ha idea dei danni che sta provocando al sempre più dissestato sistema Italia?

Intendiamoci, non è che i francesi e il loro presidente Macron siano delle mammolette candide e innocenti (l’asilo politico ai terroristi italiani, i respingimenti dei migranti, eccetera eccetera), anzi …

Tuttavia, una cosa è criticare (anche aspramente) atteggiamenti e dichiarazioni e un’altra è reagire come un elefante ubriaco in cristalleria (vero, signor vice premier?), magari strizzando l’occhio ai sondaggi elettorali in vista delle prossime elezioni europee.

Non si può governare un grande Paese come l’Italia seguendo solo la pancia e ignorando le ragioni della … ragione, scollegando il cervello e disconnettendosi dalla realtà dei fatti.

I gravi problemi di un momento storico così complesso e  così denso di criticità impongono, esigono serietà, competenza, senso di responsabilità.

La Commissione Europea ha rivisto al ribasso le stime di crescita per l’intera Eurozona, abbassandole dall’1,9% all’1,3%.

La Germania crescerà dell’1,1% (rispetto all’1,8%), l’Olanda passerà dal 2,4% all’1,7%

Per l’Italia si prevede una crescita striminzita pari allo 0,2% nel 2019 (anziché 0,6%).

Serve a poco ricorrere all’ormai sfilacciato espediente del complotto internazionale e altre consimili idiozie, serve (servirebbe) molto di più prendere atto della realtà per quello che è e non per quello che, elettoralmente parlando, si continua a cianciare che possa essere (una miracolosa esplosione della domanda interna determinata dal Reddito di cittadinanza e da Quota 100).

Prima di dichiarare guerra alla Francia, tanto irresponsabilmente quanto masochisticamente, sarebbe opportuno considerare il fatto che il 10,3% dell’export italiano (43,3 miliardi di euro nel 2017, dati Eurostat) finisce in Francia: il 2° Paese per volume di esportazioni italiane.

Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia e il suo omologo transalpino Geoffroy Roux De Bézieux hanno inviato una lettera a Conte e a Macron auspicando un “dialogo costruttivo” tra Roma e Parigi.

Per cortesia e soprattutto per rispetto nei confronti di chi lavora e di chi produce, cari vice premier datevi da fare da … prima di subito per avviarlo.

La caciara istituzionalizzata (copyright Vittorio E. Parsi sull’Avvenire di oggi), messa in scena un giorno sì e l’altro pure da Bibì (Luigi Di Maio) e Bibò (Matteo Salvini) per puro calcolo elettoralistico, rischia di costare un prezzo esorbitante all’intera collettività.

Isolare sempre di più il sistema Paese, delegittimandolo agli occhi del mondo, non pare la strategia migliore per salvaguardare gli interessi nazionali (a meno che questa specie di sovranismo al contrario sia la vera cifra del governo attualmente in carica).

Al carnevale manca ancora del tempo, evitiamo di anticiparlo facendo … morire dal ridere gli italiani assecondando la decrescita (in)felice anziché contrastarla con una crescita vera (quanto meno non ostacolando chi ci sta provando sul serio: imprenditori e lavoratori).

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