LA FINESTRA SUL MONDO
“La crisi peggiore del dopoguerra è alle spalle”, o no?

Luciano Landoni

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Vale la pena ricordare la filastrocca che accompagnava le gesta romanzesche della Primula Rossa (il nobile inglese, per chi non lo sapesse, che aiutava i suoi pari grado francesi a sottrarsi dalla ghigliottina di Robespierre): “Che vi sia ognun lo dice, ove sia nessun lo sa”!

Una formula che sembra fatta apposta per fotografare l’attuale congiuntura socio-economica in Italia.

La Primula Rossa nostrana è la tanto attesa ripresa economica – dopo quasi un decennio di Grande Crisi – che sembra si sia manifestata (rilevazioni Istat relative all’andamento del Pil, alla misurazione dell’Indice di fiducia delle imprese e dei consumatori, all’evoluzione occupazionale) e che tuttavia non ha ancora assunto quelle caratteristiche di robustezza e continuità tali da poterla considerare un obiettivo raggiunto.

Il premier Paolo Gentiloni, in occasione del Forum Ambrosetti di Cernobbio, ha affermato con un misto di pacatezza e di fermezza (come è nel suo stile di leader politico depositario di una “forza calma”, ancorché “rassicurante” e lontana anni luce – come lui stesso ha precisato – dalle “promesse miracolistiche”) che “La crisi peggiore del dopoguerra è alle spalle”.

Forse che sì, forse che no (?)

Di recente, il nostro giornale ha raccolto i pareri di Giuseppe Scarpa, presidente di Confidustria Alto Milanese, e di Riccardo Comerio, al vertice dell’Unione degli Industriali della provincia di Varese, in merito al quesito … dei quesiti: la ripresa è cominciata e la Grande Crisi è finita?

Entrambi gli imprenditori, pur rilevando e confermando un positivo mutamento del clima economico e occupazionale (anche se il lavoro rimane ancora la Cenerentola, soprattutto per i giovani, del nostro sistema Paese), hanno invitato alla prudenza e hanno sottolineato i rischi connessi alla “febbre da elezioni politiche anticipate” che rimane a livelli preoccupanti e che potrebbe innescare il solito “assalto alla diligenza” (la Legge di Bilancio 2018) unito al dilagare di “promesse populistiche”.

Insomma, se l’industria ha fatto e sta facendo passi significativi lungo la strada della cosiddetta Manifattura 4.0 (modernizzazione dei cicli produttivi), non si può dire la stessa cosa della sfera politica che rimane pervicacemente ancorata allo … 0.0.

Risse continue dentro e fuori la maggioranza, rinvio delle decisioni o impuntature su provvedimenti che hanno poco o punto a che fare con il benessere reale dei cittadini, preoccupante e perdurante instabilità politico-istituzionale che – come è facilmente intuibile da chiunque – non è di certo il migliore viatico per consolidare e irrobustire una congiuntura positiva che deve ancora trasformarsi (Ignazio Visco dixit) in una ripresa strutturale.

Qualcosa di buono è stato fatto (il Piano Industria 4.0 del ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda) e molto resta ancora da fare, soprattutto sul fronte occupazionale.

“Per risvegliare significativamente il mercato del lavoro – ci ha detto il leader di UNIVA, Riccardo Comerio – bisogna (ri)mettere al centro dell’attenzione della politica il comparto manifatturiero attraverso delle strategie che vadano ben oltre gli interventi spot”.

Non a caso, entrambi gli imprenditori hanno sottolineato l’importanza cruciale dell’education.

I dati Ocse dimostrano che in Italia gli iscritti all’Università, rispetto a ciò che avviene nei Paesi avanzati, sono in numero nettamente inferiore; negli ultimi 5 anni la spesa nel settore educativo è diminuita di circa il 14%.

Considerando che produttività e “capitale umano” sono fortemente intrecciati fra loro le conseguenze sono facilmente e immediatamente immaginabili.

Di questo una vera Classe politica si dovrebbe preoccupare, anziché dilaniarsi e impantanarsi (facendo rimanere l’intero Paese nella palude) nel confronto/scontro (più il secondo che non il primo!) in merito alla nuova Legge elettorale (tutti danno sostanzialmente per scontato che andremo alle urne con il peggior sistema elettorale possibile e ci autocondanneremo all’ingovernabilità istituzionalizzata).

Senza contare, tanto per non farci mancare niente, la furia devastante e negazionista del Tar del Lazio (la sede, ahinoi!, a cui si fa riferimento in caso di appelli a Leggi dello Stato) specializzato nel bloccare tutto e il contrario di tutto.

Un vero e proprio “sadismo burocratico” (copyright Gian Arturo Ferrari sul Corsera) in punta di legge sempre in servizio permanente attivo.

Della serie: al peggio, in Italia, non c’è mai fine.

Non mollare, Paolo (Gentiloni)!

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