Convegno sulla mafia organizzato da “Area Giovani”
La cultura della giustizia contro i soprusi di “Cosa Nostra”

“La mafia è un problema che tanti nostri coetanei considerano lontano, invece ci riguarda tutti”: ha detto chiaramente Alessio Gasparoli presentando il convegno “Mafia: problema nazionale”

Luciano Landoni

castellanza

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Ѐ semplice voltarsi dall’altra parte, è comodo fingere che il problema non esista, è facile autoilludersi che non ci riguardi e che “casa nostra” sia immune da “Cosa Nostra”. Facile, semplice, comodo e pericoloso, molto pericoloso. Non c’è nulla di peggio che anestetizzare la propria coscienza e lasciare che se ne occupino gli “altri” della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta.

«La mafia è un problema che tanti nostri coetanei considerano lontano, invece ci riguarda tutti»: ha detto chiaramente il giovane Alessio Gasparoli presentando il convegno “Mafia: problema nazionale”, organizzato (con il patrocinio dei comuni di Castellanza Busto Arsizio) dall’associazione culturale “Area Giovani” di cui è presidente, davanti all’aula magna (gremita in ogni ordine di posti da non meno di 300 persone, in gran parte giovani) dell’Istituto universitario “Carolina Albasio” di Castellanza.

Dopo decenni in cui la criminalità organizzata è stata considerata una questione legata solo alle regioni del Sud, ora in tutta Italia si avverte la necessità di contrastare questo fenomeno, «che ha interessi così ramificati da avere profondi effetti su ogni ambito della società», come ha sottolineato l’ottimo moderatore Massimo Brugnone, consigliere comunale di Busto Arsizio e coordinatore regionale di “Ammazzateci Tutti” dal 2007 al 2012, introducendo la serata e presentando gli autorevoli ospiti: Rosanna Scopelliti, deputata e componente della Commissione Parlamentare Antimafia, nonché figlia del magistrato Antonino Scopelliti assassinato dalla ‘ndrangheta (su “commissione” della mafia siciliana) il 9 agosto 1991; Gian Antonio Girelli, presidente della Commissione Antimafia della Regione Lombardia e Mattia Maestri, ricercatore dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata (Cross).

«I mafiosi ci hanno studiato bene e si sono evoluti. Non sono più quelli della coppola e della lupara. Sanno che ci ribelleremmo ai morti per le strade e alla richiesta del pizzo, ma anche che il lavoro nero e l’evasione fiscale ci sembrano meno gravi e quindi tendiamo a voltarci dall’altra parte – ha detto Gian Antonio Girelli – Al Nord pecchiamo di omissione colpevole. Non ci viene chiesto di immolarci e di sacrificare la nostra vita per combattere la mafia, ma di non alimentare e tollerare la cultura in cui prospera. Soprattutto i giovani, che non sono il futuro ma il presente, devono puntare alla giustizia sociale, ribellandosi alla legge del più forte.

Perché la criminalità organizzata non punta solo alla ricchezza, ma ambisce al controllo. Vuole sostituirsi allo Stato».

Tema che è stato ripreso anche da Rosanna Scopelliti, figlia di un autentico eroe dello Stato che è stato brutalmente eliminato per non essersi piegato a vari tentativi di corruzione prima del maxiprocesso contro Cosa Nostra: «Onoro la memoria di mio padre portando avanti il suo impegno a servizio dello Stato. Per anni la Lombardia è stata la 4° regione italiana per beni confiscati alle mafie, eppure fino al 2007 gli amministratori locali sostenevano che qui la criminalità organizzata non esistesse. Ora l’Unione Europea sta facendo lo stesso errore, considerandolo un problema solo italiano, anche se episodi come la strage di Duisburg del 2007 dimostrano il contrario».

Mattia Maestri ha fornito i numeri delle infiltrazioni mafiose nella nostra regione  «In Lombardia ci sono 1275 beni confiscati alle mafie e la provincia di Varese è la della regione con 80 beni, 39 dei quali nel capoluogo. Al posto si colloca la provincia di Milano con 776 beni confiscati e al c’è quella di Brescia con 114 beni confiscati  Si tratta soprattutto di appartamenti e ville, che vengono riutilizzati per scopi sociali. Quello che ancora manca al Nord è il valore della memoria. Sarebbe importante ricordare con delle targhe la storia di questi beni per riaffermare la vittoria ottenuta dallo Stato ogni volta che un mafioso viene privato dei frutti dei suoi crimini».

Un altro aspetto che contribuisce in misura preoccupante a deprimere la fiducia dei cittadini onesti nei riguardi dello Stato (e che conseguentemente favorisce l’antistato mafioso) è l’ottusità burocratica delle autorità statali, a partire dall’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati.

La vicenda di un imprenditore di Reggio Calabria, Tiberio Bentivoglio, testimone di giustizia e più volte vittima delle rappresaglie violente della ‘ndrangheta (il suo negozio è stato incendiato ripetutamente), è, a questo proposito, tristemente e drammaticamente significativa.

“Tiberio non si è mai voluto piegare davanti alle minacce, ha sempre riavviato la propria attività. Ha subito, però, gravi danni economici e, al di là di tante belle strette di mano, si è ritrovato solo e nel suo nuovo negozio, uno dei beni confiscati alla criminalità organizzata,  nessuno è più entrato. Tiberio – ha raccontato Rosanna Scopelliti – è sull’orlo della rovina e non sa più come pagare l’affitto del negozio! Mi ha chiamato più volte e mi ha anche detto di aver pensato di venire a Roma e incatenarsi davanti a Montecitorio, sede del Parlamento. Confesso di aver saputo/potuto dargli una risposta soddisfacente”.

Una storia sconcertante e ai confini… della realtà. Una storia, tuttavia, vera e, purtroppo, non isolata, anzi.

“I comuni – ha precisato il Sindaco di Castellanza Mirella Cerini – non possono far altro che rispettare e applicare la legge dello Stato chiedendo il pagamento dell’affitto”.

L’ha confermato in pieno il Sindaco di Busto Arsizio Emanuele Antonelli che oltretutto, in qualità di commercialista, ha avuto modo di gestire beni immobiliari e società sequestrate alla mafia: “C’è un immediato e assoluto bisogno di una profonda  revisione dei criteri di applicazione della legge relativa al sequestro dei beni alla criminalità organizzata. Che senso ha, per riagganciarmi all’esempio citato dall’On. Scopelliti, che l’Agenzia Nazionale Beni Confiscati, nelle cui casse sono confluite le cospicue risorse finanziarie sequestrate ai mafiosi, non aiuti le persone oneste nei momenti di difficoltà?”.

Insomma, il fiscalismo cieco e implacabile dello Stato nei confronti del cittadino che rifiuta, a prezzo della propria incolumità fisica e a costo di finire in bancarotta, di sottomettersi al giogo mafioso, sembra fatto apposta per punire il senso civico, anziché sostenerlo e incentivarlo.

“Non sempre le leggi sono giuste. Un conto è la ‘legalità’ – ha concluso Gian Antonio Girelli – e un altro è la ‘giustizia’. Nel 1938 lo Stato italiano promulgò le Leggi Razziali e, quindi, perseguitare gli ebrei era qualcosa di perfettamente legale, anche se di assolutamente ingiusto!”.

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