Tra racconti e aspettative
La festa di Ferragosto

Grande festa in prospettiva. Ci si preparava al Ferragosto... un po' come "il sabato del villaggio" di Leopardiana memoria, dove la gioia era vissuta nei sogni, immaginando la realtà. Il Ferragosto (allora) era l'unica autentica Festa, dopo il Natale e la Pasqua. La si viveva nei preparativi...

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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Grande festa in prospettiva. Ci si preparava al Ferragosto… un po’ come “il sabato del villaggio” di Leopardiana memoria, dove la gioia era vissuta nei sogni, immaginando la realtà. Il Ferragosto (allora) era l’unica autentica Festa, dopo il Natale e la Pasqua. La si viveva nei preparativi, nell’intimo, coi sogni che spaziavano dai giochi, alle scorribande, alla scampagnata al Sacro Monte di Varese. Il Ferragosto – poi – lo si viveva nei racconti dei genitori. Che illustravano, con dovizia di particolari l’impresa di una festa “canonica” da imprimere dentro il cuore. Nei giorni precedenti, ogni buona massaia faceva l’inventario delle cibarie da preparare. Cose buone e sostanziose che servivano al “mantenimento”, ma che dovevano pure soddisfare la “vista” (nel senso che, certi piatti dovevano essere belli da ammirare).

Quindi, alè con le torte, ma pure con l’insalata russa o le lasagne da mettere in forno (a casa). Poi, carne da cuocere (a casa) al momento giusto e anche il lesso da mettere a puntino, anche se non era ancora autunno, ma (si diceva) il lesso va bene in qualsiasi stagione. Non mancavano certo le verdure da contorno e nessuno si dimenticava “dùl brùscu” a base di sottaceti di ogni specie; dai peperoni tagliati fini alle olive, ai cetrioli (tutto preparato in casa). Il menù era vario e io non sono bravo a stilarne l’elenco. So, tuttavia, che tra piatti e stoviglie, il Ferragosto somigliava a un… trasloco. E il vino? Due-tre fiaschi (da chèl bòn) sempre a portata di mano per il tragitto e sempre “un po’ di scorta” per qualcuno che ne rimaneva senza.

Per il fatto che da Busto Arsizio al Sacro Monte di Varese, la distanza era lunga… 30 km circa e percorrerla sul “caretòn” (il carro di lavoro usuale) trainato dal cavallo Piero (nome cristiano per un cavallo da tiro stupendo) non era un’impresa, ma quantomeno una scommessa da vincere.

Sveglia all’alba e nessuno dei ragazzi si faceva ripetere due volte l’invito a “mettersi a posto”, vale a dire: lavarsi per bene, far via il “crocco” (rimasuglio di sporcizia su gomiti e ginocchia), indossare maglietta pulita e pantaloncini corti “cal fà coldu” (fa caldo). Poi, tutti incolonnati: almeno quattro “caretòn” con famiglie a bordo. Per strada si cantava allegri e Piero “conosceva la strada”. Il fieno per lui era abbondante e, a tratti, lo zio gli serviva il “ristoro” anche “cunt’ùl sidèl” (il secchio colmo d’acqua). Il leit motiv era “quel mazzolin di fiori, che vien dalla montagna” e dopo le tenui luci dell’alba, arrivava il sole imperioso e imperterrito a bollire la comitiva.

A Varese c’era chi proseguiva il viaggio sul “caretòn” verso il “ceppo” e chi a piedi intraprendeva il viaggio sacro lungo le cappelle, con sosta di preghiera a ogni… cappella. Anima purificata e cuore allegro e…. arrivava l’ora del pranzo, con tante scorribande alle spalle, profumo di fiori e di erba del luogo e vista panoramica, con qualcuno che sentenziava “Bùsti l’e là in fondu – da lì ghe Galarà e pissè avanti ghe Turèn” (Busto Arsizio è in fondo – lì c’è Gallarate e più avanti c’è Torino). Nessuno metteva in dubbio la localizzazione delle città e… avanti con le portate, con le mamme a farla da… padrona. Poi, “sugnètu” (sonnellino) a cui i bimbi erano esentati. Chi aveva guidato “ul caretòn” ne avvertiva il bisogno e anche Piero voleva godersi questa frescura.

Ancora canti, accompagnati dalla “ucermoniga” (fisarmonica) e vino che scorreva come un torrente. Al calare del sole (non proprio al crepuscolo, ma quasi) si caricava “ul caretòn” con le stoviglie lavate per bene, tranne quelle che contenevano “à scorta” (la scorta) che non doveva essere buttata. E quando le prime ombre della sera cominciavano a calare, i “piloti” erano al comando, le mamme tenevano “a prèssa” (vicino) i figli stremati dai giochi e qualche voce di canto la si udiva ancora (per poco) mentre la strada scompariva sotto gli zoccoli cadenzati di Piero.

Quel che succedeva dopo era… immaginato e raccontato, non certo vissuto. Nel senso che si arrivava a casa a notte fonda, i bambini portati a letto a spalla, Piero accudito per bene, stoviglie nel lavandino per un altro lavaggio, “avanzi” nella “muschiròa” (gabbietta di legno sottile con reticolato finissimo che impediva l’assalto di mosche e insetti vari – non c’era il frigorifero) e letto …. che accoglieva il sonno dei giusti, che leniva la fatica, che teneva conto delle preghiere dette a ogni cappella, dei vari discorsi degli adulti e della Festa che se n’era andata. Il “seguente” era fantasticato e raccontato a chi non aveva partecipato alla Festa, sempre in maniera  pomposa e grandiosa, ma con la semplicità a fare da protagonista. Buon Ferragosto!

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