Saggio sul dialetto da centellinare col cuore
La lingua bustocca

“Sebbene vi sia stata una neo-dottoressa che ha discusso una tesi di laurea sulle influenze del francese sul bustocco, possiamo affermare che il bustocco assomiglia anche all’inglese. Affermazione forte? Beh, non nei vocaboli che sono chiaramente di origine latina e celtica...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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L’articolo che avete qui da leggere del mio amico Pier Luigi Anzini è da… Università. La mia non è una lode sperticata dovuta al rispetto dell’amicizia che mi lega a Pier Luigi, ma basta leggerlo, questo articolo, per comprendere come il Bustocco non è (solo) un Dialetto, ma una LINGUA vera e propria. Vi stupirete nel leggere che il Bustocco “somiglia anche all’inglese” e “le vocali Bustocche sono 10 e non solo 5 come in italiano”. Il pezzo di Pier Luigi è un autentico saggio da centellinare col cuore come si fa con un… buon vino. Aspetto le vostre critiche, Pier Luigi Anzini deve essere stimolato a scrivere altri “pezzi” di questo genere. Da subito, grazie caro amico.

Gianluigi Marcora

 

Caro Gianluigi,

prendo spunto dal tuo Editoriale sui modi di dire del nostro dialetto per allungare un po’ la discussione.

Devo farti notare una cosa: sebbene vi sia stata una neo-dottoressa che ha discusso una tesi di laurea sulle influenze del francese sul bustocco, possiamo affermare che il bustocco assomiglia anche all’inglese. Affermazione forte? Beh, non nei vocaboli che sono chiaramente di origine latina e celtica con un notevole substrato ligure, come già sappiamo, ma in alcune peculiarità che nostra lingua (e basta chiamarlo dialetto, un termine finanche spregiativo!) ha in comune con la lingua di Shakespeare.

Due su tutte: il modo verbale “continuous” e i “phrasal verbs”.

Il modo verbale “continuous” lo hai illustrato molto bene nel tuo Editoriale: quando un’azione è in itinere, o è stata continuativa in passato, il bustocco utilizza l’ausilare vessi (essere) con la particella dré (dietro). Quindi a sum dré scrii (sto scrivendo), te se dré stüdiá? (stai studiando?), sem dré mia giügá! (non stiamo giocando!); a seu dré giüstá a röa (stavo aggiustando la ruota); per quanto riguarda il futuro, è un tempo usato molto poco, spesso si usa il presente anche per indicare un’azione che dovrà avvenire in futuro: duman a ó a Milan (domani vado a Milano) al posto del più corretto duman andaó a Milan (domani andrò a Milano). Di conseguenza per un’azione che si protrarrà nel tempo in futuro non si userà un modo continuo ma semplice: duman a laùu tüt’ul dì (domani lavoro – lavorerò – tutto il giorno).

I nostri vecchi erano gente semplice, e tendevano a semplificare tutto (comprese le consonanti dalle parole, vedi lauá al posto del meneghino lavurà), ma per certe cose erano assai precisi, e se un’azione è conclusa o è ancora in atto il bustocco lo fa capire molto bene.

Un piccolo inciso: non c’è una grafia codificata e stabilita per il bustocco, quindi a volte i nostri fonemi vengono scritti in modo diverso. Per esempio tu usi la ò e io la á (con accento acuto, diverso dall’italiano della à di città che porta l’accento grave) per indicare un fonema tutto bustocco che per i non bustocchi è difficilissimo da riprodurre: è una via di mezzo tra la o e la a ed è il suono che acquisisce la lettera a quando porta l’accento tonico nella parola o nella frase. Per i nostri lettori: provate a mettere le labbra come per pronunciare la lettera a ma tirate indietro la lingua come per pronunciare la lettera o. Il suono che ne esce, una via di mezzo tra le due vocali, è in realtà una nuova vocale. La lettera a quando porta l’accento tonico si legge così, quasi come o. Dirò di più: i bustocchi di San Michele la pronunciavano quasi come ò, ma nel lato orientale della città (ovvero San Giovanni) il suono era più soft, appena accennato. Strada si scrive stráa in bustocco come in altri dialetti limitrofi, ma per un bustocco “ruspante”, un “bagiaón” (agricoltore) la pronuncia è quasi come stròa. Forse il motivo è da ricercarsi nel fatto che i bustocchi di San Giovanni, che venivano detti “scendaáti” perché, diversamente da quelli di San Michele (“bagiauni”), erano dediti alle fucine dove si produceva l’ardìa (filo di ferro), probabilmente avevano più scambi con l’esterno e quindi la necessità di farsi comprendere evitando la parlata troppo stretta. Sia come sia, le vocali bustocche sono 10 e non 5 come in italiano, perché oltre a questa peculiarità della vocale a bisogna stare molto attenti a come si pronunciano le altre vocali, diversamente dall’italiano in cui, anche se le differenze regionali conducono ad una diversa pronuncia, il significato non cambia. Esempio: la è con l’accento grave si pronuncia aperta mentre la é con l’accento acuto si pronuncia chiusa. Vén è il vino; vèn sono le vene. Una bella differenza, no? La stessa cosa accade con la vocale o, che si può pronunciare aperta, ò, o chiusa, ó. Vi sono poi le due vocali che fanno assomigliare il suono del bustocco così come degli altri dialetti lombardi al francese, o al tedesco se preferite: la ö e la ü. Anche in questo caso un cambio di vocale può trasformare una parola in un’altra parola totalmente diversa: butón è il bottone, bütón è la spinta, su è ul sole, è sopra.

Ma veniamo all’altra peculiarità, i “phrasal verbs”.

In inglese sono moltissimi e la particella che li segue ne muta anche radicalmente il significato. Per esempio to look è guardare, ma to look after, letteralmente guardare dopo, significa prendersi cura.

Anche in bustocco abbiamo molti verbi che da soli hanno significato, ma che se sono seguiti da una particella avverbiale cambiano significato, vediamo qualche esempio:

il verbo andá significa andare, ovviamente, ma se è seguito da una particella avverbiale rende meglio l’idea del dove: andà déntar = entrare, andà föa = uscire, andà sü = salire, andà giù = scendere. Si noti come la particella avverbiale legandosi al verbo sposti l’accento tonico sulla particella stessa e quindi la á diventi una normale à.

Il verbo catá significa cogliere (ho catá na rösa) ma anche prendere, in alternativa a ciapá (ho catá na sbèrla), ma se aggiungiamo una particella abbiamo: catà déntar = urtare, catà föa = scegliere, catà sü = raccogliere, ma anche farsi sorprendere e pure prenderle, in senso reale o metaforico (cata sü e purta a cá).

Dal verbo tiá (tirare) derivano: tià déntar = coinvolgere, tià föa = estrarre ma anche fare un documento (tià föa a paténti = conseguire la patente), tià a có = portare a maturazione, tià ultra = rivangare ma anche estrarre qualcosa da un cassetto o da un armadio e portarlo in vista, tià a man = menzionare, tià apréssa = raccogliere, radunare.

Dal quasi simile trá (trarre) abbiamo invece: trà sü = vomitare (addirittura sostantivabile: ul trassü = il vomito), trà giù = abbattere, trà via = buttare, dissipare, dilapidare.

Dal verbo (fare) deriva un verbo che ha addirittura tre significati distinti: fa sü. Significa avvolgere (fal sü cunt’ul célofan – avvolgilo con la pellicola trasparente), costruire (l’ha fèi sü a só cá da par lü – ha costruito la propria casa da solo) e imbrogliare (l’han fèi sü cun di bei paói – lo hanno imbrogliato con delle belle parole). Abbiamo poi fa föa = uccidere, fa dré o fagh’adré = accudire, fa giù = dipanare, fa trá o anche dagh’a trá = prestare attenzione.

E da (dare) abbiamo dà sü = accendere, azionare un interruttore; dà giù = abbassare, dà föa = uscire di senno, dà déntar = dare qualcosa per ridurre il prezzo da pagare, ad esempio un’auto.

Anche l’ausiliare vèghi (avere) non sfugge alla regola: vèghi sü = indossare, vègala sü = avercela con qualcuno. Veghi da… è la costruzione verbale per il verbo dovere: a g’ho da lauá = devo lavorare, e anche in questo la nostra lingua assomiglia all’inglese to have to: la frase precedente si può tradurre in inglese come I have to work.

C’è infine un verbo che non viene mai usato da solo ma sempre con la particella avverbiale:

Burlà giù = cadere (da un luogo fisico), burlà lá = cadere in senso fisico ma anche in senso economico, burlà déntar = cadere in un tranello, burlà föa = dire qualcosa che non si sarebbe dovuto far sapere.

Per ora credo che basti, un fraterno saluto

Pier Luigi Anzini

 

Bibliografia: L. Giavini, “Al lissi, al füssi al sissi”

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