A colloquio con Walter Fazio
La mafia non è né un gioco né è invisibile

‘’La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà”...

Michela Diani

Busto Arsizio

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A proposito di mafia e di lotta alla mafia, così come di impegno per la promozione della legalità, ho voluto dedicare questa intervista a un cittadino di Busto Arsizio, già in parte noto, ma non del tutto, – in quanto la sua storia nasconde diverse sorprese – che ha dedicato interamente la sua vita a questo tipo di battaglie. Mi riferisco a Walter Fazio, ex Questore, se così si può dire, visto che certi mestieri non terminano con la pensione, ma restano impressi nell’animo di chi li ha scelti.

Questo signore, tanto umile e schivo ai riflettori, quanto profondo e serio nel suo impegno, ha nella sua famiglia antenati di tutto rispetto da cui ha raccolto l’eredità culturale che ha offerto poi alla sua esistenza la sua impronta decisiva. Annovera, infatti, tra i suoi famigliari più vicini, il secondo Giudice ucciso per mano della mafia, il Giudice Cesare Terranova, che lui chiamava ‘zio’ e che fu Presidente della Commissione Nazionale Antimafia per diverso tempo.

Walter Fazio esplicita apertamente il fatto che fu proprio questa figura che lui ricorda come colta e rigorosa, stimato dalla maggior parte delle persone, ma molto temuto dai mafiosi, a influenzare la sua scelta universitaria, in quanto dopo l’iscrizione alla Facoltà di Lettere, decise di cambiare ed iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza. Del Giudice Terranova, anche Busto ha un ricordo nella piazzola del Tribunale ove è stato diverso tempo fa, eretto un monumento dedicato a 26 magistrati uccisi per mano della mafia, tra cui anche il Giudice Terranova. A differenza dello zio Cesare, Walter non fece mai il concorso per diventare magistrato in quanto si innamorò del mestiere intrapreso in Polizia, anche se si reputa molto soddisfatto di aver potuto poi offrire il suo contributo come Giudice Onorario presso il Tribunale di Busto Arsizio nel 2003.

L’intervista è stata molto lunga e densa, corollata in alcuni momenti anche dalla commozione che il dott. Fazio ha espresso in relazione ad alcuni omicidi avvenuti per mano della mafia che, seppur a distanza di così tanti anni, hanno mantenuto un ricordo così vivo da riuscire ancora a procurare dolore, partecipazione emotiva forte nonché sincera commozione.

Entra in Polizia nel 1963, fu Capo di Gabinetto, dirigente di squadra mobile e dirigente dell’Ufficio misure di prevenzione e antimafia, Questore a Pistoia, Ispettore Generale per la Lombardia e l’Emilia Romagna a Milano, e è stato anche Dirigente del Commissariato di Polizia per 7 anni anche a Busto Arsizio. Come tutte le famiglie di questo tipo, anche la sua ha dovuto sostenere negli anni diverse peregrinazioni in funzione, appunto, degli incarichi da lui ricoperti. Ciò però non appare essere stato un limite, avendo sempre vinto in lui quell’Amore per il proprio paese e quel desiderio di servizio che lo ha accompagnato dall’inizio della sua carriera fino a oggi. E che per la verità, nonostante la pensione, lo anima ancora. Mi mostra i suoi appunti dove raccoglie ancora oggi considerazioni e riflessioni sulla mafia, dove ragiona sull’evoluzione della stessa, dove, pur non essendo più in servizio, non smette di interrogarsi per comprenderla e tracciarne un quadro chiaro che possa essere utile.

  1. Mi vuole raccontare qualcosa della sua esperienza? Mi piacerebbe che mi raccontasse qualcosa che la ha segnata particolarmente, una indagine o una vicenda che hanno segnato il suo percorso professionale.

Ho dei ricordi legati a dei colleghi morti per mano della mafia, due in particolare, Boris Giuliano, capo della squadra Mobile di Palermo ( Walter Fazio è palermitano), compagno di corso e di aula e poi Ninni Cassarà che fu mio vice a Reggio Calabria, prima di essere trasferito a Trapani ove avendo fatto un po’ di ‘danni’ – tra virgolette danni – fu trasferito nuovamente a Palermo dove diresse la sezione investigativa come vice Dirigente della Squadra Mobile.

Boris Giuliano era una persona molto affettuosa, figlio di un sottoufficiale della Marina, divenne anche lui dirigente della squadra mobile, aveva scoperto un giro di droga Italia-Usa e fu freddato con 7 colpi di pistola, nel bar Lux della via centrale di Palermo. Questa indagine fu la sua fine. Pensare che in quel bar entravo sempre anch’io, voleva sempre accompagnarmi a casa. Ninni Cassarà invece, entrò in Polizia tardi, a 28 anni, perché fu presidente dell’associazione piccoli industriali di Palermo. Lui e la moglie erano considerati una coppia bellissima, due bellissime figure. Quando fu ucciso andai a rappresentare la questura di Reggio Calabria perché sapevano della nostra amicizia. Seppi dai giornali come avvenne l’omicidio e ne fui molto colpito. A soli 38 anni.

  1. Mentre accadevano queste cose, proprio perché il suo impegno è durato una vita e avvenivano questi fatti così devastanti, mi viene in mente una frase di Borsellino, ’’ Io non ho scelto di occuparmi di mafia, mi ci sono trovato in mezzo, la gente mi moriva attorno’’, mi sovviene una domanda: In che relazione ci si pone con la paura?

 

Più che paura c’è rassegnazione, c’è cercare di schivare il pericolo però non sfuggendo ai proprio doveri, per esempio, ho fatto il primo sequestro di beni, per milioni e milioni a Momo Piromalli che era il boss di Gioia Tauro, un sequestro durato giorno e notte ( non c’erano i limiti di tempo come adesso, dopo le 6 di mattina…), c’erano cani che abbaiavano e molti uomini armati e francamente in quel momento si lavorava e non si pensava ad altro, non si pensava alla paura. Si stava uniti e si lavorava. Sono questi omicidi di colleghi che hanno segnato, Ninni Cassarà fu colpito così ferocemente che si dovette attendere un giorno per ricomporre il corpo. Fu trucidato dalla mafia in maniera impietosa, 200 colpi di kalashnikov. Vidi morto Ninni, non Boris. Ninni fu un esempio di attaccamento al dovere al cento per cento, in un epoca in cui mancavano mezzi. Lui lo aveva fatto presente tante volte e per questo motivo era considerato un rompi.

Pensare che tre cecchini si erano appostati nel palazzo di fronte, e quindi erano saliti dalle scale, e almeno altri due erano appostati in macchina, ma nessuno aveva detto niente. Nessuno si è affacciato quando hanno sparato, il killer del 5 piano ha dovuto scendere di corsa, almeno 92 gradini, per quanto veloce o mascherato, nessuno si è affacciato. Non è solo questione di omertà – è facile parlare di omertà – è anche la paura. All’epoca la mafia sparava. Ora si comporta diversamente. Adesso sono i mafiosi delle scarpe lucide e dei colletti bianchi. Pensare che proprio quelle terre, dove la mafia ha esteso i tentacoli così largamente, ha dato anche i Natali ai colossi che l’hanno combattuta. Gaetano Costa, ad esempio, un altro magistrato ucciso, un magistrato talmente corretto che poteva essere eliminato solo con la morte. Non è vero che i siciliani sono mafiosi tutti.

 

  1. Mentre lei parlava ha un po’ anticipato una mia domanda. Innanzitutto perché si è soliti legare l’idea di mafia al Sud dell’Italia, mentre ciò è soltanto un vecchio stereotipo di convenienza e in secondo luogo perché anche il cittadino rischia ancora oggi di avere una immagine del mafioso più simile al ‘picciotto’, quando invece siamo nel tempo, come accennava lei ‘ delle scarpe lucide’ e dei colletti bianchi. Molti procuratori e magistrati si sono esposti nel continuare a ripetere queste metafore per far capire alla gente che la mafia non è più altro da noi, si siede ai nostri stessi banchi di scuola, frequenta i nostri stessi ambienti, mentre un tempo non era così. Da dentro è più facile riconoscere la mafia? Cioè, occupandosi di mafia, è più facile riconoscere chi ti affianca?

Quando si conosce un po’ sì, ma quando ad esempio si gioca insieme a qualcuno a calcio, come si fa a capire? Nella nostra società c’è molta ignoranza, bisogna innalzare il livello di cultura del nostro paese. Non si può pensare di combattere la mafia soltanto attraverso le Forze di Polizia, o i magistrati. Non è pensabile credere che la mafia possa essere sconfitta soltanto con una azione ‘repressiva’. Sono i mezzi di cultura che devono fare capire alla gente che cosa è la mafia. E’ la cultura che ci fa capire cosa è giusto e cosa no, che ci fa riconoscere le scarpe lucide ma sporche, che ci fa capire cosa è la mafia ma nel senso più ampio del termine, come diceva Falcone.

  1. Ormai sappiamo che i legami tra mafia e politica sono prepotenti, e riguardo alla cultura, sappiamo anche che, se vi è proprio un ambito nel quale in Italia poco si investe è la cultura, quindi come si fa? Lo stesso Falcone sosteneva che la mafia poteva più facilmente essere sconfitta da una maestra che dalle pistole.

 

Sono pienamente d’accordo, anche la mamma di Peppino Impastato diceva : Non con la pistola, ma con i libri. Va difesa la legalità a tutti i costi. Cosa aveva a disposizione Peppino, una radio. E basta. Lo hanno accusato di essere un pazzo, solo perché andava solo contro tutti. E tuttavia il suo impegno fu proprio di carattere culturale.

 

Continua….

 

Donne donne e Uomini non ominicchi e quaquaraquà

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