Si “usa” ancora la solidarietà?
La mente rincorre i ricordi

Un guizzo del tempo. La mente rincorre i ricordi. Che affiorano adagio, senza far male. Solo per non dimenticare, ma pure per osservare come cambia la vita... come sono cambiate le persone

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Un guizzo del tempo. La mente rincorre i ricordi. Che affiorano adagio, senza far male. Solo per non dimenticare, ma pure per osservare come cambia la vita… come sono cambiate le persone. Ridda di voci e di supposizioni, quasi a ferire l’anima, ma pure per glorificarla.

Si era al campetto a giocare tutti assieme. La Porta Capuana sul viale della Gloria a Busto Arsizio era per noi un “polmone” di svago. Partita a calcio in mezzo a quelle buche che somigliavano a fossi. Strida di voci a tutto spiano. La partita si anima e il tempo scorre inesorabilmente.

D’acchito strimpella il gelataio; il mitico Zandanel col suo triciclo tirato a lucido. Pausa; l’arbitro era con noi, consenziente. Tutti lì, attorno al “birogiu” (furgoncino) e ghiaccioli a tutto spiano. Uno di noi non si muove. Non è bello citare il nome. Gli andiamo incontro senza bon ton, ma non lo isoliamo. “Che c’è?“. Poi ciascuno dice la sua. Lui è lì e non si schioda. Scuote la testa e lo sguardo si fa triste. Chi ha il ghiacciolo in mano non fa una piega. Di solito, vuoi per l’arsura provocata dal gioco, vuoi per la voglia di succhiare il fresco, quel dolce ritaglio del gioco fa scaturire una subitanea leccata.

Ci si guarda in fretta, tutti insieme senza far rumore. Comincia uno e passa vicino a “lui” e arriva una sola parola “lecca“. Somiglia a un ordine perentorio; invece è cordialità. Lo fa, “lui” lecca. Tutti gli altri si mettono in fila: “lecca” e lui continua a farlo. Poi si ricompone il gruppo e “lui” comincia a sorridere, poi si copre il viso con le mani e si mette a piangere a dirotto. Mutamento di umore repentino. Non si pensa più alla partita.

 

“Lui” non vuole la nostra pietà e fa per andarsene. Lo blocchiamo circondandolo “adesso ci dici cos’è successo, va bene?” e “lui” fa un po’ di resistenza, poi sbotta “mio padre ha perso il lavoro e mamma non mi ha dato le 20 lire per il ghiacciolo” e il pianto – ora – è pieno di singulti. “Lui” piange a dirotto e noi lì, come scemi a capire il suo dramma, a dargli conforto, più coi nostri silenzi che con le nostre parole.

Poi, in coro “lecca” e non preoccuparti per il ghiacciolo. S’è succhiato e leccato il ghiacciolo del gruppo. Papà è forte e bravo e il lavoro lo troverà presto.

 

Per qualche giorno “lui” non si presenta al campetto di Porta Capuana, a Busto Arsizio, ma noi non lo lasciamo solo. Gli facemmo visita a casa e sua madre ci informa di quanto “lui” si dava da fare per trovare un posto di lavoro a papà. Lo vedemmo due o tre, forse quattro giorni dopo e quando si presentò al campetto urlò a squarciagola di aver trovato un nuovo lavoro per papà. Proprio nei pressi dei Cinque Ponti c’era una piccola azienda che vendeva carbone e legna e di fronte a quell’uomo aitante e forte, il titolare lo ingaggiò subito. “Lui” era andato il giorno prima a parlare di suo padre e chiese al “padrone” di non dire che si era presentato per perorare la sua causa e lasciare a papà il merito di aver trovato lavoro.

 

Ci fu un “coupe de théâtre” che ci fece piacere. “Lui” si presentò al campetto con un cesto che si utilizzava per il carbone e la legna, colmo di ghiaccioli e noi ne fummo stupiti. Aggiunse “non li ho comprati io e nemmeno papà. I ghiaccioli li ha pagati  il datore di lavoro… gli avevo raccontato la storia del “lecca” e quel signore rise a crepapelle.

Riprendemmo a giocare la partita che si era interrotta.

 

Si usa ancora la solidarietà? Bello è che il “lecca” ancora oggi tira in ballo quella storia e quando ci troviamo in giro ci ridiamo su come quei ragazzi d’un tempo, nel campetto di Porta Capuana dislocato nei pressi dell’Astoria, su cui oggi sorgono due condomini.

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