DOPPIO SIGNIFICATO
La “mugnàga”

Gianluigi Marcora

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Tempo addietro abbiamo parlato di “noccioli” e di “mandorle” includendo le due parole nella parlata Bustocca. La foto pubblicata in quell’Editoriale ritraeva un “grappolo” di albicocche con evidenziati i noccioli di quel frutto che, in dialetto si chiamano “giandùl” che non sono le ghiande, ma appunto il “nocciolo” dell’albicocca.

Un amico carissimo ci ha detto di non aver parlato del frutto stesso, l’albicocca che in dialetto si dice “mugnàga“. Il che ci ha fatto riflettere, anche per evidenziare che il termine “mugnàga” si utilizzava pure per definire una tipa “frignona“, una che si lamenta sempre, che fa vedere il suo piccolo danno come di qualcosa di esagerato. Frignare è piagnucolare con insistenza per cogliere la pietà degli altri. Non è il pianto, ostentato o imperioso che mostra il dolore, il disagio, una reazione alla malasorte. Frignare è lamentarsi di continuo, con insistenza. A codeste persone si appioppava il termine “frignona o frignone” nel genere maschile o femminile oppure col “mugnàga” si bollava chi continuava a lamentarsi.

Di conseguenza, ecco i modi di dire in merito: “t’e finì da fà a mugnàga” (hai finito di lamentarti -frignare) per un nonnulla o per qualcosa di nessuna importanza. Oppure “t’à le muchi si o non” (la smetti si o no) ovviamente sempre di frignare o di fare la “mugnàga“.

D’improvviso ecco tornare in mente un ricordo  latente nella memoria, ma non dimenticato.

Mio cugino Pasquale possedeva un motorino (il famoso Bianchino) che per noi ragazzi era un lusso. Pasquale è di 6 anni più grande di me e il motorino si poteva guidare a 14 anni. Si e no, io di anni ne avevo 10 (passatemi la non precisione) e Pasquale aveva 16 anni. Io volevo fare un giro su quello scooter così bello e per qualche tempo, con insistenza chiedevo a Pasquale di accondiscendere e lasciarmi fare sto giro in cortile. Ovviamente facevo il “mugnàga“, quasi imploravo Pasquale di farmi provare l’ebbrezza della guida. Lui niente, irremovibile.

Sua mamma, la famosa zia Giuseppina, detta zia Peppina, poi “ribatezzata” (da noi ragazzi) Zappy che racchiudeva sia la parentela sia il diminutivo sia il vezzeggiativo del suo nome, mi teneva a balia. Siccome “con le buone” , con Pasquale si otteneva nulla, sono passato al ….piano B che è nulla di eccezionale, ma quanto meno serviva ad “ammorbidire” quella testa dura che non voleva soddisfare il mio desiderio.

(Lo so, ho fatto una vigliaccata, ma a 10 anni o giù di lì, la ragione completa non la si conosce ancora. Ho detto a Zappy che Pasquale non mi faceva fare un giro sul suo Bianchino e che se avesse parlato lei con suo figlio, sicuramente Pasquale avrebbe obbedito. Così, Zappy redarguì Pasquale con semplici parole: “dèm, l’è piscinen anca mò, ma ‘n giretu sul muturèn lassagal fò” (suvvia, ho fatto il “mugnàga”, ma è un peccato veniale….che diamine).

Le femmine, però….mamma mia, le femmine allora come la mettevano giù dura quando volevano qualcosa e sapevano fare per bene la “mugnàga” sia quando occorreva sia nei momenti “tragici”. Ne svelo uno, più o meno a quell’età (10-12 anni).

Si giocava in cortile con Ginetta, Luciano e Rodolfo, “alla mamma”. Nel senso che la Ginetta impersonava la mamma, io il papà e Luciano con Rodolfo, i figli. Fatto è che tutto scivolava tranquillo in un gioco innocente. La “mamma” preparava la cena, i “figli” giocavano e venivano redarguiti per la loro disubbidienza, per i compiti da svolgere e…. ecco che rincasa il “papà”, ovviamente dal lavoro.

La “mamma” informa il “papà” delle malefatte dei ragazzi e il “papà” (buono come il pane) tollera e ha parole di comprensione per i ragazzi. A un certo punto, la “mamma” (Ginetta, due anni minore di me) fa la “mugnàga” e tiene a dire che lei è compresa poco, che deve svolgere tanti lavori, che merita accondiscendenza, che….che…che poi ecco la frase: “un bravo papà quando viene a casa deve prima dare un bacetto alla mamma” e io che mi ritenevo un bravo papà, mi affretto a dare un bacetto sulla guancia alla Ginetta. Che subito fa “ecco, aspetto un bambino” e tutti noi restiamo esterrefatti. Dopo i giochi, riferisco alla mia mamma il fatto e le dico le parole della Ginetta: “sai mamma, la Ginetta aspetta un bambino” e la mia Pierina risponde “ah si? e da chi?” Io pronto “da me, mamma, l’ho baciata sulla guancia”. Non so esprimere con le parole, lo sguardo di commiserazione che mi ha rivolto mamma, ma le sue parole sono state “va cà stupidu” e lì per lì non capivo cosa volesse dirmi!

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