La parlata di cortile

Nella parlata "di cortile" c'erano espressioni innocenti, altre volgari e “incisive”...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Nella parlata “di cortile” c’erano espressioni innocenti, qualcuna volgare, tal altra… incisiva. Ne abbiamo due di parole… tramandate. Accettatele bonariamente. “Fa non giò’l cù” è una frase molto comune d’una epoca ancestrale, contadinesca. Palesava il fatto che da una parte c’era l’insistente, il coriaceo, colui che pretendeva di avere ragione a tutto spiano, mentre dall’altra c’era chi si era stancato di sentire stupidaggini e quasi si ribellava a cotanto insistere e sbottava in un “fa non giò’l cu” che nella tradizione è “non farmi girare il sedere”. Certo che a pensarci bene, la traduzione non rende merito all’originale Bustocco. Tuttavia, nella parlata dialettale si comprendeva che la frase era un po’ un “aut aut” e pure una “minaccia“, come a dire… non insistere, non ci casco, non mi convinci, quindi non… rompermi le scatole.

Sul sedere o deretano c’è un effluvio di assonanze, in una corrispondenza armonica di suoni e di colori.

Te ghè pissè cù che anima” per dire a chi era fortunato…”hai più fortuna di anima” o, quando si giocava a briscola, chi pescava le briscole più alte si sentiva dire “s’e vertù’l cù” (si è aperto il sedere, nel senso di fortuna). Per chi sragionava o asseriva stupidaggini c’era il “te ragioni cunt’ul cù” e… ragionare col sedere voleva pure dire che il cervello non era inserito. Ne conoscete qualcuno? Sìì!

A Sacconago c’era l’Osteria del Cacciatore che nessuno conosceva con questo nome indicato sull’insegna. Tutti però conoscevano “l’Usteria dul bùs dul cù“… beh qualche puritano s’è già stancato di leggere, ma questa è… storia, tradizione, slang bustocco e i Lettori che ci chiedono di “rispolverare” il nostro Dialetto, anzi, la nostra Lingua Madre meritano le precisazioni. Dunque: quell’Osteria la chiamavano così, perchè li dentro si giocava alla morra… gioco di mano dove i due giocatori tiravano a indovinare (urlando) la somma delle dita dei due contendenti. Uno (esempio) diceva “tri” (tre) e metteva ben evidenziato un “didu” (dito), sperando che l’antagonista ne mettesse “du” (due) – uno + due fa tre e chi diceva “tri” aveva vinto.

Orbene, la morra si gioca in piedi e il tavolo consente di …inchinarsi e di mostrare le terga agli avventori. I quali, non scorgevano dapprincipio le facce dei giocatori, ma (per l’appunto) il deretano. Da qui il “gustoso” nome all’Osteria. Nota bene: oggi non si può giocare alla morra in luogo pubblico. Visto quant’è successo a quei tempi, quel gioco è severamente punito dalla legge. E oggi, non c’è più… “l’Osteria del bus del cù“.

Per stare in tema c’è il “cù e mèna” colui che abbindola gli altri e che non prende mai posizione, ma si barcamena tra una parola e l’altra “tuffandosi” poi in quella che consente di avere ragione. Il “bel cù” è un complimento e pure un vezzeggiativo che fa da contraltare al “ga sta su ‘na valisa su chèl cù” puoi metterci una valigia su quel sedere o “t’à scepu’l cù” per dire che ti arriva una sculacciata.

Visto che ci siamo buttati sul “volgare ma non troppo” cito una frase che una gentile lettrice mi ha ricordato dopo averla postata sulla sua bacheca. Tenetevi stretti. Ѐ forte. Non apparirà nelle riunioni dei soci della Accademia della Crusca, ma è ben conosciuta da chi “mastica” il Bustocco.

Orsù: “candu a merda la monta’l scogn o la spuzza o la fò dagn“. Anche Papa Francesco ha utilizzato “spuzza” con due zz per dire puzza, quindi a maggior ragione la utilizziamo anche noi. La traduzione è (uso un pizzico di signorilità) “quando la pupù è messa sullo scranno (o è evidenziata) produce puzza o fa un danno“. Commentiamola, allora.

Chi si esalta troppo mette pure in evidenza la sua ignoranza (e spesso non lo sa). Chi si loda si imbroda (e magari lo sa e fa finta di non sapere). Chi si autoreferenza esalta le proprie doti, poi al confronto manifesta la propria ignoranza. Chi sminuisce le peculiarità degli altri, esalta se stesso quando nemmeno arriva a pareggiare le doti degli altri. Chi butta accuse infondate e senza etica, senza ritegno gode del male che procura. Fermiamoci qui: tutti costoro meritano una “pesciòa ‘ndul cù” (pedata nel sedere) ben assestata proprio in mezzo alle natiche, in modo da “scepò i cuiuni” in un colpo solo (e non traduco quest’ultima parte).

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