LA FINESTRA SUL MONDO
La protesta dura e pura dentro le mura di casa mia

Luciano Landoni

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Come faccio ad ogni inizio d’anno, anche in questi primi giorni del 2019 sto raccogliendo sensazioni, previsioni, timori e auspici da parte degli operatori economici del territorio.

Nel corso delle conversazioni emerge, alla stessa stregua di un minimo comun denominatore, una considerazione che penso si possa sintetizzare in questi termini: “Ma cosa abbiamo mai fatto per meritarci questi incompetenti?

Dove per “questi incompetenti” (con l’aggiunta in non pochi casi della qualifica di “presuntuosi”) si intende ovviamente l’attuale maggioranza di governo.

A parte la risposta scontata  che lo scorso 4 marzo ci sono state, in Italia,  le elezioni politiche (con i risultati che hanno determinato gli attuali assetti parlamentari e governativi), ce n’è un’altra, di risposta, che forse vale la pena di considerare.

Questi “(presuntuosi) incompetenti” sono la conseguenza di un clamoroso e gigantesco abbaglio collettivo che ha profondamente alterato le capacità di giudizio (e le relative successive decisioni operative) delle classi politiche occidentali alla fine degli anni ’80.

Con la caduta del muro di Berlino (dissolvimento dell’impero sovietico e sostanziale azzeramento/devitalizzazione dell’ideologia comunista) e l’imporsi di quella che potremmo chiamare l’illusione globale e globalizzante (fondata sulla cosiddetta “globalizzazione economica”, basata a sua volta sulla duplice certezza delle magnifiche sorti e progressive delle economie di mercato e della inevitabile diffusione delle democrazie liberali) si pensava che le sorti dell’umanità intera si sarebbero identificate in una sorta di nuova e sfavillante “età dell’oro”.

Non è stato così.

La ricchezza non si è diffusa nella misura prevista, anzi, causa l’esasperata finanziarizzazione dell’economia, si è concentrata nella mani di pochi lasciando a bocca asciutta la stragrande maggioranza degli altri.

L’esplodere del fondamentalismo islamico (11 settembre 2001) ha letteralmente terremotato gli equilibri geo-politici mondiali (già di per sé alquanto fragili).

Gli sconvolgimenti socio-economici innescati dalla rivoluzione informatica hanno eroso sin nel profondo le fondamenta degli assetti occupazionali “tradizionali”.

La crisi degli Stati sovrani, le cui possibilità di gestione del “fenomeno globale” si sono progressivamente ridotte fin quasi a scomparire, si è fatta drammatica (basti pensare ai limiti sempre più evidenti del cosiddetto “welfare state”) e le risorse per invertire la tendenza semplicemente non esistono più.

Gli imponenti fenomeni migratori, abbinati ai sempre più evidenti (e per certi versi devastanti) mutamenti climatici, hanno fatto il resto.

Ogni residua certezza è stata disintegrata, paura, ansia e rabbia sono cresciute esponenzialmente e, dato che in politica, esattamente come in natura, il “vuoto” non esiste, ha preso sempre più forza la protesta e quei movimenti/partiti che l’hanno cavalcata (e la cavalcano, magari aizzandola pure) si sono imposti come unico punto di riferimento per un elettorato sempre più disorientato, sempre più stanco/esasperato di essere (stato) ingannato e sempre più propenso a “chiudersi” entro i confini nazionali disdegnando qualsivoglia interferenza/ingerenza esterna.

Stavolta è quella buona, vedrai che questi finalmente cambieranno le cose! O la va, o la spacca!”, mi sono sentito dire da più di una persona in assoluta buona fede e di provata affidabilità.

Protesto, dunque esisto!

Assecondo, anzi, alimento la protesta, e così vengo eletto!

Saranno queste le direttrici politiche del 3° Millennio?

Verrebbe da rispondere affermativamente visti i risultati delle elezioni politiche negli Stati Uniti, in Italia, in Brasile, in Ungheria e considerato quello che è successo in Gran Bretagna (Brexit) e quello che sta succedendo in Francia (gilets jaunes).

E quindi questa la soluzione?

E’ solo pura protesta e basta – risponde lo storico Ernesto Galli della Loggia in un illuminante editoriale pubblicato sul Corsera dal titolo “Gli errori delle élite globali”, giovedì 10 gennaio -. Non è la medicina, bensì in qualche modo è essa stessa la malattia. Ma il terreno di coltura del virus non sta in questa protesta che nasce dal basso: sta in alto”.

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